“A calci e morsi”: il canto ruvido del Sud

Medici d’autore 

Questo contributo fa parte di una rubrica. Trovate il primo numero qui, il secondo qui, il terzo qui, il quarto qui, il quinto qui, il sesto qui, il settimo qui e l’ottavo qui. 

Nel panorama della narrativa italiana contemporanea − e, più in particolare, di quella prodotta da medici che scrivono storie − il nome di Maddalena Bonelli ricorre sempre più con forza. Medico e neuropsichiatra infantile, con alle spalle un’esperienza da pediatra ospedaliero e successivamente da libera professionista, 

Bonelli porta nella sua opera narrativa un radicamento profondo nella terra, nella memoria, nella storia sociale del Sud, intessendo il racconto con sensibilità clinica e umanistica.

Il suo romanzo è senz’altro uno di quelli da annotare in agenda. O nella wishlist del vostro carrello Amazon, se preferite. Sto parlando di A calci e morsi (Altrimedia 2022), forse la sua opera più ambiziosa e compiuta: un romanzo “corale”, duro, vero, che restituisce la voce di gente umile, segnata dalla miseria, dalla guerra, dalla fatalità, ma anche da sogni, legami, speranze spezzate. 

Maddalena Bonelli è nata a Grassano nel 1954 e risulta iscritta all’AMSI (Associazione Medici Scrittori Italiani) dal 2014. Ha esercitato la professione come medico pediatra presso l’ospedale di Matera fino al 2015, attualmente è medico di bordo supplente e libero professionista. La sua produzione letteraria è variegata e premiata: ha pubblicato diversi racconti e alcune poesie per l’AMSI, oltre a romanzi, tra cui si ricordano i più recenti Ciro nella grotta dei pipistrelli (Luci nella notte 2020) e il nostro A calci e morsi. La raccolta di poesie Giorni scalzi (Emersi 2013) le è valsa il premio Franz Kafka nel 2014, mentre nel 2017 ottiene il premio “La serpe d’oro” dell’AMSI per la poesia Giorni felici a Grassano. 

Bonelli ci racconta una storia che forse conosce bene, come lei stessa ammette in introduzione: è la storia dei contadini del Sud, quel Sud che sembra ancora immerso nella cattedrale del tempo e che ci riporta a un passato (non troppo passato) di ottant’anni fa in cui l’atmosfera sapeva ancora di Medioevo più che di modernità. Lo potete leggere voi stessi: 

La mammana, stanca ma contenta per il buon lavoro fatto e per il felice esito, fece qualche altra raccomandazione e, con un’ultima occhiata alla neonata, salutò commara Maddalena, uscì dal lammione ben arredato rispetto alla maggioranza delle case del paese e si avviò verso casa sua, inoltrandosi in uno dei vicoli soprastanti via Monteoliveto, stretti e con piccole costruzioni in pietra, le casedde, dal pavimento in terra battuta, abitate dai più poveri del paese: braccianti e operai.  

Ortolani e massari vivevano invece nei lammioni, grandi locali al pianterreno, così chiamati per via della alta volta a botte o alla siciliana, una lammia fatta di malta e pietrisco battuto. La luce vi entrava solo dalla porta d’ingresso e il fondo era scavato nel terreno pietroso o nella roccia per ospitare da un lato la cantina, le masserizie e le provviste per l’inverno o la camera da letto, e dall’altra le bestie, per chi ne aveva, più preziose di ogni altro bene: capre, galline, asino e mulo, e qualche volta anche il maiale che si ammazzava a Natale per ricavarne salame, capocollo, pancetta, grasso, peli e altro ancora. 

Dal basento al bilioso – suggerisce quindi un viaggio. Un percorso che, partendo forse da un riferimento geografico o emotivo (il Basento è il fiume che attraversa la Basilicata, sua regione d’origine), conduce verso una condizione interiore, un “bilioso” che evoca umori densi, passioni tormentate, una visione forse più disincantata della vita.  

Questa dialettica tra un prima e un dopo, tra una radice e un approdo, è del resto una costante nella scrittura di Bonelli.

Una qualità che, nella sua scrittura, si traduce in una capacità di scavare nelle esperienze, sia personali che professionali, senza edulcorarle, restituendo al lettore la complessità del vivere. La trama si snoda attraverso episodi di vita quotidiana, intrisi di elementi folcloristici come filtri d’amore, erbe magiche, sangue catameniale e leggende sulle “mascije”. La struttura è non lineare, con salti temporali e prospettive multiple che creano un effetto polifonico, simile a «un’incisione profonda nell’argilla» – come nota il critico Giovanni Caserta nella prefazione. Quanto profonda sia quest’incisione, lo lascio decidere a voi. Ecco un altro estratto sul dialogo tra Cenzino e Lauretta, sul topico mistero della vita: 

«Lauretta, tu lo sai come nascono i bambini?» chiese alla fine Cenzino dopo un lungo silenzio, appena Carmela si fu allontanata. Un lieve rossore le imporporò le guance.
«Come non lo sai? Non hai mai visto sgravare una capra o una scrofa? I cristiani sono come le bestie» rispose Lauretta sibillina, imbarazzata e divertita allo stesso tempo.
«Lo so, certo che lo so, è che…» rispose Cenzino, fingendo di sapere più di quanto non sapesse, mentre ripensava a una capra che cacciava fuori dal suo corpo un caprettino coperto di sangue e muco. Una luce improvvisa illuminò parte dei suoi dubbi, in realtà non aveva mai collegato coscientemente le due cose.
«E che non ho capito come fanno i bambini a entrarci nella pancia. Chi ce li mette?»
«Chi ce li mette? E perché lo chiedi proprio a me? Lo sai che le persone timorate di Dio certi discorsi non li fanno.»
«Ma io… Ma tu…» s’impappinò Cenzino pentito della sua audacia. A chi altri poteva chiederlo? Non a sua madre, figuriamoci al padre. Si sarebbe buscato di sicuro un’occhiataccia e magari pure una mappina fra capo e collo. Lauretta lo sapeva bene e, presa da compassione e solidarietà per quel ragazzino precoce che voleva semplicemente capire la vita, gli arruffò i capelli con affetto e borbottò: «Secondo me già lo sai. Se ci pensi bene, capirai da te. Siamo come le bestie e facciamo come le bestie. Solo in chiesa ci comportiamo diversamente. Le bestie non pregano e non hanno un Dio… Beh, basta con queste chiacchiere. Vai. Vai a chiamare i tuoi compari e facciamo qualcosa per divertirci», tagliò corto Lauretta, non sapendo come soddisfare le legittime curiosità di Cenzino senza scatenare le proteste dei genitori che avrebbero gridato allo scandalo, all’eresia, alla vergogna. «Siamo timorati di Dio, di certe cose non si parla». 

Pur essendo un romanzo, A calci e morsi ha i caratteri di un documento. La lettura del contesto – l’Italia meridionale tra gli anni Trenta e Quaranta; la gioventù contadina; le dinamiche sociali di miseria, usura, sfruttamento; gli effetti della guerra, le migrazioni, la morte – è resa con rigore e onestà. Diventa così un affresco antropologico, una testimonianza letteraria di come vivevano le classi più umili del Sud, prima e durante la guerra, e di come quei tempi abbiano plasmato intere generazioni. Questa qualità “documentaria” lo rende prezioso anche per chi studia le trasformazioni sociali, la storia delle comunità rurali, le memorie familiari, le eredità culturali. In un’epoca in cui l’Italia del Sud fatica a trovare spazio nella narrazione nazionale, un’opera come questa contribuisce a restituire dignità, presenza, storia. 

Attenzione però, restate vigili: che la sua autrice sia anche medico non va sottovalutato. L’esperienza clinica di cura – in particolare in ambito infantile – implica sensibilità verso la fragilità, l’atrocità del dolore, la vulnerabilità del corpo, della vita. Questa sensibilità traspare nella sua narrazione: le morti premature, la miseria, le violenze – vengono raccontate con sobrietà, senza retorica, con cura. Non tanto per suscitare pietà, ma per dare dignità. 

Dal punto di vista delle nostre Medical Humanities, l’opera di Bonelli mostra ancora una volta come la pratica medica e la pratica narrativa possano dialogare: 

la cura del paziente, dell’essere umano sofferente, si estende alla cura della memoria, della parola, della comunità.

Il romanzo diventa un atto di testimonianza, di empatia, di cura collettiva.  

Miei cari, A calci e morsi di Maddalena Bonelli non è un romanzo facile: chiede attenzione, disponibilità a confrontarsi con la durezza della realtà, con il dolore, con l’ingiustizia. Ma è un romanzo necessario: perché restituisce memoria, comunità, dignità; perché la sua lingua è voce di chi troppo spesso non ne ha avuta; perché la sua autenticità è testimonianza di un’Italia dimenticata. 

Questo libro ci conferma che la letteratura dei medici – umanisti – scrittori non è un’appendice ornamentale, ma uno spazio vitale di conoscenza. La sua scrittura, onesta e penetrante, è un esercizio di ascolto e di restituzione. Ci ricorda che il medico, prima che tecnico della cura, è testimone di storie, custode di vulnerabilità, interprete del dolore. 

Leggere A calci e morsi significa addentrarsi in un paesaggio umano dove la professione medica si fa lente per osservare le contraddizioni, le lotte e le resilienze che segnano ogni esistenza. È un invito a non separare mai la cura del corpo dalla comprensione dell’anima, a riconoscere che la vera Medicina passa anche attraverso le parole, le storie, la condivisione di un senso. E in questo senso, A calci e morsi, non è solo un libro da leggere: è un’esperienza da fare. 

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Una risposta a ““A calci e morsi”: il canto ruvido del Sud”

  1. MADDALENA BONELLI

    Ringrazio per questa recensione che ha ben interpretato il senso del mio libro, ma anche parte della mia essenza di donna e medico-scrittore. Vorrei ricordare che, dopo “A CALCI E MORSI”, la storia di Cenzino e dei contadini di Grassano, protagonisti dell’inchiesta ministeriale sulla miseria del 1952, prosegue con il mio ultimo romanzo “COSI’ FU” – Edizioni transumanti.

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Un pensiero su ““A calci e morsi”: il canto ruvido del Sud

  1. MADDALENA BONELLI dice:

    Ringrazio per questa recensione che ha ben interpretato il senso del mio libro, ma anche parte della mia essenza di donna e medico-scrittore. Vorrei ricordare che, dopo “A CALCI E MORSI”, la storia di Cenzino e dei contadini di Grassano, protagonisti dell’inchiesta ministeriale sulla miseria del 1952, prosegue con il mio ultimo romanzo “COSI’ FU” – Edizioni transumanti.

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