Ain’t No Mountain High Enough

Intervista a Claudia Dallari, dirigente medico presso il reparto di rianimazione ed emergenza territoriale dell’Azienda sanitaria locale di Bologna e medico del soccorso alpino italiano con un master in medicina d’emergenza in montagna  

Ho conosciuto Claudia Dallari a Roma, all’ottava edizione di “4words 2025 – Le parole dell’innovazione in sanità” – congresso annuale a cui partecipo regolarmente, promosso dalla Rivista Forward – interessantissimo progetto editoriale de “Il Pensiero Scientifico Editore”, con il supporto del Dipartimento di Epidemiologia della Regione Lazio.  

Affascinato dal suo intervento dal titolo Search and Rescue in ambienti ostili: l’impiego dei droni, nel quale ha parlato – mostrando anche parecchi video – di come le nuove tecnologie, in particolare i droni, possano essere strumenti fondamentali nel soccorso di persone in difficoltà in ambienti ostili, come l’alta montagna o le zone colpite da inondazioni, le ho proposto di raccontarci anche qui sui Sentieri quello di cui si occupa. Nonostante i numerosi impegni professionali, Claudia ha accettato con entusiasmo, e gliene sono sinceramente grato.  

Claudia, tu sei una “classica”, concedimi il termine, anestesista, che lavora in ospedale a Bologna. Tuttavia, fai anche la medica volontaria per il soccorso alpino. Come nasce quella che immagino sia una tua personale passione per la montagna? È arrivata prima la medicina o prima la montagna nella tua vita?  

La montagna è arrivata prima. È stata l’ambiente in cui sono cresciuta. La medicina è venuta dopo, come scelta professionale, ma ho sempre sentito che i due percorsi potessero incontrarsi. Con il Soccorso Alpino ho trovato il punto di sintesi: unire la pratica clinica all’ambiente naturale che conosco da sempre. 

Nel tuo intervento al congresso 4words dove ci siamo conosciuti hai parlato dell’utilizzo dei droni nelle operazioni di soccorso. In che modo questi velivoli pilotati da remoto stanno cambiando la ricerca dei dispersi? 

I droni stanno entrando progressivamente nella pratica operativa. L’abbinamento con tecnologie come termocamere e visori notturni consente di avere una visione dall’alto dell’area di intervento e, in campo aperto, di geolocalizzare con precisione le persone disperse, migliorando la pianificazione e riducendo l’esposizione delle squadre ai rischi connessi all’intervento. Non sostituiscono l’uomo, ma ne ampliano le capacità decisionali. 

Cosa distingue, dal punto di vista sanitario, un intervento facilitato da droni da uno tradizionale? È già possibile misurare l’impatto concreto in termini di vite salvate o complicanze ridotte? 

Al momento i droni vengono impiegati principalmente per riprese e fotografie, ma alcuni test e riscontri pratici dimostrano che, in mani esperte, possiedono un potenziale operativo molto più ampio. In prospettiva potranno trasportare dispositivi salvavita, come un defibrillatore o un kit di primo soccorso, e trasmettere immagini clinicamente rilevanti a supporto delle decisioni sul campo. Sfruttando questo potenziale si potrebbe rendere l’intervento qualitativamente più efficace rispetto a uno tradizionale. 

A 4words a un certo punto ti ho sentita parlare di “cambiamento climatico”. Al momento ammetto di essermi chiesto se avevo sentito bene… e sì, avevo sentito bene e tu hai poco dopo spiegato il nesso tra cambiamento climatico, soccorso e droni. Lo spiegheresti anche qui per i nostri lettori?    

Il cambiamento climatico sta modificando anche i nostri scenari operativi: sempre più frequenti alluvioni, frane ed eventi estremi. Sono contesti instabili e pericolosi per chi interviene. I droni possono effettuare la ricognizione e la “bonifica” preliminare di aree difficilmente accessibili al posto delle squadre di soccorso, riducendo l’esposizione e abbattendo anche i costi legati all’impiego dell’elicottero. Rappresentano uno strumento tecnologico applicato ad un ambiente che cambia più velocemente delle nostre abitudini operative. 

Ha senso immaginare un futuro in cui i droni possano svolgere anche interventi terapeutici autonomi in situazioni isolate? Penso, ad esempio, a rilevazione di parametri vitali, somministrazione di farmaci… ? 

Non parliamo di interventi terapeutici autonomi, ma di supporto logistico avanzato. Esistono già prototipi in grado di trasportare defibrillatori o monitor portatili, e alcune linee guida internazionali stanno includendo questi scenari. La prospettiva concreta è l’utilizzo dei droni per rilevazioni ambientali o recapito di dispositivi salvavita in zone isolate. La sfida sarà integrarli in protocolli clinici sicuri e standardizzati. 

La formazione dei soccorritori è già al passo con questa tecnologia? Oppure serve un cambiamento anche culturale? 

Le potenzialità operative dei droni vanno ben oltre il semplice volo o la visione aerea. Serve una conoscenza mirata delle loro applicazioni per valorizzarli pienamente. Una maggiore consapevolezza porterebbe a integrarli meglio nei soccorsi. 

Fin qui ti ho fatto tante domande su aspetti più tecnologici ma, la nostra rivista si occupa in particolare di Medical Humanities. Non posso quindi esimermi dal cambiare un po’ direzione e portarti verso la componente più “umana” della medicina… e allora, ok i droni ma, mi chiedo, quanto conta ancora oggi la componente umana in un soccorso – che tu ci hai dimostrato essere – così tecnologicamente avanzato? 

La componente umana resta la base del soccorso. Si fonda su valori come volontariato, dedizione e sacrificio. Un drone non può riprodurre la motivazione che spinge a intervenire: questa appartiene a chi soccorre, che mette a disposizione tempo, formazione e competenze per far funzionare l’intero sistema. 

“Componente umana” che nei professionisti della salute è anche quella personale, biografica… ti va, in chiusura, di raccontarci un episodio che ha segnato in modo particolare il tuo modo di vivere il soccorso? 

Porto dentro un ricordo molto semplice di un grande evento: l’alluvione in Emilia-Romagna del 2023. Abbiamo evacuato un’anziana utilizzando una barella specifica per l’acqua, chiusa in un sacco stagno. Non era facile per lei affidarsi a noi in quelle condizioni, ma lo ha fatto. Un momento semplice, ma potentissimo, che mi ha ricordato quanto il soccorso non sia solo tecnica, ma anche relazione umana. 

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