Al letto della bambina malata

Edvard Munch e il dolore che diventa “immagine”

C’è una bambina, malata. È pallida, fiacca, debole. Traspare in lei un forte senso di smarrimento che rende smarriti coloro che la osservano per davvero.

È una bambina dipinta, irrimediabilmente sospesa tra la realtà e l’immaginazione, tra la verità e la finzione. In questo orizzonte di sospensione, la bambina diventa una figura paradossale che insieme conserva e supera entrambi i momenti, il reale e la menzogna, il vero e l’immaginario. È ambedue le cose ma è anche oltre esse, sintesi estrema capace di esprimere tutta la tensione sconvolgente tra l’essere qualcosa di vero e il non essere, tra l’apparire e lo scomparire da un momento all’altro. È dipinta questa bambina, opera d’arte nell’opera d’arte. I suoi lunghi capelli rossi accendono lo sfondo in cui è inserita, conquistando un proprio spazio, unico, nel grigiore tutt’attorno raffigurato. Ha gli occhi aperti, anche se lo sguardo appare assente, forse distante, malinconico, indecifrabile in fondo. Non che esso non tradisca alcuna emozione. Al contrario, il suo sguardo narra, raccoglie in sé pacatezza e turbamento; e ci lascia interdetti, senza parole o senza fiato. Manca il linguaggio. E in questo mancare, emerge nel complesso la messa in scena di ciò che massimamente turba e inquieta: l’assenza, l’indicibile, il non detto, la mancanza. Quella mancanza che tutto rende assurdo, precario e indicibile: una mancanza da abitare, da rispettare, da non violare.

La fanciulla abita uno spazio quasi sacro, aperto, inviolabile. La immaginiamo nella sua camera da letto, nel luogo a lei più familiare, adagiata su quel letto che ormai conosce bene e con cui ha imparato con il tempo, non senza avversità e fatica, a dialogare, come si dialoga con le proprie mani, con il proprio corpo stanco o con le sconfinate stanze della memoria. La immaginiamo lì, anzi la vediamo affondare su un enorme, a dir poco sproporzionato, cuscino bianco sollevato contro la parete. E tutto ciò che sta intorno a lei sembra perdere in un attimo consistenza. Ogni oggetto si ritrae innanzi alla verità della fanciulla: l’alcova, il bicchiere sul comodino, le pieghe delle lenzuola, la sedia accanto al letto. Il dipinto è un trionfo del “tirarsi indietro”. Tutto arretra e tutto tace. Rimane il fulgore di un corpo fragile e la tenerezza del volto pallido, perennemente sospeso tra la vita e l’ombra. Accanto a lei, però, osserviamo un’altra figura femminile, una presenza viva, un’altra opera d’arte nell’opera d’arte. C’è qualcosa in lei che ci è negato o nascosto. A differenza della fanciulla, noi non conosciamo affatto il suo volto, non sappiamo di che colore sono i suoi occhi. Ritorna la mancanza, l’assenza, l’incomprensibile nel senso dell’inafferrabile. Non abbiamo la possibilità di afferrare il volto della donna, noi semplicemente non lo vediamo. Anche qui, manca un linguaggio in grado di comprendere e definire la totalità della scena in modo chiaro e nitido. E anche qui, questo mancare non è il segno di una carenza che può essere potenzialmente colmata, prima o poi, in un futuro prossimo; viceversa, è la traccia di un’esperienza profondamente umana che ci riguarda da vicino e tocca ogni nostra singola fibra.

La donna è chinata sul letto, intimamente raccolta nel proprio dolore, con il capo abbassato. Vediamo i suoi capelli scuri raccolti sulla nuca. Per uno strano gioco di proporzioni, la donna sembra quasi compiere un inchino rivolto alla fanciulla. Il suo corpo curvo, letteralmente spezzato, trasforma la sua presenza in una figura di silenziosa devozione.

È qui che la scena si fa davvero sacra, solenne, degna di essere omaggiata. Come se nel letto della malattia vi fosse qualcosa di sacro, anzi di intoccabile.

È una scena che parla dell’esperienza di cura: non tutto può essere violato, disposto, trasgredito, non tutto può essere risolto o certificato. Le due figure non si guardano, ma nel silenzio e nell’attesa si stringono la mano, incrociandosi nell’attimo divenuto eterno. L’effetto è sorprendente. La piccola, pur fragile e consumata dalla sofferenza, diventa il centro assoluto della scena. L’altra donna invece arretra, prende le distanze, si piega, quasi si annulla. Eppure rimane, resiste alla tentazione di fuggire via, di allontanarsi il più possibile. Nel distacco, rimane. La vulnerabilità è al centro. Come al centro è anche la relazione che si staglia e genera, nella distanza, un nuovo spazio di prossimità che trasforma e annoda le due figure, rappresentazioni plastiche dell’incrocio tra curante e curato. Il dolore della bambina diventa l’occasione di una rinascita, la messa in opera di una relazione curativa, terapeutica, un altro modo di restare mentre tutto attorno si assottiglia sempre di più e scompare. Tremenda e meravigliosa poeticità.

A immaginare e dipingere questa scena è il celebre pittore norvegese Edvard Munch (1863-1944) che, tra il 1885 e il 1927 circa, realizza una serie di dipinti a olio su tela denominati Det syke barn, “La bambina (o la fanciulla) malata”. Munch dipinge l’incomprensibile e l’irrimediabile. Il suo gesto artistico non è affato distaccato dalla realtà.

È un gesto attraversato per intero dal dramma, dal trauma, da un dolore viscerale terribilmente umano.

Quel dolore che colpì la sua famiglia quando lui era ancora un ragazzo, troppo acerbo per sopportare veramente una ferita così immensa; un dolore che lo allontanò per sempre dall’adorata sorellina Johanne Sophie, scomparsa all’età di quindici anni dopo molte sofferenze causate da una tubercolosi. Tutta l’opera di Munch – e in particolare la serie che ha come soggetto centrale la “bambina malata” – è il tentativo di lasciare riemergere (e non cancellare o mascherare) il trauma nella vita per dare a esso un “senso” o una poeticità rammemorante che si coglie quale “fenomeno espressivo”.

Nel dipinto, le due figure umane rimangono annodate, situate, stanno lì, ci interrogano e non smettono di farlo. Certo, non c’è nessuna rassicurazione e nessun vero conforto che sappia imporsi come antidoto al male del mondo. E non c’è nessun eroismo o pietismo.

Tremiamo dinanzi al corpo della bambina inferma e ricapitoliamo, ancora una volta e sempre, nell’abisso della nostra esistenza, nelle nostre verità più profonde, quelle più intime.

Munch, però, non si limita a dipingere la malattia in sé e per sé o il soggetto malato; dipinge, molto di più, un’atmosfera, un’esperienza vissuta, un’impressione che sconvolge tutto come un urto che distrugge e salva indistintamente. È questo il dono di un artista che, tramutando il dramma in impresa pittorica, ci offre la possibilità di interrogarci e, di conseguenza, metterci in discussione per scoprire qualcosa in più su di noi, sulla nostra (o sulle nostre) identità. Dinanzi alla bambina malata, dinanzi alla relazione che trasforma e decostruisce il dolore, non siamo più quelli di prima. Siamo turbati, cambiati, modificati. L’arte ci insegna – anzi ce lo mostra – che la verità è sempre una questione aperta. Dove il dolore diventa immagine.

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2 risposte a “Al letto della bambina malata”

  1. Sergio Poddighe

    Quello di Munch è un esempio preciso di come l’arte possa essere un’esperienza di abreazione. L’artista non parte dal presupposto che l’opera debba essere solo un prodotto estetico per il pubblico: è piuttosto animato da una spinta egoistica, utile all’elaborazione di traumi personali. Una forma privata di autoterapia, che finisce per risuonare nella mente dell’osservatore. Parlo da pittore che ha dato vita a un ciclo intitolato «Traumaturgia»: una serie di lavori che partono dalla scomparsa di mio padre, morto quando avevo cinque anni.

    1. Danilo Serra

      Gentile Sergio,
      grazie per la lettura dell’articolo e per aver voluto condividere questa sua interessante riflessione/osservazione. Buon lavoro artistico.

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2 pensieri su “Al letto della bambina malata

  1. Sergio Poddighe dice:

    Quello di Munch è un esempio preciso di come l’arte possa essere un’esperienza di abreazione. L’artista non parte dal presupposto che l’opera debba essere solo un prodotto estetico per il pubblico: è piuttosto animato da una spinta egoistica, utile all’elaborazione di traumi personali. Una forma privata di autoterapia, che finisce per risuonare nella mente dell’osservatore. Parlo da pittore che ha dato vita a un ciclo intitolato «Traumaturgia»: una serie di lavori che partono dalla scomparsa di mio padre, morto quando avevo cinque anni.

    • Danilo Serra dice:

      Gentile Sergio,
      grazie per la lettura dell’articolo e per aver voluto condividere questa sua interessante riflessione/osservazione. Buon lavoro artistico.

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