Dalla scienza alla decisione
La complessità della cura
Questo contributo fa parte di una serie che si sviluppa nel corso del 2026 ed è il secondo della serie. Il primo articolo è consultabile qui.
7 Maggio 2026 – Medical Humanities, Dolore, Etica, RelazioneTempo di lettura: 11 minuti
7 Maggio 2026
Medical Humanities, Dolore, Etica, Relazione
Tempo di lettura: 11 minuti
La stanza è silenziosa, interrotta solo dal ritmo regolare del monitor. Un uomo di settant’anni giace nel letto, sedato, collegato a una ventilazione meccanica.
La prognosi è ormai chiara: nessuna possibilità di recupero. Il medico propone di sospendere i trattamenti invasivi e avviare cure palliative. La figlia, però, si oppone: “Non possiamo arrenderci così”. Poco distante, il figlio resta in silenzio, convinto che il padre non avrebbe voluto continuare in quelle condizioni.
Un sistema complesso, per definizione, non può essere compreso come un semplice addendo delle sue singole parti. Ognuna, infatti, è tale solo se messa in relazione alle altre, perché con le altre parti interagisce, reagendo e stimolando a sua volta. La difficoltà quindi, quando si affronta un sistema complesso, è, per la mente scientifica, trovare un modo che va oltre il metodo “classico” abitualmente adottato nell’analisi scientifica. Nel caso descritto, non è solo una decisione clinica a essere in gioco, ma l’intersezione di più sistemi di senso che il metodo tradizionale fatica a ricomporre.
Ogni oggetto di studio, infatti, richiede una sua definizione, ovvero una sua delimitazione; in altre parole, un suo isolamento dal contesto. Si approccia un oggetto, un fenomeno, un processo, e si studia il suo rapporto di causa ed effetto partendo dalla constatazione: “l’oggetto A inizia in x e finisce in y”, noi studiamo questo oggetto e ci concentriamo su questi rapporti causali al suo interno. Questo vale per ogni scienza che si definisce tale: ogni scienza ha un suo oggetto, o ambito di studio, poi scomposto in altri oggetti via via sempre più piccoli.
È proprio questa difficoltà a delimitare l’oggetto che riapre la questione del rapporto tra filosofia e scienza. Ritornando a Max Scheler e al suo testo L’essenza della filosofia, è interessante riprendere un passaggio in cui affronta la relazione tra filosofia e scienza. Sono due branche diverse? E se sì, la filosofia è superiore alla scienza? O la filosofia è una delle scienze? Scheler ritiene che con l’evo moderno si sia stabilito un rapporto di subordinazione tra la filosofia e la scienza, o meglio, le scienze: la filosofia è ancilla scientiarum. Per molti pensatori infatti la scienza deve essere vista o come una disciplina incaricata di riunire i risultati delle singole scienze in un insieme coerente e senza contraddizioni (positivismo), oppure come quella disciplina che fissa i presupposti e i metodi scientifici (filosofia scientifica).
Scheler però è convinto che il rapporto tra scienze e filosofia vada invertito: la filosofia come regina scientiarum. Secondo Scheler infatti, e in accordo con Husserl, vi sono due tipi di conoscenza: la conoscenza oggettivamente evidente dell’essenza e la conoscenza reale. Nella prima categoria rientrano la filosofia e le “scienze deduttive degli oggetti ideali” come la matematica o la geometria. Nel secondo caso ritroviamo le scienze induttive, che rientrano cioè nella “sfera della verosimiglianza”. Sono le scienze che si basano sulla misurazione e sull’osservazione, le cui leggi sono vere fino a prova contraria nel senso di Popper. Detto in termini platonici: vi sono due tipi di conoscenze, l’episteme (la filosofia e la matematica) e la doxa (le scienze induttive).
Dove Scheler non è in accordo con Husserl è appunto nella supremazia della filosofia rispetto alla scienza. Per spiegare ciò, Scheler si volge verso le scienze dello spirito (storia, scienze sociali e politiche) e si approccia al concetto reso famoso da Wilhelm von Humboldt di Weltanschauung, “concezione del mondo”. Scheler distingue la concezione del mondo dalla filosofia delle concezioni del mondo. La prima si riferisce a come un insieme umano (società, nazioni) dona significato ai dati oggettivi. Sul concetto di filosofia delle concezioni del mondo i due sono in disaccordo: per Scheler essa analizza le particolari concezioni del mondo e cosa queste considerano “naturale” per il genere Homo. Husserl invece la utilizza come equivalente della filosofia scientifica, ovvero un tentativo di sublimare, una metafisica della scienza (o delle concezioni del mondo) a partire dai risultati della scienza (o dei “fatti” delle concezioni del mondo). Per Scheler tutto questo non è possibile, perché ogni scienza deve definire autonomamente i propri presupposti, i propri assiomi e le proprie leggi. Ogni scienza ha il suo linguaggio, che è comprensibile solo all’interno di esso.
Nel caso sopra descritto, il medico parla il linguaggio della prognosi, la figlia quello della speranza, il figlio quello della volontà presunta del padre: linguaggi diversi, ciascuno coerente al proprio interno, ma difficilmente traducibili tra loro.
La filosofia ha quindi un compito gravoso. Essa interviene in un secondo momento e a un livello superiore. La filosofia deve occuparsi di giudicare gli assiomi e riunire le conclusioni delle scienze in un insieme coerente. Il tutto di una scienza viene ridotto e quasi posto fra virgolette per esaminarlo a partire dai suoi elementi essenziali. Per questo la filosofia è regina delle scienze, perché vede le cose nel loro insieme partendo dagli elementi essenziali e lo fa perché è sospinta da un motivo, l’amore per la conoscenza, che è innanzitutto morale. La filosofia ha quindi un ambito, quello della morale, che è distinto rispetto a quello delle scienze e che le permette di riunire e giudicare le scienze naturali e dello spirito.
L’etica medica sta alle cure come la filosofia sta alle scienze. Al di sotto vi sono le branche mediche, gli ambiti di ricerca, le pratiche della cura, il corpo umano e le sue parti, la persona e le sue relazioni; al di sopra l’etica medica che diventa quindi quasi meta-medica e che si approccia, dunque, moralmente al dilemma. Non si può comprendere pienamente il senso di una decisione di fine vita se ci si colloca esclusivamente nella prospettiva medica, così come non è possibile comprenderla se si guarda solo al punto di vista del paziente o della famiglia.
Ogni posizione è comprensibile solo all’interno dei propri presupposti: clinici, etici, relazionali, culturali.
È qui che emerge la natura profondamente complessa della medicina: non nel moltiplicarsi dei dati, ma nell’intreccio di prospettive che, come nel caso iniziale, non possono essere ridotte a un’unica logica.
La domanda, ora, si sposta su quali strumenti la teoria dei sistemi complessi possa fornire all’etica medica.
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