Accogliere l’incertezza

Corpo e presenza nell’epoca algoritmica

«Strappare lungo i bordi»
Zerocalcare, 2021

 

Mancano due sedute alla fine di un ciclo di riabilitazione. La paziente è in piedi e tra noi c’è il lettino; accanto, la studentessa ci osserva. Il percorso è stato regolare: esercizi propriocettivi, rinforzo del core, educazione al dolore. La funzionalità è migliorata, ma qualcosa non torna. È arrivata in trattamento dopo due mesi dalla caduta con una sublussazione coccigea, in un quadro di fibromialgia. Già prima di questo scambio qualcosa non tornava. Alla domanda sul dolore la risposta oscilla: “Può essere tre, oppure otto”. Il racconto non si è modificato, durante le sedute la concentrazione è intermittente, ha difficoltà a focalizzarsi. Lo sguardo sembra chiedere altro. A un certo punto domanda: “E dopo questo, che faccio io?”. La risposta è automatica: è necessario proseguire gli esercizi, dedicare del tempo quotidiano ben definito, se possibile trovare una pratica corporea non terapeutica regolare.

Mentre parlo mi pare di leggere un elenco. Ma c’è frustrazione da entrambi i lati – e prende forma proprio in quello scambio.

È la studentessa, a margine, a trovare le parole: “sembrava parlaste due lingue diverse”. La domanda non chiedeva soltanto una prescrizione. Chiedeva un orientamento dentro una condizione che continuava a essere incerta. E in quel momento non c’è stato, ho solo spostato la responsabilità.

Un’altra scena. Alcune settimane prima. Una paziente dopo una protesi d’anca mi riferisce di aver consultato ChatGPT per sapere come procedere nella ripresa. Ha ricevuto indicazioni e le ha seguite. Ascolto e interrogo: cosa ha realmente cercato? Come quelle informazioni si collegano al suo corpo, ora, in questo momento del recupero? E dentro di me: vuole essere rassicurata, ma un’intelligenza artificiale può dosare, sentire, tollerare?

Un’altra scena ancora. Una formazione obbligatoria in ULSS. Lo schermo mostra un avatar. La voce è sintetica. Il contenuto è corretto. I crediti ECM vengono assegnati al termine del modulo. Nessuno è presente. Tutti stanno completando il percorso. Si sbuffa mentre si risponde alle domande, e qualcuno le fotografa per darle in pasto all’AI stessa. Fa tutto lei.

Tre scene ordinarie, non eccezionali. Dinamiche strutturali nella cura contemporanea. L’essere umano ha sempre distribuito la propria agency – la capacità di agire, decidere e assumersi la responsabilità delle proprie azioni – verso uno strumento, un rito, uno spirito o semplicemente una pratica o procedura collettiva. Esternalizzare parte del processo cognitivo ed esistenziale verso qualcosa che lo contenga, lo orienti, lo renda attraversabile è umano. Ernesto de Martino ha descritto questa dinamica a un livello fondamentale. La «crisi della presenza» è la condizione in cui il soggetto rischia di non reggere alla propria situazione: il dolore, la perdita, l’imprevedibile (De Martino, 1948). Il rito interviene per salvare la presenza – non eliminando la crisi, ma reintegrandola simbolicamente in un campo condiviso di senso. I gesti e gli strumenti diventano dispositivi di distribuzione di quella “agentività” e responsabilità che unisce il soggetto alla comunità, sia nel presente che nell’intreccio della Storia.

La ricerca sulla cognizione incarnata ha poi mostrato come questa struttura sia costitutiva della mente umana. Pensiamo attraverso il corpo, gli ambienti che abitiamo e gli strumenti stessi. La cosiddetta cognizione 4E – embodied, embedded, extended, enacted (Clark & Chalmers, 1998; Newen, De Bruin & Gallagher, 2018) – descrive ciò che de Martino aveva intuito antropologicamente: siamo sistemi ibridi che pensano distribuendo processi verso il mondo. La tecnologia, da sempre, è parte di questo processo. La cura ha sempre utilizzato questa funzione. Non c’è solo intervento sul sintomo, ma si cerca di sostenere la presenza quando essa si incrina.

Essere presenti in quell’inquietudine – che il malato e il curante condividono, a gradi diversi – permette il processo curativo.

L’incertezza è il territorio stesso della decisione clinica. È un processo stratificato: bisogna integrare linee guida, dati anamnestici, osservazione diretta, esperienza tacita, contesto relazionale. Non è mai pura applicazione di protocolli né semplice intuizione. È una sintesi in tempo reale tra sapere generale e singolarità concreta. Questo continuo equilibrio è necessario perché non tutto è misurabile, modellabile e quindi anticipabile. I parametri sono validi fino a un certo punto.

Per questo, la decisione clinica è anche un atto etico: espone chi cura alla responsabilità di scegliere in una situazione che il sapere non può chiudere completamente. Renée Fox ha parlato di “addestramento all’incertezza” come competenza fondamentale del medico: non sapere tutto, ma restare in ciò che non può essere completamente saputo (Fox, 1957). Byron Good ha mostrato come la medicina costituisca un sistema culturale che organizza l’esperienza della malattia e produce significati condivisi (Good, 1994). In questo senso ogni atto di cura possiede una dimensione simbolica: struttura l’incertezza e la rende narrabile. Il rito non elimina la crisi. La accoglie e la rende attraversabile.

La domanda della paziente – “E dopo questo, che faccio io?” – non chiedeva soltanto una prescrizione. Chiedeva un orientamento dentro una condizione che continuava a essere incerta. Chiedeva che qualcuno reggesse con lei quel margine.

Che cosa accade, allora, quando questa dinamica avviene in un ambiente decisionale sempre più mediato da sistemi di intelligenza artificiale?

Le normative recenti ribadiscono un principio rassicurante: la decisione finale e quindi la responsabilità è e resta del professionista sanitario. L’intelligenza artificiale è strumento di supporto. Sul piano giuridico, questa affermazione è necessaria. Ma non esaurisce la questione. Un sistema di supporto decisionale non decide al posto del professionista. Produce, però, una configurazione dell’informazione già filtrata, gerarchizzata, tradotta in probabilità. Come osserva Floridi, nelle società dell’infosfera le tecnologie non sono semplici strumenti, ma co-agenti che partecipano alla configurazione dei nostri ambienti decisionali (Floridi, 2014). L’agency non scompare. Si ridistribuisce, rischiando di non sentirne la responsabilità personale.

La forma algoritmica svolge una funzione strutturalmente omologa al rito: offre una forma dentro la crisi. C’è, però, una differenza cruciale. Il rito è incarnato. È situato. Avviene tra corpi presenti, in un tempo condiviso. Produce senso perché qualcuno lo abita con te. L’algoritmo è opaco, non situato, non incarnato. Riduce l’incertezza per chi decide. Non la rende narrabile per chi la vive. A questo si aggiunge un rischio di natura epistemica. Loru, Nudo, Di Marco e colleghi hanno proposto il termine “epistemia” per descrivere la confortevole illusione di conoscenza prodotta dall’interazione con l’intelligenza artificiale generativa, là dove la plausibilità simulativa del discorso fluente sostituisce l’affidabilità dei dati (Loru et al., 2025). La paziente con la protesi d’anca aveva ricevuto informazioni plausibili, ben formattate, coerenti. Portava in studio qualcosa che assomigliava alla conoscenza. Ma quella conoscenza non era situata nel suo corpo, nella sua storia, nella sua incertezza concreta, non era tra di noi. Era disincarnata, fantasmatica, doveva superare le prove di realtà.

L’epistemia non abita solo chi chiede cura. Abita anche chi è chiamato a darla. Quando le decisioni vengono distribuite in ambienti algoritmici opachi, il rischio non è soltanto perdere la responsabilità formale. È non riconoscere più la decisione nel proprio agire. Diventare interfaccia di scelte prese altrove – tanto altrove da non sentirle più nel corpo.

Tradurre l’incertezza in false sicurezze crea solo uno spostamento. Non ascoltata, l’incertezza non scompare. Può riemergere nella relazione, nell’irrigidimento del ruolo, nell’incomprensione tra linguaggi diversi. Può riemergere nel paziente, che resta solo con una domanda che il calcolo non ha esaurito. Può riemergere nel clinico, come distanza da sé – come sensazione di aver risposto senza aver davvero incontrato.

Se delego senza riconoscere la dimensione rituale di quella delega – senza sapere che sto affidando qualcosa che chiede presenza – rischio di credere invece di indagare. Di chiudere la crisi invece di starci dentro.

In un contesto sanitario che investe legittimamente nella competenza tecnologica e nell’integrazione dei sistemi di supporto decisionale, si apre una questione formativa altrettanto urgente. Quando l’ambiente riduce l’esposizione alla crisi, la capacità di accoglierla non può essere lasciata al caso. Non può essere un’abilità accessoria e intuitiva. Tollerare l’incertezza è una competenza – e come ogni competenza, richiede allenamento. Richiede esposizione ripetuta a situazioni che non si lasciano chiudere, supervisione che non si limita alla tecnica, spazi formativi in cui la difficoltà possa essere nominata senza essere immediatamente risolta.

Michael Polanyi ha descritto la conoscenza tacita come ciò che «sappiamo più di quanto possiamo dire»: incorporata nel gesto, nell’attenzione, nella lettura dello spazio tra le parole (Polanyi, 1966). È conoscenza 4E nel senso più pieno: incarnata, situata, attiva, distribuita tra il clinico, il paziente e lo spazio che condividono. Questa è la conoscenza che rischia di non formarsi se l’ambiente la erode sistematicamente. Non perché la tecnologia sia sbagliata, ma perché la tecnologia non può sostituire l’esperienza di restare dentro l’incertezza con qualcuno.

La lezione con l’avatar completa il modulo. Assegna i crediti. Non forma la presenza. Formare alla tecnica resta necessario. Ma diventa altrettanto necessario formare alla presenza: alla capacità di sostenere il margine che nessun algoritmo può contenere, di rendere narrabile ciò che il calcolo ha già tradotto in numero.

La questione allora non è se l’intelligenza artificiale deciderà al posto nostro. È se resteremo capaci di accogliere ciò che la paziente porta nella stanza quando il calcolo ha già finito di parlare.

Riferimenti bibliografici

A. Clark, D. Chalmers, «The Extended Mind», Analysis, 58(1), 1998, pp. 7-19.

A. Clark, Supersizing the Mind: Embodiment, Action, and Cognitive Extension, Oxford University Press, 2008.

E. De Martino, Il mondo magico. Prolegomeni a una storia del magismo, Einaudi, 1948.

E. De Martino, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, Einaudi, 1977

L. Floridi, The Fourth Revolution: How the Infosphere is Reshaping Human Reality, Oxford University Press, 2014.

R.C. Fox, «Training for Uncertainty», in R.K. Merton, G. Reader, P. Kendall (eds.), The Student-Physician: Introductory Studies in the Sociology of Medical Education), Harvard University Press, 1957, pp. 207-241.

B.J. Good, Medicine, Rationality and Experience: An Anthropological Perspective, Cambridge University Press, 1994.

E. Loru, J. Nudo, N. Di Marco et al., «The simulation of judgment in LLMs», Proceedings of the National Academy of Sciences, 122, 2025.

A. Newen, L. De Bruin, S. Gallagher (eds.), The Oxford Handbook of 4E Cognition, Oxford University Press, 2018.

M. Polanyi, The Tacit Dimension, Doubleday, 1966.

Zerocalcare, Strappare lungo i bordi. Netflix / Movimenti Production, 2021.

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