“Curare i curanti” oltre la retorica del benessere

Il becco del pellicano

Se si vuole sottrarre l’espressione “curare i curanti” alla retorica contemporanea del wellness, occorre anzitutto definirla in modo più severo. Nella grande letteratura medico-scientifica non esiste una formula canonica univoca, ma esiste una convergenza sostanziale: in JAMA la cura del medico viene proposta come obbligazione morale della pratica sanitaria; The Lancet ha definito il benessere del medico un indicatore di qualità mancante; il New England Journal of Medicine ha invitato a trattare il malessere psicologico dei clinici come un danno prevenibile, e non come una fatalità privata del mestiere. Ne deriva che “curare i curanti” non può voler dire semplicemente offrire loro tecniche di sollievo; deve significare, più radicalmente, proteggere la loro integrità professionale, psicologica e morale, perché da essa dipendono, insieme, qualità della cura, sicurezza dei pazienti e tenuta del sistema sanitario.

Proprio per questo il lessico del solo burnout rischia di essere troppo stretto. Se il burnout viene definito come fenomeno occupazionale connesso a stress lavorativo cronico non efficacemente gestito, una parte rilevante della sofferenza dei curanti resta fuori campo. Per molti professionisti, soprattutto nei contesti ad alta esposizione umana – terapia intensiva, geriatria, cure palliative, psichiatria, servizi per la disabilità, medicina d’urgenza – la sofferenza primaria nasce dal contatto reiterato con la vulnerabilità concreta dell’altro: con la persona gravemente malata, con la persona disabile, con la persona demente, con la persona che si avvicina al morire.

La fatica del curante non è quindi soltanto organizzativa: è anche relazionale, morale ed esistenziale.

A tale ferita primaria si aggiungono poi, spesso come aggravanti o come fattori di cronicizzazione, le insufficienze dell’etica organizzativa, il rapporto con superiori incapaci di contenere e riconoscere, la mancanza di rispetto intercollegiale, l’impoverimento del tempo clinico e la solitudine decisionale. È in questo quadro che termini come mindfulness, yoga e compassione proattiva devono essere sottratti al loro uso promozionale e definiti con rigore. La mindfulness, secondo la formulazione ormai classica, indica una forma di consapevolezza che nasce dal prestare attenzione in modo intenzionale, al momento presente e in maniera non giudicante. Non coincide dunque con un generico rilassamento, ma con una disciplina dell’attenzione e della risposta emotiva. Lo yoga, nelle definizioni oggi accolte in ambito sanitario, è una pratica integrata mente-corpo che combina posture, respirazione, meditazione e rilassamento. Quanto alla compassione, la definizione scientifica più solida non la riduce né all’empatia né alla benevolenza astratta, ma la descrive come sensibilità alla sofferenza propria e altrui accompagnata dall’impegno a cercare di alleviarla e prevenirla. Parlare di compassione proattiva può dunque essere concettualmente lecito se con ciò si intende la sua dimensione operativa: non il semplice sentire con l’altro, ma il muoversi verso la sua sofferenza con un’intenzione di sollievo e di prevenzione.

Tuttavia proprio qui si impone la necessità di uno sguardo critico. La questione non è tanto se mindfulness e yoga siano totalmente inutile, perché la letteratura più recente suggerisce che tali pratiche possono produrre benefici modesti ma reali soprattutto sul piano dello stress percepito, dell’ansia, del sonno e di alcune dimensioni dell’esaurimento emotivo. In alcuni studi, in particolare per la mindfulness, si osservano effetti favorevoli anche su aspetti del burnout. Ma questi risultati devono essere letti con cautela: gli studi sono spesso eterogenei, i protocolli molto diversi tra loro, i campioni relativamente piccoli, i follow-up limitati, e gli outcome talvolta più vicini al distress generale che alla sofferenza morale profonda del curante.

Ne deriva che l’affermazione secondo cui mindfulness e yoga “curano” i curanti appare scientificamente e concettualmente eccessiva. Più corretto sarebbe dire che, in alcuni contesti e per alcuni professionisti, possono attenuare una parte del carico psichico e corporeo della cura, senza per questo toccarne necessariamente il nucleo morale. È qui che la bioetica deve diventare più esigente della psicologia applicata.

Il rischio maggiore non sta nell’utilizzare queste pratiche, ma nel modo in cui le istituzioni le impiegano e le significano.

Quando corsi di mindfulness, sessioni di yoga o training di compassione vengono proposti come risposta quasi naturale al disagio dei professionisti, senza intervenire contestualmente su organici, tempi, carichi, leadership, linguaggi gerarchici, ingiustizie distributive e silenzi istituzionali sul lutto professionale, si produce uno slittamento moralmente problematico. Una sofferenza largamente sistemica viene trattata come un deficit di autoregolazione del singolo. In tal modo il problema non viene negato, ma privatizzato. Si suggerisce al curante di respirare meglio dentro un contesto che continua a ferirlo, quasi che il compito etico principale fosse quello di adattarsi con maggiore eleganza a un ambiente organizzativamente ingiusto.

Da questo punto di vista, la diffusione acritica di mindfulness, yoga e pratiche affini rischia di partecipare a una nuova pedagogia dell’adattamento. La loro funzione diventa allora ambigua: non più solo sostegno eventuale alla presenza clinica, ma dispositivo culturale che converte la sofferenza morale in questione di gestione interiore. Si tratta di una torsione bioeticamente rilevante, perché finisce per oscurare la responsabilità delle istituzioni. Se è vero che il curante può avere bisogno di strumenti per non essere travolto dal dolore dell’altro, è altrettanto vero che nessuna pratica individuale sostituisce il dovere dell’organizzazione di riconoscere, condividere e contenere il peso della cura.

La sofferenza del professionista non è un residuo da smaltire con tecniche di benessere; è un segnale diagnostico sullo stato morale dell’istituzione.

La tesi, allora, deve essere formulata con chiarezza. Mindfulness, yoga e compassione proattiva possono avere un posto nella cura dei curanti, ma un posto secondario, ancillare e ben delimitato. Possono aiutare alcuni professionisti a regolare l’attenzione, a contenere la reattività, a migliorare il sonno, a non identificarsi completamente con il proprio sovraccarico. Ma non possono essere elevate a paradigma della cura dei curanti, né trasformate in risposta sufficiente alla sofferenza di chi lavora accanto alla malattia, alla disabilità, alla demenza e al morire. Una bioetica all’altezza del problema non dovrebbe spiritualizzare questa ferita con lessici rassicuranti, ma nominarla con precisione e redistribuirne la responsabilità.

“Curare i curanti”, oltre la retorica del benessere, significa dunque creare condizioni interiori e istituzionali perché il contatto con la vulnerabilità dell’altro non degeneri né in devastazione privata né in indifferenza difensiva, ma possa rimanere, pur nella sua gravità, uno spazio umano e morale della cura. 

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