Ancora Čechov?

Riflessioni sulla ripubblicazione di alcuni racconti in nuova traduzione

Quando, di recente, in libreria ho notato che l’editore Neri Pozza ha riproposto una nuova raccolta di sei racconti di Anton Čechov – La vita è orribile e meravigliosa – nella nuova traduzione di Sophia Simo, arricchita da un’introduzione di Paolo Nori, scrittore e tra i più attenti conoscitori della letteratura russa, ho subito pensato di chiamare Tiziano Cornegliani, che sui Sentieri, l’anno scorso, aveva già dedicato tre interventi (III, III) ai racconti del grande medico, scrittore e drammaturgo russo, proponendogli di riprendere e proseguire quel percorso di lettura proprio a partire da questa nuova pubblicazione.

Nicolò S. Centemero

Pur avendo letto chissà quante volte i sei racconti contenuti in questa nuova pubblicazione di Neri Pozza, La vita è orribile e meravigliosa, non ho resistito alla tentazione di ri-leggerli.

L’operazione dell’editore vicentino ha un suo interesse perché i primi tre (ed è su questi che mi soffermerò) hanno gli stessi personaggi e sono un po’ l’uno il seguito dell’altro, hanno insomma un aggancio tra loro, cosa rarissima nei racconti cechoviani. Il primo si intitola L’uomo nell’astuccio, è un racconto del 1898. A una prima lettura può sembrare anacronistico, non più attuale, ma non è così. Racconta di un professore di liceo, un tale Bèlikov, insegnante di greco, che ha una gran paura della vita, del nuovo, di «ciò che può succedere, accadere» e si rifugia per questo in una sorta di nicchia.

Era conosciuto perché, anche col bel tempo, usciva sempre con calosce, ombrello e, senz’altro, anche un caldo cappotto imbottito. Il suo ombrello aveva una custodia, il suo orologio aveva una custodia di pelle scamosciata, e quando prendeva il temperino per fare la punta alla matita, persino il temperino aveva una piccola custodia; e il viso, anche quello sembrava fosse in una custodia perché lo nascondeva di continuo nel colletto rialzato. Portava degli occhiali scuri e una camicia di maglia, si tappava le orecchie con l’ovatta e, quando saliva su una carrozza, ordinava di chiudere il tetto. In poche parole, quest’uomo aveva un desiderio costante e irresistibile di chiudersi in un involucro, di crearsi, per così dire, un astuccio che lo isolasse e proteggesse dalle influenze esterne. La realtà lo infastidiva, lo spaventava e gli causava un’ansia continua, perciò, forse per giustificare questa sua timidezza e avversione per il presente, elogiava sempre il passato e ciò che non era mai stato; e le lingue classiche che insegnava erano per lui, in sostanza, proprio come le calosce e l’ombrello, il suo rifugio dalla vita reale.

Queste sue ubbie danno un gran fastidio a tutti, a partire dai suoi colleghi, che lo sentono come un peso anche perché blocca tutte le loro iniziative, persino la loro voglia di vivere, di essere allegri. Così quando il poveretto muore – non sto a farla lunga e a spiegare il come e il perché – apparentemente ne sono tutti felici e contenti, quel peso se ne è andato, ora sono liberi. Ma non è passata neanche una settimana dall’averlo seppellito che il buon umore sparisce.

«La verità era che avevamo sì seppellito Belikov, ma quanti altri uomini nell’astuccio rimanevano, e quanti ce ne saranno ancora!»

«Ecco, sì, è proprio così» disse Ivan Ivanyč e si accese una pipa.

«Quanti ce ne saranno ancora!» ripeté Burkin. […]

«Ecco, sì, è proprio così», ripeté Ivan Ivanyč. «E invece il fatto che viviamo in città, nell’afa, stretti, scriviamo cose inutili e giochiamo a vint, non è forse questo un astuccio?».

Ecco, il tema del racconto è questo, ed è qui la sua modernità: viviamo tutti (quasi tutti) in un astuccio. Ora non saranno più le galosce, le fodere, il bavero, ma sono le nostre case, spesso anguste, in cui ci rifugiamo dalla realtà.

Sono le nostre città, soffocate dal cemento, così lontane dalla natura. Sono i nostri uffici, magari anche una corsia di ospedale in cui passiamo tutto il giorno per poi appunto uscirne per andare a rintanarci nelle nostre case, nel nostro guscio, con una gran paura di ciò che succede fuori: la guerra, le crisi, la criminalità. Mi sembra un tema molto, molto attuale.

Il secondo racconto è L’uva spina. Siamo in casa di Alëchin, dove i due amici protagonisti del primo racconto si sono rifugiati per ripararsi da un temporale. Sono fradici e la bella Pelageja, la serva di casa, «dalla pelle così delicata e morbida», prepara loro il bagno, per poi servirgli tè e marmellata. Così riscaldati, rifocillati, i tre si abbandonano sulle poltrone e qui è Ivan Ivànyč che inizia a raccontare. Riporta della fissazione di suo fratello, un grigio impiegato statale, a possedere una piccola tenuta da qualche parte sulla riva di un fiume o di un lago, in campagna. E farci crescere l’uva spina. A questo scopo mette da parte ogni soldo che gli avanza da una vita grama, condotta con estrema parsimonia. «Mangiava poco, beveva poco, si vestiva Dio sa come ed era tremendamente tirchio». Arriva persino a sposare una vedova vecchia e brutta al solo fine, alla sua morte, di ereditare il patrimonio. E così, dopo tanti anni, arriva finalmente a potersi comprare una piccola tenuta. Niente di che, a dire il vero, basti pensare che l’acqua che ci scorre accanto «aveva lo stesso colore del caffè perché il podere aveva una fabbrica di mattoni da un lato e un crematoio dall’altro». Ma a lui basta, comincia comportarsi come un vero e proprio possidente, vorrebbe che i contadini lo chiamassero “vostra signoria” e si dà delle arie. E naturalmente coltiva l’uva spina, che poi mangia ingordamente. Si alza persino la notte per prenderne un acino alla volta

Un giorno il fratello va a trovarlo e vede tutto questo, vede – nonostante la realtà sia ben altra – «un uomo felice, il cui più caro sogno si era avverato in modo tanto evidente, un uomo che aveva raggiunto l’obiettivo della sua vita e ottenuto ciò che voleva, un uomo che era soddisfatto del proprio destino e di sé stesso». E ciò gli scatena una riflessione che è il cuore del racconto:

Io riflettevo: quante persone soddisfatte e felici ci sono in realtà! Che forza schiacciante è questa! Guardate questa vita: l’insolenza e l’ozio dei potenti, l’ignoranza e la bestialità dei deboli, tutt’intorno una povertà insopportabile, angustia, degenerazione, alcolismo, ipocrisia, fandonie… Nel frattempo, in tutte le case e per le strade c’è calma, silenzio; in città, di cinquantamila abitanti, non ce ne è uno che gridi, che esprima la propria indignazione a alta voce. Noi vediamo di quelli che vanno al mercato a fare la spesa, che di giorno mangiano e di notte dormono, che dicono le loro sciocchezze, si sposano, invecchiano e portano bonariamente i propri defunti al cimitero, ma non vediamo né sentiamo quelli che soffrono, e ciò che di terribile c’è della vita accade da qualche parte dietro le quinte. Tutto tace, tranquillo, e a protestare è solo una muta statistica: tanti sono impazziti, tanti secchi sono stati bevuti, tanti bambini sono morti di fame… e tale ordine è, evidentemente, necessario; evidentemente chi è felice si sente bene soltanto perché gli infelici portano il proprio fardello in silenzio, e senza tale silenzio la felicità sarebbe impossibile. È uno stato di ipnosi generale. Bisognerebbe che dietro la porta di ogni uomo soddisfatto e felice ci fosse qualcuno con un martello che, battendo sulla porta, gli ricordasse dell’esistenza degli infelici e che non importa quanto lui sia felice in quel momento, la vita prima o poi gli mostrerà i suoi artigli e una disgrazia si abbatterà su di lui: malattia, povertà, perdite, e allora nessuno lo vedrà o sentirà, così come lui ora non vede e non sente gli altri. Ma l’uomo col martello non esiste, chi è felice vive tranquillo, e le piccole preoccupazioni quotidiane lo turbano poco, come il vento fa con i pioppi, e tutto va bene.

Per poi prorompere in un’implorazione, un appello all’amico lì presente, ma che è in realtà una supplica a tutti, forse l’unica cosa che potrebbe giustificare le nostre vite:

«Pavel Konstantinyč», lo supplicò, «non calmatevi, non addormentatevi! Finché siete giovane, forte e pieno di energie, non stancatevi di fare del bene! La felicità non esiste e non deve esistere, ma se mai ci sia un senso e uno scopo nella vita, allora tale senso e tale scopo non consistono assolutamente nella nostra felicità, ma in qualcosa di più grande e sensato. Fate del bene!».

Nel terzo racconto si parla Dell’amore. Questa volta, a dare spunto alla narrazione è l’amore che la bella e dolce Pelageja (sì la serva di casa di cui sopra), porta al cuoco, un beone e un violento che quando è ubriaco arriva a picchiarla. Ma come è possibile, si domandano i tre amici, che una donna così si sia innamorata «di quel brutto ceffo di Nikamor»? Sono i misteri dell’amore, concludono i tre, per il quale non c’è una logica universale, ma anzi «come dicono i dottori» occorre spiegare ogni caso singolarmente, senza cercare di generalizzare.

È allora che Alëchin, il padrone di casa, racconta. E racconta di sé, di quando venne nominato giudice di pace onorario, il che gli diede la possibilità di uscire di tanto in tanto dalla sua routine (la gestione del podere) e di conoscere un certo Luganovič, il vicepresidente del tribunale distrettuale. Viene spesso invitato a casa di questi e della moglie, Anna Alekseevna, una donna giovane, bellissima, buona, colta, affascinante. Va da sé che subito se ne innamora, con ogni probabilità ne è anche ricambiato, ma ovviamente non si espone per rispetto dell’amico, per non rovinare il matrimonio dei due. Si limita ad andare sempre più spesso a trovare i Luganovič. Alëchin però non può non comprendere:

il mistero di questa donna giovane, bella e intelligente che aveva sposato un uomo non interessante, quasi un vecchio e da lui aveva avuto dei figli; di comprendere il mistero di quell’uomo non interessante, bonaccione, sempliciotto che ragionava con un noiosissimo buon senso e ai balli e alle feste si circondava di persone serie, era fiacco, superfluo, con un’espressione docile e indifferente, come se lo avessero portato al mercato per venderlo, un uomo che però credeva nel suo diritto di essere felice, di avere dei figli da lei; e continuavo a sforzarmi di comprendere perché lei avesse incontrato proprio lui e non me, e perché fosse dovuto accadere quell’errore tremendo nelle nostre vite.

E così gli anni passano, e i due continuano a non rivelarsi l’uno all’altra. Col tempo, anzi, pare quasi che lei nutra verso di lui una vera e propria irritazione per il non essersi mai dichiarato, «era di cattivo umore e consapevole della sua vita poco soddisfacente e sprecata, aveva momenti in cui non voleva vedere né il marito né i figli. Era già in cura per esaurimento nervoso».

Ma «purtroppo o per fortuna, in questa vita non esiste niente che non sia destinato a finire, prima o poi».

Ed è così che Lugànovič viene nominato presidente di uno dei governatorati vicini alla Polonia e per lui e la sua famiglia si impone il trasferimento. Anna decide tuttavia di partire anzitempo per la Crimea, dove i medici le avevano suggerito di andare per curarsi. È allora che Alëchin accompagna al treno Anna Alekseevna e sale sulla sua carrozza per mettere sulla mensola un cestino che stava per dimenticare e dovette dirle addio.

Lì, nello scompartimento, quando i nostri sguardi si incontrarono, la forza mentale abbandonò entrambi: io l’abbracciai, lei premette il viso contro il mio petto e le lacrime iniziarono a scenderle dagli occhi; mentre le baciavo il viso, le spalle e le mani bagnate di lacrime – oh, come eravamo infelici! – le confessai il mio amore, e con un dolore lancinante al cuore, capii quanto fosse stato inutile e ingannevole tutto ciò che ci aveva impedito di amarci. Capii che, quando si è innamorati, nei ragionamenti sull’amore bisogna partire o da ciò che è più alto e importante della felicità e dell’infelicità, del peccato e della virtù nel loro significato diffuso, oppure non bisogna ragionare affatto.

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