Anton Čechov, “La corsia n. 6”: quando è il medico a diventare il malato
Secondo appuntamento alla (ri)scoperta del grande scrittore russo, maestro insuperabile del genere racconto
11 Agosto 2025 – Psichiatria, Arte, Dolore, Libertà, Medical Humanities, Morte, Narrazioni, StoriaTempo di lettura: 14 minuti
11 Agosto 2025
Psichiatria, Arte, Dolore, Libertà, Medical Humanities, Morte, Narrazioni, Storia
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Per questo secondo appuntamento con Čechov (qui il primo, pubblicato nel mese di febbraio) ho pensato a un racconto tra i più famosi del grande scrittore russo e – visto il contesto – ho pensato anche a un racconto che gravitasse intorno alla figura del medico (ricordiamo che anche Čechov era medico). Si tratta de La corsia (o, in altre traduzioni, Il reparto) n. 6. Si dice addirittura che fosse una delle letture preferite di Stalin: leggendolo, pare avesse l’impressione di trovarsi lui stesso dentro quel reparto.
Insomma, se queste pagine riuscivano a fare breccia nel cuore di Stalin (ammesso che ne abbia avuto uno), figuriamoci cosa può suscitare la sua lettura in noi,
che si spera un cuore ce l’abbiamo, un cuore che batte e pulsa non solo per noi stessi ma per chi ci sta vicino, per chi amiamo, per chi curiamo se ci è dato di fare il medico.
Il racconto è ambientato, come del resto si evince dal titolo, in un ospedale, un reparto psichiatrico. Inutile dire (immaginiamo cosa potesse essere nella Russia dell’Ottocento un reparto psichiatrico) che il contesto è quanto mai squallido:
Il suo tetto è arrugginito, il comignolo è mezzo crollato, i gradini della scala d’ingresso sono marciti e invasi dall’erba, e dell’intonaco non sono rimaste che tracce. […] Lungo i muri e accanto alla stufa sono ammucchiate intere montagne di ciarpame ospedaliero. Materassi, vecchie vesti da camera a brandelli, calzoni, camicie a righe azzurre, scarpe logore, inservibili; tutto questo stracciume gettato alla rinfusa, calpestato, ammassato a mucchi, marcisce ed emana un odore soffocante.
In questo lurido, fatiscente reparto, seduti o sdraiati su letti avvitati al pavimento, con indosso vesti di ospedale strappate e berretti da notte, stanno «i pazzi». Sono solo cinque, invero, sorvegliati dal guardiano Nikìta, la cui espressione ricorda quella di un pastore della steppa, che per portare ordine non conosce altro modo se non quello di picchiare i cinque infelici. Čechov ce li presenta uno a uno, soffermandosi in particolare sulla figura di Ivàn Dmitrič Gròmov. Morto il fratello, arrestato per falso e peculato il padre, che poi ne morì, il giovane Ivàn precipita in breve tempo da una condizione benestante di studente universitario nella miseria più nera, arrivando infine a manifestare un’evidente mania di persecuzione.
Sapeva di non avere sulla coscienza alcuna colpa e poteva garantire che anche in avvenire non avrebbe né ucciso né incendiato né rubato; ma è forse difficile commettere un delitto fortuitamente, senza volere, e non è forse possibile una calunnia e, infine, un errore giudiziario? Non per nulla, infatti, la secolare esperienza popolare insegna che nessuno è al sicuro dalla sacca del mendicante e dalla prigione.
Ed è proprio per il peggiorare di tale mania di persecuzione che Ivàn Dmitrič è stato ricoverato nella corsia n. 6. Nulla hanno potuto la sua intelligenza o le sue infinite letture, tutto travolto da troppe traversie e difficoltà («sembrava che tutta la violenza del mondo si fosse abbattuta sulla sua schiena e lo perseguitasse»).
Ogni tanto, nel reparto, si fa vedere un medico, cui ne è stata assegnata la responsabilità. È il dottor Andrèj Efìmyč Ràgin, un medico che ha una filosofia curiosa per la quale l’esercizio della medicina gli è venuto a noia e gli pare inutile:
Oggi visiti trenta malati, e l’indomani eccone arrivare trentacinque, dopodomani quaranta, e così di giorno in giorno, di anno in anno, ma la mortalità in città non diminuisce, e i malati non cessano di arrivare. Prestare seria assistenza ai quaranta malati che vengono a farsi visitare dalla mattina fino all’ora di pranzo è fisicamente impossibile, quindi, senza volerlo, si inganna il prossimo. Se nel corso dell’anno si sono ricevuti dodicimila malati, vuol dire, ragionando alla buona, avere ingannato dodicimila persone. […] E poi, perché impedire agli uomini di morire, se la morte è la fine normale e legittima di ognuno? Che vantaggio se ne ha se un mercante, o un funzionario, vive cinque o dieci anni di più?
Si riconosce nello stoicismo ed è pervaso dal senso di vanità del tutto:
– Oh, perché l’uomo non è immortale? A che scopo i centri nervosi e le circonvoluzioni cerebrali, a che scopo la vista, la parola, la coscienza, il genio, se tutto questo è destinato a tornare alla terra e, alla fin fine, a raffreddarsi insieme con la crosta terrestre e poi, per milioni di anni, a ruotare senza senso e senza scopo con la terra intorno al sole? Perché si raffreddasse e poi ruotasse così, non era affatto necessario creare l’uomo dal nulla con un’intelligenza tanto elevata, quasi divina, e poi, quasi per derisione, trasformarlo in argilla.
Inutile dire che, sostenuto da una simile filosofia, in reparto il dottor Andrèj Efìmyč Ràgin si faceva vedere ben poco. In una delle rare visite, incontra Ivàn Dmitrič, visibilmente agitato, che si lamenta della detenzione. E anche a lui somministra la sua filosofia con l’intento di fargli capire che in fondo la sua condizione non è molto diversa da quella degli altri uomini:
– Siete un uomo che pensa e medita. In qualsiasi ambiente potete trovare pace in voi stesso. Un pensiero libero e profondo che tende alla comprensione della vita e un totale disprezzo per la stupida vanità del mondo: ecco i due beni più alti che l’uomo abbia mai conosciuto. E voi li potete possedere, anche se vivete di là da tre grate. Diogene viveva in una botte, tuttavia era più felice di tutti i re della terra. […] Tra un tiepido, comodo studio e questo reparto non c’è alcuna differenza. La pace e la contentezza dell’uomo non sono fuori di lui, ma in lui stesso. […] Il freddo, come in genere qualsiasi dolore, si può non sentirlo.
Marco Aurelio disse: «Il dolore è una rappresentazione viva del male: fa’ uno sforzo di volontà per modificare questa rappresentazione, allontanala, smetti di lamentarti e il dolore sparirà».
Invano, Ivàn Dmitrič ribatte con considerazioni che certo da pazzo non sono e allo stoicismo del dottore si oppone con un’appassionata difesa della sua condizione di uomo, fatto di sangue caldo e di nervi:
– Il vostro Diogene era un babbeo. Perché mi parlate di Diogene e di non so quale comprensione? Io amo la vita, l’amo appassionatamente! Io soffro di mania di persecuzione, di una continua tormentosa paura, ma ci sono dei momenti in cui mi afferra la sete di vivere, e allora temo d’impazzire. Ho una voglia terribile di vivere, terribile! […] E voi, con quale fondamento predicate queste cose? Siete voi un saggio, un filosofo? […] Forse che avete sofferto qualche volta? Avete una nozione delle sofferenze? […] In tutta la vostra vita, nessuno vi ha mai toccato con un dito, nessuno vi ha terrorizzato né picchiato; voi siete sano come un toro. Siete cresciuto sotto le ali di vostro padre e avete studiato a sue spese, e poi subito avete acciuffato una sinecura. Da più di vent’anni abitate in un alloggio gratuito, con riscaldamento, illuminazione e persona di servizio, avendo inoltre il diritto di lavorare come e quando vi fa comodo, e anche di non far nulla. Siete per natura un uomo pigro, fiacco, e perciò avete cercato di sistemare la vostra vita in modo che nulla vi disturbasse né vi smuovesse dal vostro posto. Le vostre funzioni le avete cedute all’aiuto medico e a tutta l’altra gentaglia, e voi siete rimasto al caldo e in pace, avete ammucchiato denaro, leggiucchiato libri, vi siete dilettato con ragionamenti su varie, sublimi scempiaggini e prendendo sbornie. In una parola, la vita non l’avete mai vista, non la conoscete affatto e della realtà avete una conoscenza solo teorica. Ma disprezzate le sofferenze e non vi meravigliate di nulla per una semplicissima ragione: la vanità delle cose, il disprezzo esteriore e interiore della vita, delle sofferenze e della morte, la comprensione, il vero bene, tutto questo è filosofia, la più confacente al fannullone russo. Voi vedete, per esempio, un contadino picchiare la moglie. Perché intervenire? La picchi pure, tanto tutti e due moriranno prima o poi; e chi batte, in fondo, non offende colui che riceve le sue percosse, ma sé stesso. Ubriacarsi è stupido, è indecoroso, ma se si beve si muore e se non si beve si muore lo stesso. Viene una donna, le fanno male i denti… Ebbene? Il dolore è una rappresentazione del male, e inoltre senza malattie non si può vivere a questo mondo, e tutti dobbiamo morire, e perciò vattene via, o donna, e non impedirmi di pensare e di bere la vodka. Un giovane vi chiede un consiglio su cosa fare, su come vivere; prima di rispondere, un altro rifletterebbe, ma voi avete già pronta la risposta: sforzati di comprendere, oppure tendi al vero bene. Ma che cosa è questo fantomatico «vero bene»? Non c’è risposta, naturalmente. Quanto a noi, ci tengono qui dietro una grata, ci fanno marcire, ci torturano, ma questa è cosa buona e ragionevole, perché tra questo reparto e un tiepido studio accogliente non c’è alcuna differenza. È una filosofia comoda: non c’è nulla da fare, la coscienza è pura, e ci si sente saggi… No, signore, questa non è filosofia, non è pensiero, non è larghezza di vedute, ma pigrizia, fachirismo e torpore… Voi disprezzate le sofferenze, ma io credo che, se vi schiacciaste un dito in una porta, urlereste a squarciagola!
Il contraddittorio piace molto al dottore che si convince che Ivàn Dmitrič è uno con cui si possa discorrere e ragionare. E così comincia a frequentare il reparto sempre più spesso. La cosa, ovviamente, insospettisce, e in particolare il dottor Chòbotov, medico del distretto e suo aiutante, peraltro desideroso di prendere il suo posto. Andrèj Efìmyč viene persino convocato da una commissione designata a far luce sulle sue capacità intellettuali e gli viene chiesto di dare le dimissioni. Si ritrova così senza lavoro e senza soldi (non gli è stata neppure riconosciuta la pensione), prende una camera in affitto presso una signora, la borghese Belova. Diventa solitario, scontroso, irascibile. Indispettito dalle loro chiacchiere e dalle loro false attenzioni sbotta contro due amici che erano venuti a trovarlo, cacciandoli. Subito si rimprovera e ne prova vergogna, chiedendosi dove fosse finita tutta la sua intelligenza, e il tatto, e la comprensione delle cose e l’indifferenza filosofica. Ma la misura, ormai, è colma. Una sera, con il pretesto di un consulto, Chòbotov lo accompagna alla corsia n. 6 e poi se ne va, consegnandolo di fatto al guardiano Nikìta che di lì a breve lo farà spogliare nudo e gli darà una camicia lunga e una veste da camera dall’odore di pesce affumicato.
– Fa lo stesso… – pensava Andrèj Efìmyč, avvolgendosi pudicamente nella veste da camera e sentendo che nel suo nuovo vestito somigliava a un detenuto. – Fa lo stesso… Fa lo stesso, che sia il frac, la divisa o questa veste d’ospedale…
Ma l’orologio? E il taccuino degli appunti che stava nella sua tasca laterale? E le sigarette? Dove Nikìta avrà portato i vestiti? Ora, forse, fino alla morte non gli sarebbe più accaduto di infilarsi i pantaloni, il panciotto e gli stivali. Andrèj Efìmyč anche adesso era convinto che tra la casa della Belova e la corsia n. 6 non ci fosse alcuna differenza, che tutto a questo mondo è assurdità e vanità delle vanità, ma nondimeno gli tremavano le mani, i piedi gli si gelavano e lo angosciava il pensiero che presto Ivàn Dmitrič si sarebbe alzato e avrebbe veduto che anch’egli era in veste da camera. Si alzò, fece qualche passo e tornò a sedere.
Ecco, è là seduto già da mezz’ora, da un’ora, e gli è venuta una noia da morire; possibile che lì si possa vivere un giorno, una settimana e perfino degli anni, come quegli uomini? Ed ecco che si è seduto di nuovo, ha camminato un po’ ed è tornato a sedere; si può andare a guardare dalla finestra e camminare di nuovo da un angolo all’altro. E poi? Starsene sempre seduto così, come una statua, e pensare? No, questo non è possibile.
Ivàn Dmitrič si sveglia e lancia uno sguardo pigro al dottore, senza comprendere, ma poi il suo volto diviene cattivo e sarcastico.
– Ah! anche voi hanno ficcato qui! – proferì con la voce rauca del dormiveglia, strizzando un occhio. – Felicissimo. Un tempo avete succhiato il sangue alla gente e ora lo succhieranno a voi. Magnifico!
Invano il dottore dice che si tratta di un equivoco… Travolto dalla disperazione, si aggrappa con le due mani alla grata e a tutta forza la scuote. Poi, va verso il letto di Ivàn Dmitrič e vi si siede: «Mi son perduto d’animo, mio caro», prova a giustificarsi il dottore, e lui, beffardo: «E voi filosofeggiate un poco». Poi cerca di uscire, chiede a Nikìta di aprirgli la porta, ma per tutta risposta questi lo colpisce violentemente in viso con il pugno:
Ad Andrèj Efìmyč parve che un’enorme ondata salata lo avesse sommerso dalla testa ai piedi e trascinato verso il letto; in realtà egli sentiva in bocca un sapore di salato: probabilmente, gli era venuto sangue dai denti. Agitò le braccia come se volesse nuotar via, si aggrappò al letto di qualcuno, e intanto sentì che Nikìta lo colpiva due volte alla schiena.
Ivàn Dmitrič gettò un alto grido. Probabilmente stavano picchiando anche lui.
Poi tutto tacque. La fioca luce della luna filtrava attraverso le grate e sul pavimento si era posata un’ombra simile a una rete. Era terribile. Andrèj Efìmyč si coricò e trattenne il respiro; si aspettava sgomento che lo picchiassero ancora. Era come se qualcuno avesse preso una falce, gliel’avesse affondata nel corpo e rigirata più volte nel petto e nelle viscere. Dal dolore morse il guanciale e strinse i denti, e a un tratto nella sua testa, in mezzo al caos, gli balenò chiaro in mente il terribile e intollerabile pensiero che un dolore esattamente uguale dovevano aver provato per anni, un giorno dopo l’altro, quegli uomini che ora, nella luce della luna, parevano nere ombre. Come era potuto accadere che nel corso di oltre vent’anni egli non l’avesse saputo o non l’avesse voluto sapere? Egli non sapeva, non aveva avuto nozione del dolore, dunque non era colpevole, ma la coscienza intrattabile e rude, al pari di Nikìta, lo fece raggelare dalla testa ai piedi. Balzò su, voleva gridare con tutte le forze e correre al più presto a uccidere Nikìta, poi Chòbotov, il custode e l’aiuto medico, poi sé stesso, ma dal petto non gli uscì un solo suono e le gambe non gli obbedirono; ansimando, si strappò sul petto la veste da camera e la camicia, e cadde privo di sensi sul letto.
È davvero troppo per lui, così fragile, così debole («Io ero indifferente, ragionavo in modo ardito e sano, ma è bastato che la vita mi sfiorasse rudemente perché mi perdessi d’animo… fossi colto da prostrazione… Siamo deboli noi, siamo gente da nulla…»). La sera del giorno dopo Andrèj Efìmyč muore di un colpo apoplettico.
Come già detto, il racconto è celeberrimo e infinite sono le letture critiche dello stesso, a partire da una denuncia delle condizioni in cui vivono i malati di mente nei manicomi.
C’è poi l’influenza del periodo storico: gli anni in cui è stato scritto il racconto La corsia n. 6 sono quelli che videro, in Russia, la reazione dei vecchi ceti cui seguì l’uccisione di Alessandro II. Il fatalismo russo ne uscì rafforzato e non a caso nel racconto si trovano molti riscontri di questo fatalismo. Ma, nello stesso tempo, si coglie anche una tensione verso una società migliore che un giorno verrà e che non porterà con sé né manicomi né prigioni, ma sarà invece dedita alla ricerca della verità. Almeno queste erano le sue speranze, le sue aspettative…
Natalia Ginzburg, in una mirabile sintesi del racconto, scriveva: «Da anni il medico accettava tutto, passava indifferente in mezzo alla sporcizia dell’ospedale, fra i malati nell’abbandono e gli infermieri brutali, e non cercava altro piacere che il sonno, la vodka e i cetrioli salati. D’improvviso in compagnia del pazzo scopre l’ansia della conoscenza. La sua anima si sveglia e chiede un mondo migliore. Così egli finisce a sua volta nel padiglione dei pazzi» [1]. Altro tema è la capacità di minimizzare il dolore altrui finché non tocca noi;
Shakespeare avrebbe detto: «Chiunque può sopportare un dolore tranne chi ce l’ha».
Nota dell'autore
[1] Profilo biografico di Anton Čechov, a cura di Natalia Ginzburg, in: Anton Čechov. Vita attraverso le lettere. Einaudi, Torino, 1989.
Le citazioni riportate, con qualche modifica, sono tratte dell’edizione Mursia dei Racconti di Čechov del 1969 (terza edizione, sulla prima del 1963), curata da Eridano Bazzarelli, ormai “fuori diritti”.
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