Accompagnare il cambiamento

Il ruolo della psico-educatrice nel contesto carcerario ticinese

Nota introduttiva di Teresa Salamone 

Le Medical Humanities ci insegnano che la cura non appartiene a una sola disciplina, ma prende forma nell’incontro tra competenze, relazioni e umanità. In ambito penitenziario questo principio acquista un valore particolare; la salute della persona non si esaurisce nella dimensione clinica, ma comprende la possibilità di essere ascoltata, riconosciuta e accompagnata in un percorso di consapevolezza e cambiamento.
In questa prospettiva, il contributo educativo rappresenta una componente essenziale di un approccio realmente interdisciplinare. L’articolo di Giulia Fasola offre una testimonianza autentica di questo lavoro quotidiano, mostrando come la relazione possa trasformarsi in uno spazio concreto di crescita e di speranza, anche all’interno di un contesto complesso come quello della detenzione.

«Nessuno educa nessuno, nessuno si educa da solo: gli uomini si educano insieme»
(Paulo Freire)

Ogni mattina, quando la porta della cella si apre, la persona detenuta si confronta con una quotidianità scandita da regole, attese e limitazioni.

Per alcuni il carcere rappresenta una sospensione del tempo; per altri un luogo in cui fare i conti con fragilità, sofferenze ed errori che spesso precedono la detenzione stessa. Dietro ogni condanna vi è una storia personale fatta di relazioni interrotte, esclusione sociale, dipendenze, malattia o esperienze traumatiche. In questo contesto, l’educazione assume un valore che va ben oltre l’organizzazione delle attività quotidiane o il rispetto di programmi istituzionali. Diventa uno spazio di relazione, ascolto e fiducia, nel quale la persona detenuta può sentirsi riconosciuta e sostenuta nel proprio percorso. La presa a carico psico-educativa rappresenta infatti uno strumento fondamentale per favorire il benessere psicologico e la reintegrazione sociale. In un ambiente segnato dalla privazione della libertà e dalla lontananza dagli affetti, essa offre opportunità di riflessione, responsabilizzazione e crescita personale, creando un ponte tra le esigenze dell’istituzione e i bisogni della persona.

L’azione educativa in ambito penitenziario va oltre la semplice gestione delle attività o la trasmissione di competenze.

Si configura come un percorso relazionale che offre strumenti per rileggere la propria storia, riconoscere le fragilità e costruire nuove prospettive. In carcere, l’identità rischia spesso di essere ridotta al reato commesso, comprimendo la dimensione soggettiva ed emotiva della persona.

Michel Foucault, in Sorvegliare e punire (1975), descrive il carcere come un luogo in cui il controllo e la disciplina permeano la vita quotidiana. Per chi vive la detenzione, questo significa confrontarsi non soltanto con la perdita della libertà, ma anche con la perdita di ruoli sociali, relazioni e punti di riferimento. Molte persone raccontano di sentirsi definite esclusivamente dal proprio status di detenuto, come se la complessità della loro storia fosse ridotta a un unico episodio della propria esistenza. Una parte significativa della popolazione detenuta presenta inoltre disturbi psichiatrici, dipendenze o situazioni di vulnerabilità sociale. L’isolamento e la distanza dagli affetti possono accentuare sofferenze già presenti e rendere più difficile immaginare un futuro diverso. In questo scenario, l’intervento educativo offre uno spazio nel quale la persona può sentirsi accolta, compresa e valorizzata.

La relazione educativa si fonda su ascolto, fiducia, presenza e coerenza. L’educatrice occupa una posizione particolare, in quanto da un lato è chiamata a muoversi all’interno delle regole dell’istituzione, dall’altro è invitata a incontrare la persona nella sua unicità, senza ridurla all’errore commesso. È un equilibrio delicato che richiede sensibilità, autenticità e capacità di mantenere uno sguardo aperto sulle potenzialità dell’altro.

Il cambiamento non può essere imposto dall’esterno, ma nasce da un processo di consapevolezza.

In questo senso il pensiero di Paulo Freire conserva una grande attualità; educare significa favorire la riflessione critica sulla propria esperienza e accompagnare la persona nella scoperta delle proprie risorse. Il cambiamento acquisisce valore proprio perché nasce da una scelta consapevole e non da un adattamento imposto. La trasformazione che ne deriva non riguarda soltanto il comportamento, ma anche l’identità. Progressivamente la persona può iniziare a vedersi non esclusivamente attraverso il proprio passato, ma anche attraverso ciò che può ancora diventare. Questo passaggio è fondamentale perché ogni percorso di reinserimento richiede la capacità di immaginarsi nuovamente parte della comunità.

Accanto alla riflessione personale, l’intervento educativo promuove lo sviluppo di competenze concrete come gestione delle emozioni, comunicazione, capacità di affrontare i conflitti, organizzazione della quotidianità e problem solving. Ogni attività rappresenta un’occasione per sperimentare modalità relazionali nuove e rafforzare la fiducia nelle proprie capacità. Nel carcere aperto delle strutture carcerarie cantonali, orientato alla responsabilizzazione e alla preparazione al reinserimento, queste opportunità assumono un valore particolare. Le attività proposte non hanno il solo scopo di occupare il tempo, ma mirano a favorire espressione personale, partecipazione e crescita. Come racconta un detenuto: «Finalmente facciamo delle attività creative e costruttive che ci occupano il tempo e ci fanno passare la giornata più velocemente, ma soprattutto ci fanno stare bene».

Tra le esperienze più significative vi sono i laboratori artistici. La pittura permette di esprimere emozioni difficili da verbalizzare e di dare forma a vissuti spesso complessi. Attraverso colori, immagini e simboli emergono paure, speranze, rimpianti e desideri che raramente trovano spazio nella quotidianità della detenzione. L’esperienza creativa consente di riappropriarsi di parti di sé che il carcere rischia talvolta di rendere invisibili. Le parole dei partecipanti raccontano meglio di qualsiasi teoria il valore di queste esperienze:

«Io tramite la pittura riesco ad esprimermi e dire al mondo come mi sento».
«La pittura è come un soffio di libertà in un mondo chiuso».

Queste testimonianze mostrano come attività apparentemente semplici possano diventare occasioni profonde di espressione, riconoscimento e crescita personale. Anche i gruppi di parola rappresentano uno strumento prezioso. In un ambiente caratterizzato dall’isolamento, poter condividere emozioni ed esperienze in un contesto protetto favorisce il riconoscimento reciproco e riduce il senso di solitudine. Per molti partecipanti, il gruppo rappresenta uno dei pochi spazi in cui poter esprimere aspetti vulnerabili della propria esperienza senza sentirsi giudicati. Scoprire che altri vivono paure e speranze simili favorisce una maggiore comprensione di sé stessi e degli altri.

La presa a carico psico-educativa in carcere integra accompagnamento, responsabilizzazione e crescita personale. In un contesto spesso associato esclusivamente alla pena, l’intervento educativo introduce una prospettiva orientata alla riabilitazione e alla possibilità di cambiamento. L’esperienza delle strutture carcerarie ticinesi mostra come anche in un luogo caratterizzato da limiti e restrizioni possano nascere relazioni autentiche, percorsi di maturazione personale e opportunità di reinserimento sociale. I cambiamenti non sono sempre immediati né lineari, ma spesso si manifestano attraverso piccoli passaggi quotidiani: una diversa gestione dei conflitti, una maggiore consapevolezza delle proprie responsabilità o la riscoperta di competenze dimenticate.

Chi lavora in carcere sa che il cambiamento raramente si manifesta attraverso gesti eclatanti. Più spesso prende forma in segnali discreti, come una persona che torna a rivolgere la parola agli altri, che accetta di partecipare a un’attività, che riesce per la prima volta a parlare di sé senza aggressività o vergogna. Sono passaggi apparentemente minimi, ma che testimoniano come, anche in un contesto segnato dalla privazione della libertà, possano aprirsi spazi di crescita, responsabilità e trasformazione.

In fondo, educare in carcere significa credere che nessuna persona coincida interamente con il proprio errore.

Significa offrire occasioni per riflettere, assumersi responsabilità e riscoprire le proprie risorse. In questo spazio, dove responsabilità e speranza si incontrano, il cambiamento può diventare una possibilità concreta e il tempo della detenzione può trasformarsi in un’occasione di crescita personale e sociale.

 

             

Le immagini documentano i primi elaborati realizzati dai detenuti durante i laboratori creativi svolti in carcere. Si tratta di opere incentrate sull’esplorazione del colore, attraverso le quali i partecipanti hanno potuto esprimere liberamente la propria creatività. L’obiettivo era dimostrare che non sono necessarie particolari competenze artistiche per creare qualcosa di unico e significativo.

Riferimenti bibliografici

M. Foucault, Sorvegliare e punire, Einaudi, Torino, 1975.

P. Freire, Pedagogia degli oppressi, Einaudi, Torino, 1970.

C.A. Malchiodi, Handbook of Art Therapy, Guilford Press, New York, 2003.

G. Nelson & I. Prilleltensky, Community Psychology: In Pursuit of Liberation and Well-being, Palgrave Macmillan, New York, 2010.

L. Wacquant, The Penal State and the Spectacle of Suffering, Oxford University Press, Oxford, 2001.

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2 risposte a “Accompagnare il cambiamento”

  1. Claudia

    Sono rimasta molto colpita da questo articolo! Si pensa sempre, o comunque molto spesso, che i carcerati non meritino niente se non pagare per il reato commesso, e invece bisogna pensare che sono persone con un ‘anima e un cuore. Si può sempre migliorare nella vita e ricominciare, ma per loro è più difficile. Penso che educare in carcere e quindi dare una possibilità ai detenuti di potersi esprimere, di venire ascoltati e di potersi migliorare come persone, sia un lavoro di grande umanità! Complimenti e mi auguro che questo progetto venga accolto in tutti i carceri.

  2. Sibilla Anna Teresa Salvadeo

    Ringrazio Giulia per questo articolo, che in modo discreto ed elegante non solo definisce il ruolo dell’educatore ma dona forza ad ogni gesto quotidiano di chi è impegnato alla cura, grazie

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2 pensieri su “Accompagnare il cambiamento

  1. Claudia dice:

    Sono rimasta molto colpita da questo articolo! Si pensa sempre, o comunque molto spesso, che i carcerati non meritino niente se non pagare per il reato commesso, e invece bisogna pensare che sono persone con un ‘anima e un cuore. Si può sempre migliorare nella vita e ricominciare, ma per loro è più difficile. Penso che educare in carcere e quindi dare una possibilità ai detenuti di potersi esprimere, di venire ascoltati e di potersi migliorare come persone, sia un lavoro di grande umanità! Complimenti e mi auguro che questo progetto venga accolto in tutti i carceri.

  2. Sibilla Anna Teresa Salvadeo dice:

    Ringrazio Giulia per questo articolo, che in modo discreto ed elegante non solo definisce il ruolo dell’educatore ma dona forza ad ogni gesto quotidiano di chi è impegnato alla cura, grazie

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