Curare la ferita del parto con la scrittura: dal trauma all’empowerment

I tabù della maternità. Un percorso Medical Humanities

Questo contributo fa parte della serie “I tabù della maternità. Un percorso Medical Humanities”, a cura di Laura Lazzari Vosti: nel contributo precedente l’intervista a Isabella Pelizzari Villa.

In questo contributo mi propongo di esplorare l’efficacia della scrittura terapeutica a partire da un’esperienza personale di parto traumatico che risale al 2013.

Oggetto del vissuto è una gravidanza gemellare che è stata segnata da una serie di conflitti irrisolti e si è conclusa con un taglio cesareo subìto in modo passivo. La stesura di un saggio autobiografico (Pelizzari, 2018) ha costituito una tappa essenziale nel percorso di elaborazione di questo evento.

Il libro ha una forma ibrida, composta da una parte diaristica e una parte informativa che espone i risultati delle ricerche stimolate dalle domande che mi sono posta dopo il parto. Esso si inserisce in una «tendenza transnazionale, i cui testi si situano tra l’autobiografia, il saggio e il manuale di auto-aiuto» (Lazzari, 2021, 2023). Un aspetto comune a tali produzioni è che la maternità non è descritta in termini convenzionali o normativi, ma «come esperienza vissuta e interpretata in modo soggettivo, a dipendenza dei desideri, delle circostanze e delle condizioni delle persone coinvolte» (Lazzari Vosti, 2024). Grazie alla scrittura ho potuto analizzare il ruolo dell’ambivalenza, delle aspettative sociali e dei protocolli medici nella mia esperienza traumatica, mettendo in luce in particolare la tensione irrisolta tra il desiderio di autonomia e il bisogno di sicurezza.

Il trauma da parto è stato descritto come un fenomeno complesso, distinguendo tra fattori di rischio legati al parto, precedenti e posteriori (Benzakour et al., 2019). In altre parole, il trauma si verifica in presenza di una somma interattiva di aspetti personali e situazionali, tra cui le esperienze traumatiche pregresse, la capacità di coping della donna, la natura e il decorso del parto, la qualità del supporto ricevuto, le modalità dell’assistenza. Tra i rischi legati alla presa in carico si segnalano in particolare la medicalizzazione dei parti fisiologici, gli interventi eseguiti senza consenso e il paternalismo medico. La perdita di controllo e il senso di impotenza di fronte a una minaccia – reale o percepita – alla propria integrità personale sono tipici delle situazioni traumatiche.

Da una ricerca dell’Ospedale universitario di Losanna (CHUV) risulta che in Svizzera circa una mamma su tre ha un ricordo traumatico del proprio parto (Deforges et al., 2020). Nella popolazione generale circa il 5% dei partner maschili è colpito da un trauma e anche gli operatori possono sviluppare sintomi traumatici, spesso in associazione con un burnout. Nella ricerca del CHUV sono formulate delle raccomandazioni generali per prevenire i vissuti traumatici, come promuovere le competenze relazionali degli operatori, coinvolgere la coppia nelle decisioni mediche, prestare attenzione alle modalità della presa in carico, assicurare la continuità dell’assistenza.

Un parto traumatico può avere effetti a breve e lungo termine sul benessere psicofisico della partoriente, sul legame materno, sullo sviluppo del bambino e sul rapporto di coppia.

Alcune donne manifestano sintomi tipici del PTSD quali lo stato di vigilanza (arousal), i flashback intrusivi e involontari, i disturbi del sonno, l’evitamento, gli accessi di rabbia. Tali sintomi possono essere accompagnati da stati depressivi, sensi di colpa, sentimenti di fallimento o inadeguatezza al proprio ruolo materno. Il contesto familiare e il supporto ricevuto, inoltre, hanno un influsso sul decorso del trauma.

In alcuni casi, il vissuto negativo è associato a forme di “violenza ostetrica”. In questa sede, tale fenomeno è definito dal punto di vista particolare di chi lo subisce (partorienti). Ciò significa che gli atti, le parole, i gesti risultano “violenti” non nelle intenzioni, ma nelle modalità e negli effetti che producono. In genere, le donne riconoscono la volontà di aiuto da parte di chi le assiste e i vissuti negativi non sono il risultato di un atteggiamento negligente.

Dalle testimonianze delle mamme emergono due tipi di “violenza”. Da un lato, l’atto medico è eseguito senza un’indicazione chiara oppure senza che la madre percepisca un effettivo pericolo. A questo proposito, si osserva che anche il non intervento può essere vissuto come traumatico, se non rispetta i bisogni della partoriente. Ciò suggerisce che le evidenze scientifiche devono essere declinate secondo i valori e le preferenze delle singole donne, favorendo la scelta informata ed evitando di imporre un unico modello. Dall’altro lato, la partoriente non è coinvolta nelle decisioni, la procedura medica è messa in atto senza empatia, senza consenso, senza dare spiegazioni o senza presentare i diversi metodi o eventuali alternative. Ciò avviene anche in situazioni di non urgenza.

In uno studio quantitativo della Scuola Universitaria Professionale (SUP) di Berna oltre un quarto delle partecipanti segnala di aver subìto una forma di coercizione durante la presa in carico (Oelhafen et al., 2021). Secondo la continuazione di questa ricerca (Meyer et al., 2022), le donne più esposte a tale fenomeno sono le primipare e/o le partorienti meno assertive. Lo studio contiene esempi di buone pratiche ostetriche ed espone il punto di vista delle donne sui cambiamenti necessari per migliorare la qualità dell’assistenza.

Di recente, il rispetto nel parto è stato incluso tra i diritti umani e sulla questione si sono espressi enti come il Consiglio d’Europa e l’ONU, denunciando in particolare gli interventi non necessari e/o eseguiti senza consenso libero e informato.

Nel 2018, inoltre, l’OMS ha emesso delle linee-guida per un’esperienza di parto positiva (OMS, 2018), includendo l’impatto delle procedure ostetriche e la soddisfazione materna nella qualità dell’assistenza.

L’efficacia clinica della scrittura è stata messa in evidenza a più riprese in ambito psicoterapeutico e nel campo della medicina narrativa. Elaborata negli anni Novanta dalla medica R. Charon, la medicina narrativa ha inaugurato la pratica di raccogliere la storia di malattia dei pazienti: nel suo ideale più alto, questa cartella clinica “parallela” può aiutare a costruire l’alleanza terapeutica e promuovere la qualità delle cure, favorendo la visibilità e la dicibilità di bisogni diversi. In parallelo, nella formazione sanitaria è stata introdotta una pedagogia narrativa rivolta allo sviluppo dell’identità professionale e delle competenze umane. In questo contesto, la scrittura dei professionisti può stimolare la conoscenza (dei pazienti e di se stessi), nonché la riflessione sulla propria attività e sui valori coinvolti.

Secondo le ricerche sul trauma condotte da James W. Pennebaker da solo (1997, 2004) e con J.D. Seagal (1999), per ottenere progressi nello stato di salute è necessario tradurre le esperienze in parole. In particolare, la scrittura terapeutica soddisfa una serie di bisogni a breve e lungo termine come ritagliarsi uno spazio di distrazione, legittimare il proprio vissuto, comunicare la propria storia, alleviare i sintomi traumatici, riacquisire il controllo sulla propria esperienza, dare un senso a una sofferenza percepita come assurda, migliorare la conoscenza di sé e sentirsi utili agli altri. Chi scrive si trova a colloquio con se stesso, creando intorno a sé una bolla nella quale si sente libero di esprimere le emozioni negative. La propria storia, una volta oggettivata sulla carta, acquista realtà e consistenza.

Instaurando una comunicazione indiretta o ideale, la scrittura terapeutica configura «una distanza tra gli interlocutori», «un rapporto differito tra sé e l’altro da sé» (Mapelli, 2013, p. 99). Questo tipo di comunicazione consente di mostrarsi nella propria vulnerabilità senza sentirsi esposti o in balìa degli altri. Scrivendo, inoltre, si cambia il punto di vista da soggetto passivo a osservatore, sviluppando la capacità di rivisitare l’accaduto doloroso senza riviverlo (Levine, 2014).

La scrittura si configura come uno “spazio ludico” nel quale il rapporto tra passività e attività può essere ridisegnato. Il processo creativo apre la possibilità di rivendicare il “ruolo autoriale” che è stato negato nella contingenza degli eventi.

La ricerca delle cause e l’analisi degli eventi consentono di superare la prospettiva iniziale, avviando un percorso di (ri)negoziazione del senso.

I vantaggi della scrittura terapeutica per chi legge sono oggetto di dibattito. Da un lato, è stato osservato che l’empatia è più difficile della simpatia. Dall’altro, c’è ancora una certa diffidenza nei confronti della medicina narrativa, considerata troppo “soggettiva”. Tra i possibili benefici per le altre donne si segnalano la possibilità di dare voce alla propria esperienza attraverso la storia altrui, contrastare i sentimenti di solitudine e inadeguatezza e ottenere informazioni utili sui propri diritti e sulle opzioni di cura. Per parte loro, gli operatori sono messi nella condizione di capire il punto di vista della partoriente, migliorare la comunicazione e la relazione di cura, sviluppare una comprensione ampia dei processi di salute, che include elementi quali il vissuto, i valori personali, il contesto di vita, il supporto familiare e sociale.

In generale, grazie al suo movimento lento e verticale, la scrittura aiuta a capire se stessi e le ragioni degli altri. Nel suo ideale più alto, essa si pone come forma di mediazione realizzata «attraverso la produzione artistico-culturale, che è l’elemento che ci accomuna e ci permette di comprendere esperienze differenti da prospettive diverse» (Lazzari Vosti, 2024).

In particolare, «la medicina narrativa può farci mettere in discussione le conoscenze teoriche, rendendo tutti i partecipanti consapevoli delle dinamiche di potere, del linguaggio usato per descrivere il dolore o dell’incapacità di descriverlo, del background e delle motivazioni dei personaggi o della loro assenza, dell’incapacità di avere certezze, del valore delle storie e delle parole. Anche quando “l’empatia” non si verifica, queste competenze consentono al personale di fornire cure migliori» (ibidem).

Riferimenti bibliografici

L. Benzakour, M. Epiney, G. Girard, «Etat des connaissances sur le trouble de stress post–traumatique du postpartum», Revue Médicale Suisse, n. 637, 2019, pp. 347-350.

R. Charon, «Narrative Medicine. A Model for Empathy, Reflection, Profession and Trust», JAMA, n. 15, 2001, pp. 1897-1902.

R. Charon, Narrative Medicine. Honouring the Stories of Illness, Oxford University Press, Oxford, 2008.

C. Deforges, V. Sandoz, A. Horsch, «Le trouble de stress post-traumatique lié à l’accouchement», Périnatalité, n. 4, 2020, pp. 192-200.

L. Lazzari, «Narrazioni del parto nella Svizzera italiana», rivista per le Medical Humanities, n. 48, 2021, pp. 37-43.

L. Lazzari Vosti, «Narrazioni di parti traumatici. Integrare resoconti personali e portata scientifica per un cambiamento nel mondo della nascita», Sentieri nelle Medical Humanities, agosto 2023, https://www.rivista-smh.ch/articolo/narrazioni-di-parti-traumatici/ [12.01.2026].

L. Lazzari Vosti, «Textual Encounters with Ob/Gyn Violence. An interview with Dr. Loïc Bourdeau», Sentieri nelle Medical Humanities, maggio 2024, https://www.rivista-smh.ch/articolo/textual-encounters-with-ob-gyn-violence/ [12.01.2026].

P.A. Levine, Somatic experiencing. Esperienze somatiche nella risoluzione del trauma, Astrolabio, Roma, 2014, p. 172.

M. Mapelli, Il dolore che trasforma. Attraversare l’esperienza della perdita e del lutto, Vita emotiva e formazione, Franco Angeli, Milano, 2013.

S. Meyer, E. Cignacco, S. Monteverde, M. Trachsel, L. Raio, S. Oelhafen, «“We felt like part of a production system”: A qualitative study on women’s experiences of mistreatment during childbirth in Switzerland», PLoS One, n. 2, 2022, e0264119.

S. Oelhafen, M. Trachsel, S. Monteverde, L. Raio, E. Cignacco, «Informal coercion during childbirth: risk factors and prevalence estimates from a nationwide survey among women in Switzerland», BMC Pregnancy and Childbirth, n. 1, 2021, p. 369.

OMS-WHO, Intrapartum care for a positive childbirth experience, 2018, http://apps.who.int/iris/bitstream/handle/10665/260178/9789241550215-eng.pdf;jsessionid=10E5C4218625E2EA8F13E70DFFC9B71B?sequence=1 [12.01.2026].

I. Pelizzari, Volevo andare a partorire in Olanda. Storia di un taglio cesareo annunciato, Tipoprint, Mendrisio, 2018.

J.W. Pennebaker, «Writing about Emotional Experiences as a Therapeutic Process», Psychological Science, n. 3, 1997, pp. 162-166.

J.W. Pennebaker, Writing to Heal: A Guided Journal for Recovering from Trauma and Emotional Upheaval, New Harbinger, Oakland, 2004.

J.W. Pennebaker, J.D. Seagal, «Forming a Story: The Health Benefits of Narrative», Journal of Clinical Psychology, n. 10, 1999, pp. 1243-1254.

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