Diritto all’oblio

Tra cancellazione e trasformazione della memoria

Quando il passato smette di definire chi siamo

 

Nell’antica Roma la damnatio memoriae era una pratica di condanna della memoria, deliberata dalle istituzioni, con cui si tentava di cancellare le tracce pubbliche di una persona ritenuta indegna di essere ricordata. Statue, immagini e iscrizioni potevano essere distrutte, alterate o cancellate, nel tentativo di rendere “immemorabile” il passaggio di quella persona tra i viventi. È curioso come ciò che un tempo poteva rappresentare una condanna, la cancellazione della memoria pubblica di una persona, richiami oggi, pur in un contesto profondamente diverso, qualcosa che riconosciamo come un diritto: il diritto all’oblio.

Il diritto all’oblio, nell’era tecnologica moderna, è il diritto a non restare esposti a tempo indeterminato, con conseguenze dannose per la propria reputazione, a fatti commessi in passato e divenuti oggetto di cronaca. Questo diritto si fonda sul principio secondo cui, quando un fatto ha esaurito la propria rilevanza nell’interesse pubblico, la sua persistente esposizione può trasformarsi in un pregiudizio ingiustificato per la persona coinvolta. Inoltre, in linea con i princìpi dell’ordinamento svizzero e con le finalità dell’esecuzione della pena, orientate al reinserimento sociale della persona condannata e alla prevenzione della recidiva, il diritto all’oblio può essere considerato un possibile strumento di sostegno nel percorso di reintegrazione sociale e lavorativa.

Se il diritto tenta dunque di regolare la memoria collettiva, resta tuttavia aperta la questione della memoria individuale.

La legge può infatti limitare la permanenza di un’informazione nello spazio pubblico, ma non può incidere sul modo in cui ciascuno custodisce, rielabora o trasforma la propria memoria. Qui il diritto sembra fermarsi. Viene da chiedersi quanto questo bisogno così antico e, al tempo stesso, sempre così moderno di non rendere più accessibile un fatto alla memoria collettiva non sia, in realtà, l’antico bisogno umano di trovare un luogo interiore in cui quel fatto possa essere accolto, elaborato e finalmente trasformato. Ma… è possibile dimenticare? O ancora, è “giusto” dimenticare? Preferiremmo incontrare una persona senza essere condizionati da ombre del suo passato oppure conoscerne i trascorsi di vita, mettendo in conto che questi potrebbero inevitabilmente influenzare il nostro sguardo? E quanto tempo una persona deve continuare a essere, agli occhi degli altri, ciò che ha fatto?

Credo che in pochi avrebbero la risposta sulla punta delle dita. Se ci chiedessero se sia più semplice perdonare, farsi perdonare o perdonare sé stessi, credo che ci ritroveremmo nuovamente nella solita, antica condizione di non saper dare risposte immediate. Ed è per questo che bisogna aver sempre cura di avere le mani ben pulite prima di toccare l’anima di una persona; tanto è difficile, per ciascuno di noi, coltivare il giardino del proprio cuore. In questo senso, il tema dell’oblio si intreccia profondamente con quello della colpa e della sua elaborazione.

È forse soprattutto nei reati contro la persona, quelli che maggiormente sollecitano il sentimento collettivo, che il tema del diritto all’oblio incontra le tensioni morali più profonde.

Perché al diritto di chi ha commesso un reato a non essere identificato per sempre con esso non corrisponde un dovere, per chi ne ha subìto le conseguenze, di dimenticare. Il diritto all’oblio non può quindi significare cancellare moralmente ciò che è accaduto. Ma possiamo ricordare ciò che una persona ha fatto senza continuare a identificarla, per sempre, con quel gesto? Più che alla cancellazione del fatto, sembra emergere un bisogno più radicale, quello di dare un senso alla colpa e alla propria storia. La colpa non scompare perché viene dimenticata. Ha bisogno, forse, di essere riconosciuta e attraversata prima di poter trovare un posto diverso nella nostra storia.

Nel romanzo distopico L’uomo che voleva essere colpevole di Henrik Stangerup, in una società che pretende di eliminare la colpa, non sembra esserci più spazio per la responsabilità individuale. Cancellare il male diventa l’imperativo sociale, riconducendone la causa ad atti compiuti in “assenza da sé”. Il protagonista incarna così il paradosso di un oblio imposto. Quando la colpa viene cancellata dall’esterno, rischia di essere negata anche la possibilità di trasformarla. Tuttavia il protagonista, autore dell’uccisione della moglie, più viene sollecitato con ostinazione a cancellare da sé ogni sorta di colpevolezza, più sente crescere la convinzione che un’assoluzione non domandata coincida con la negazione della colpa, negandogli a sua volta la possibilità di rialzarsi e ricominciare a vivere. Proprio per questo chiede a gran voce di essere colpevole, che la propria colpa gli venga riconosciuta. Così le stagioni si susseguiranno, a volte dolorose e a volte indolenti, in un lungo rincorrersi di attese verso l’unico e sempre vero desiderio umano; amare e sentirsi amati.

Dante Alighieri, nel Purgatorio (canti XXVIII e XXXIII), descrive due acque. L’una è quella del Lete, che cancella il ricordo delle colpe commesse; l’altra è quella dell’Eunoè, che restituisce la memoria del bene compiuto durante la vita. Ma Dante arriva al Lete soltanto dopo aver attraversato il Purgatorio. La dimenticanza non precede il riconoscimento della colpa, viene dopo il suo attraversamento. La memoria non è un archivio da svuotare, ma un luogo da abitare. Finché resta soltanto una ferita aperta, continua a imprigionare; quando invece diventa una storia che possiamo guardare senza esserne travolti, allora comincia a trasformarsi.

Non esiste oblio senza attraversamento.

Può essere che sia questo il vero senso da dare al diritto all’oblio; visitare i gironi del proprio Inferno riconoscendo i propri errori, immergersi nel Purgatorio della propria solitudine per ritrovarsi poi sulle sponde di Lete ed Eunoè, dove la memoria della colpa può infine essere lasciata andare e quella del bene ritrovata. Solo allora Beatrice condurrà Dante in Paradiso; solo allora Dante scorgerà l’amore. Non come cancellazione, ma come trasformazione della memoria.

Forse tutto questo appartiene più alla speranza che al diritto. Eppure gli esseri umani sono sempre cresciuti grazie ai racconti capaci di tenere insieme due verità. Il male esiste e che, nonostante tutto, il bene può ancora prevalere.

Riferimenti bibliografici

Dante Alighieri, Divina Commedia. Purgatorio, Mondadori, Milano, 2016.

H. Stangerup, L’uomo che voleva essere colpevole, Iperborea, Milano, 2023.

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Una risposta a “Diritto all’oblio”

  1. Sibilla Anna Teresa Salvadeo

    Vorrei poter tradurre questo pensiero elegante e complesso, che descrive la dinamicità della nostra natura, in un discorso semplice che possa essere raccontato a bambini, come un insegnamento di base alla vita. Grazie per questa visione preziosa che acquisisco come uno strumento umano e professionale

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Un pensiero su “Diritto all’oblio”

  1. Sibilla Anna Teresa Salvadeo dice:

    Vorrei poter tradurre questo pensiero elegante e complesso, che descrive la dinamicità della nostra natura, in un discorso semplice che possa essere raccontato a bambini, come un insegnamento di base alla vita. Grazie per questa visione preziosa che acquisisco come uno strumento umano e professionale

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