Dativo etico

La grammatica della perdita

«Ieri mi è morto un paziente». 

L’ha detto così, come si dicono le cose di cui si cerca ancora di misurare il perimetro e il peso nel momento in cui le si pronuncia. 

Era la sua prima morte da medico, e lo si capiva da come teneva le mani e muoveva gli occhi.

Le prime impegnate a reggere il viso, quasi a voler sostenere il peso emotivo di quell’evento. I secondi sfuggenti, nervosi, incapaci di posarsi sui miei per più di una frazione di secondo, come se temessero un giudizio. 

Aveva fatto tutto giusto, o almeno tutto quello che si poteva fare. Aveva seguito tutti i protocolli. Aveva agito con competenza ed empatia. Non aveva nulla da rimproverarsi. Eppure quell’espressione che aveva scelto, mi è morto, diceva tutto del suo senso di profonda inadeguatezza di fronte a ciò per cui non sarebbe mai stata pronta. 

Non ha detto “è morto un mio paziente”, come farebbe chi cerca distanza ponendo sé stesso alla fine della frase, o chi ci tiene a rimettere le dinamiche di potere al centro attraverso un pronome possessivo, anche quando sono gli eventi stessi a trascendere il possesso. 

Ha detto “mi è morto”. Quel piccolo pronome di due lettere, forse pronunciato inconsapevolmente e, forse senza pensarci, piazzato proprio lì, in prima posizione, era un livido linguistico, una luce che trapelava da sotto il camice e rivelava il significato che aveva attribuito alla sua esperienza: l’impotenza, la responsabilità, il coinvolgimento e la cura che le erano rimasti attaccati addosso anche dopo la chiusura del caso. 

«Ce l’hai messa tutta, lo sai. Hai fatto del tuo meglio», le ho detto.
«Sì, però mi è morto», ha ripetuto.

C’è una parte meravigliosa della nostra lingua che sa incarnare l’affetto e non solo comunicare i fatti. 

Il dativo etico, quel mi o ti che è funzionale non tanto alla grammatica quanto al sentire di chi parla e ascolta, è il punto preciso in cui

la lingua smette di descrivere e comincia a essere portavoce della partecipazione.

È il modo in cui ci è concesso di ancorare il nostro discorso alla nostra esperienza emotiva, al nostro coinvolgimento personale. Mi è morto un paziente significa dichiararmi parte della scena, essere profondamente e direttamente influenzata da questo evento, affermare che questa perdita è passata attraverso di me. 

Mi prenda questo medicamento due volte al giorno”, “mi faccia questo esame e poi vediamo come procedere”, “stammi bene”: non sono modi di dare ordini, ma di stare accanto. Più che baluardi del potere o strumenti di paternalismo, sono pertugi escogitati sapientemente dalla nostra grammatica per creare prossimità, per intrecciare il me e il te. Sono espressioni di ansia, preoccupazione, dispiacere, speranza, costruzioni che sottintendono una relazione di cura. 

In medicina, le parole curano quanto le mani. E quel piccolo mi, apparentemente insignificante, è la prima forma di empatia che la lingua ci insegna. Il dativo etico permette di trasformare una semplice informazione in un’esperienza condivisa, di rendere partecipe l’interlocutore non solo di ciò che accade, ma di come esso viene vissuto da chi sta parlando. È un piccolo gesto linguistico, quasi invisibile, ma che racchiude il senso più profondo della comunicazione: non l’arroganza del far sapere, ma l’umiltà del far sentire. 

Bibliografia

Treccani. Dativo 

Piroddi, A. (2023, 23 dicembre). Dativo etico o d’affetto. La Voce della Sera.  

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