Dalla malattia al malato: ripensare l’esperienza di cura a partire dall’antropologia medica di Viktor von Weizsäcker

Al Centro. Radici di Medical Humanities

Nel panorama delle iniziative divulgative promosse dal Centro di ricerca in Medical Humanities della Fondazione Sasso Corbaro, nasce “Al Centro. Radici di Medical Humanities”.

Si tratta di un ciclo di incontri di lettura pensato come uno spazio di confronto aperto in cui esperienze personali, riflessioni e saperi diversi si incrociano e coabitano all’interno di un ambiente raccolto e conviviale come la Biblioteca della Fondazione.

“Al Centro” si inserisce in una visione più ampia che caratterizza il lavoro del Centro di ricerca e della Fondazione nel suo insieme: creare spazi pubblici di dialogo tra discipline sanitarie, etica e dimensione umana, con l’obiettivo di riportare in auge la riflessione sull’essere umano nella sua complessità. In questo senso, gli incontri non sono rivolti esclusivamente a ricercatori o addetti ai lavori, ma si aprono alla comunità, invitando chiunque sia interessato a partecipare e contribuire alla riflessione condivisa.

Il ciclo, pensato per svilupparsi su base annuale, si articola quest’anno – 2026 – in tre incontri complessivi interamente dedicati alla lettura e al commento di brani tratti da Antropologia medica (ed. it. a cura di O. Tolone, Morcelliana, Brescia 2017) di Viktor von Weizsäcker (1886-1957), neurologo, fisiologo e filosofo tedesco. La scelta di questo testo non è affatto casuale; esso rappresenta un punto di riferimento fondamentale per ripensare la storia, l’origine e l’identità delle Medical Humanities. L’opera, che raccoglie quattro testi scritti tra il 1927 e il 1953 (Sull’antropologia medica, Anamnesi, Sull’essenza della medicina, Il problema dell’uomo nella medicina), anticipa infatti alcuni concetti ancora oggi rilevanti nella formazione medica e nella riflessione sulle pratiche di cura.

Tra questi, emergono l’attenzione alla persona nella sua interezza – «un medico deve curare “tutto l’uomo”» (Weizsäcker, 2017, p. 30) –, la considerazione della malattia come esperienza vissuta e narrativa, l’importanza della dimensione umana del paziente – dalla malattia al malato, dall’organo al “corpo animato” (Leib) –, l’urgenza di ripensare (aggiornare) la formazione del medico e la consapevolezza che la pratica di cura trasformi da dentro finanche chi cura. Da questo punto di vista, il pensiero di Weizsäcker può essere considerato anticipatore delle idee che contribuiscono a dare sostanza a quel vasto campo interdisciplinare che, a partire dalla seconda metà del Novecento, prende il nome di Medical Humanities.

La sua riflessione critica, integralmente rivolta al superamento del meccanicismo e materialismo in medicina nel nome di una ridefinizione della scienza medica (chiamata a divenire Medizinische Anthropologie, “antropologia medica”), concorre in modo sostanziale a mettere in discussione il modello del paternalismo medico, favorendo invece l’emergere di un nuovo paradigma relazionale centrato sull’alleanza terapeutica, sulla risonanza tra medico e paziente e sul loro peculiare rapporto (Gemeinschaft) di prossimità: «L’obiettivo ultimo non è la riparazione bensì il processo, il passaggio graduale del malato verso il suo obiettivo finale metafisico che il medico in qualità di socratico autentico non deve indicare, non deve proporre e verso il quale non lo deve spingere. Perché egli non è né guida né interprete né saggio, bensì medico, non cioè una persona che determina ma che rende possibile; egli non è al di sopra delle decisioni, bensì si trova con il malato nella decisione» (Weizsäcker, 2017, p. 56).

Il primo incontro del ciclo di lettura, dal titolo Il corpo che narra. Quando la malattia diventa racconto, si è tenuto sabato 14 marzo 2026 e ha rappresentato un momento significativo di avvio del progetto.

Durante l’evento sono stati illustrati la biografia e il pensiero di Weizsäcker, che in un’autobiografia del 1955 definiva se stesso, con pungente ironia, alla stregua di un “accademico senza successo”, soltanto un neurologo e nulla di più: «La mia biografia è molto semplice. Sono nato il 21 aprile 1886 a Stoccarda, terzogenito dell’allora consigliere ministeriale Karl Weizsäcker. Mio padre mi consigliò di fare degli studi che mi assicurassero di che vivere; scelsi così medicina e credo di aver rifiutato la proposta di Windelband, al cui seminario su Kant avevo partecipato attivamente tre volte, di passare alla filosofia. Divenni quindi discepolo di Johannes von Kries, assistente di von Krehl; ho fatto con ritardo quella che viene chiamata una carriera accademica. Nel 1941 sono stato chiamato a Breslau a succedere a Ottfried Förster come ordinario di neurologia¸ vi sono rimasto fino al 1945, ricoprendo anche la carica di direttore dell’Istituto di ricerca di neurologia. Dopo il 1946 sono tornato all’università di Heidelberg come ordinario di medicina clinica generale e vi sono rimasto fino al settembre 1952, quando sono diventato “emeritus”. La mia vita è trascorsa perciò per la maggior parte del tempo all’università senza successo» (Weizsäcker 1988, pp. 127-128).

Ripercorrendo la biografia di Weizsäcker come punto di partenza, si è entrati progressivamente nel vivo delle pagine dell’opera per poi confrontarsi da vicino con alcuni brani selezionati che hanno fatto emergere la radicalità e sorprendente modernità del suo pensiero. Dietro al «tentativo di una nuova medicina» (Weizsäcker 2017, p. 111), si cela invero l’urgenza da parte dell’autore di mostrare primariamente come la malattia, lungi dall’essere soltanto un fatto biologico da estirpare o il manifestarsi di un guasto da riparare (un insieme puntuale di sintomi, dati, diagnosi), possa essere compresa come un’esperienza carica di significato, inscritta nella storia e nella vita delle persone, che chiede, ogni volta in modo unico e situato, di essere ascoltata e narrata nella sua natura critica.

Questa “narratività originaria” della malattia pone in luce molteplici interrogazioni e trasforma la sofferenza stessa in occasione di comprensione e attribuzione di senso che ridefinisce nell’intimo la professione del curante e apre, di conseguenza, a un’etica della responsabilità in cui la relazione tra medico e paziente si fa sempre più dialettica, partecipata e ricomprendente, trasformandosi in un totale e sempre situato incontro umano (o “antropologico”) fondato sulla tesi per cui «le nostre malattie hanno a che fare qualcosa con le nostre verità» (Weizsäcker 2017, p. 73).

Con la sua scrittura incisiva e mai banale, Weizsäcker ci ricorda che la narrazione – in qualunque forma essa si mostri o conceda – si configura sempre come un ponte tra la dimensione soggettiva del dolore e l’azione terapeutica, rendendo pensabile e possibile una cura che non si limiti al mero trattamento del sintomo, che non si lasci cioè esclusivamente dominare dalla ricerca dell’efficacia ed efficienza tecnica a ogni costo, ma che si apra, nei limiti del possibile, all’ascolto e alla comprensione della verità della persona nella sua totalità vulnerabile.

Weizsäcker, insomma, ci ricorda ancora una volta che se la malattia dell’altro viene ridotta a caso clinico, qualcosa di essenziale – qualcosa che ci ri-guarda – dell’esperienza di cura si perde irreparabilmente.

I prossimi appuntamenti del ciclo “Al Centro. Radici di Medical Humanities” si terranno sabato 25 aprile 2026 (Curare è incontrare. La relazione al centro della medicina) e sabato 23 maggio 2026 (Fragilità, responsabilità, senso. Ripensare la cura oggi) presso la Biblioteca della Fondazione Sasso Corbaro. L’entrata è libera; la prenotazione è consigliata. Per ogni ulteriore approfondimento, si invita a consultare la pagina dedicata.

Testi citati

V. von Weizsäcker, Antropologia medica, Morcelliana, Brescia, 2017.

V. von Weizsäcker, “L’intento principale nella mia vita. Autobiografia del 1955”, in S. Spinsanti, Guarire tutto l’uomo. La medicina antropologica di Viktor von Weizsäcker, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (Milano), 1988.

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