Dolore che torna a casa
La nostalgia come legame tra passato, presente e futuro nella cura della persona
21 Settembre 2026 – Voci dal Centro di Ricerca, Dolore, Emergenza, Medical Humanities, RelazioneTempo di lettura: 9 minuti
21 Settembre 2026
Voci dal Centro di Ricerca, Dolore, Emergenza, Medical Humanities, Relazione
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Una vecchia fotografia ritrovata in un cassetto. Una canzone ascoltata dopo molti anni. L’odore di una casa in cui non abitiamo più. Il ricordo improvviso di una persona lontana e assente.
Per un istante, qualcosa che sembrava perduto torna vicino. È nostalgia.
Un sentimento che conosciamo bene, ma che forse comprendiamo meno di quanto pensiamo. Siamo abituati a considerarla come una “emozione” rivolta al passato, una forma di rimpianto per ciò che non c’è più. Eppure, la nostalgia è più complessa. Non consiste soltanto nel desiderio di tornare indietro, ma nel modo in cui il passato continua a entrare nel nostro presente. La storia della parola “nostalgia” è sorprendente. Alla fine del Seicento la nostalgia non indicava ancora il sentimento che conosciamo oggi. Era stata descritta come una vera e propria malattia. Il medico svizzero Johannes Hofer osservò alcuni soldati lontani dalla loro terra d’origine e ne descrisse la sofferenza, legata al desiderio intenso di tornare a casa. La parola nasce dall’unione di due termini greci: nóstos, ritorno, e algós, dolore. Nel suo significato originario è quindi già presente il ritmo di una contraddizione: desiderare il ritorno e soffrire perché quel ritorno non è possibile.
Con il tempo la nostalgia ha perso il suo significato patologico e si è estesa ben oltre la distanza da un luogo. Possiamo essere nostalgici di un’epoca della nostra vita, di una relazione, di una persona, perfino di una versione di noi stessi che non esiste più. La distanza, dunque, non è necessariamente geografica. Possiamo sentire lontano qualcosa che si trova ancora accanto a noi. Ed è forse qui che cominciamo a capire che cosa sia davvero la nostalgia. Non il tentativo di cancellare la distanza, ma il modo in cui impariamo ad abitarla. Pensiamo, per esempio, a una vecchia fotografia di un lontano parente. La persona che vi compare non è davanti a noi. Quel momento non può essere ripetuto. Eppure, guardando quell’immagine, qualcosa torna presente. Non in senso concreto, certo. Non recuperiamo il passato, ma possiamo ritrovare il significato che quella persona, quel luogo o quell’esperienza hanno avuto in qualche modo nella nostra vita. È questa la particolare forza della nostalgia: essa non elimina l’assenza, ma la rende percepibile.
Ci fa sentire che qualcosa è lontano proprio mentre ce lo riavvicina.
Per questo la nostalgia contiene sempre una componente dolorosa. Se proviamo nostalgia significa che qualcosa ci importa. Non siamo nostalgici di ciò che ci è completamente indifferente. La nostalgia nasce da un legame. Il dolore, allora, non è soltanto ciò che vorremmo eliminare, ma ci rivela anche il valore di ciò che abbiamo perduto. Non è soltanto memoria: la nostalgia non coincide con il semplice ricordare. Possiamo ricordare un fatto, un nome, una data. Il ricordo nostalgico, invece, coinvolge la nostra esperienza personale. Non riporta alla mente soltanto ciò che è accaduto, ma anche il significato che quell’esperienza conserva per noi. Per questo, un ricordo può sorprenderci dopo molti anni e avere ancora la capacità di emozionarci (e destabilizzarci). Il passato, in questi momenti, non è qualcosa di immobile alle nostre spalle. Viene riletto dal presente.
Una casa può essere cambiata, una città può non essere più quella che conoscevamo, una persona può non esserci più. Anche noi siamo cambiati. Non recuperiamo ciò che è stato nella sua forma originaria, ma recuperiamo il rapporto con ciò che è stato. Ed è proprio questo rapporto che può diventare significativo.
La nostalgia guarda anche al futuro.
Sembra un paradosso, ma la nostalgia non riguarda soltanto il passato. Quando qualcosa del nostro passato riemerge, infatti, siamo nel presente e lo guardiamo con occhi diversi da quelli di allora. Possiamo chiederci che cosa quell’esperienza abbia lasciato in noi, che cosa continui a significare, quale parte della nostra identità contribuisca ancora a costruire. In questo senso la nostalgia può aprire una prospettiva sul futuro. Il passato non può essere ripetuto, ma può essere reinterpretato; un’esperienza può diventare una risorsa; un legame perduto può insegnarci qualcosa sui legami che vogliamo costruire; un luogo lontano può ricordarci una parte di noi che avevamo dimenticato. La nostalgia, quindi, non è necessariamente una prigione del passato. Può essere un modo per capire meglio il presente e orientare ciò che verrà.
È qui che la nostalgia incontra la cura. Se avere nostalgia significa sentire che qualcosa di importante è lontano, prendersi cura significa anche non lasciare che quella distanza cancelli completamente ciò che abbiamo vissuto. Curare non significa riportare indietro il tempo. Significa anche custodire un significato. Questo diventa particolarmente evidente nella relazione con chi attraversa una malattia. Quando una persona racconta la propria infanzia, una casa, una città, una persona amata o un momento importante della propria vita, non sta semplicemente fornendo informazioni sulla propria biografia. Sta dicendo qualcosa di sé. Quei ricordi possono raccontare quali legami considera importanti, quali esperienze hanno costruito la sua identità, che cosa ancora desidera proteggere. Possono contribuire a mantenere un filo di continuità quando la malattia rischia di modificare profondamente il rapporto con il proprio corpo e con la propria vita.
Per questo, nella relazione di cura, ascoltare la nostalgia può avere un significato particolare. Prima ancora di essere un paziente, ogni persona è una storia. La malattia riguarda il corpo, ma entra dentro una vita già cominciata: dentro relazioni, ricordi, paure, desideri e aspettative. Ascoltare questa dimensione non significa sostituire la medicina con il racconto. Significa ricordare che la cura di una persona non coincide interamente con la cura della sua malattia.
Forse dovremmo allora smettere di considerare la nostalgia soltanto come una malinconia rivolta all’indietro. La nostalgia ci parla di ciò che manca, ma proprio per questo ci rivela ciò che conta. Ci mette davanti alla perdita e alla finitezza, ma nello stesso tempo ci mostra i legami che hanno dato forma alla nostra intera storia. Una persona che non c’è più può continuare a vivere nelle parole che ci ha lasciato. Una casa può sopravvivere nel ricordo di un’infanzia. Un’esperienza conclusa può diventare parte del modo in cui affrontiamo il futuro. La nostalgia non restituisce ciò che abbiamo perduto. Fa qualcosa di estremamente e radicalmente diverso: mantiene aperto il dialogo con ciò che abbiamo perduto. Forse è questa la sua forma più profonda di cura.
Perché prendersi cura della propria storia significa anche non permettere che il tempo renda tutto indifferente.
A volte abbiamo bisogno di tornare indietro non per restare nel passato, ma per capire che cosa, di quel passato, vogliamo ancora portare con noi.
Materiali di approfondimento
A. Bolzinger, Histoire de la nostalgie, Campagne Première, Paris, 2007.
E. Borgna, La nostalgia ferita, Einaudi, Torino, 2018.
P. Di Piazza, V. Di Piazza, L. Orsi, Per un dolore umano: La sofferenza considerata da un punto di vista etico, medico e spirituale, Nuovadimensione, Portogruaro (VE), 2020.
H. Illbruck, Nostalgia: Origins and ends of an unenlightened disease, Northwestern University Press, Evanston, 2012.
J. Hofer, “Dissertazione medica sulla nostalgia”, in AA.VV. Nostalgia: Storia di un sentimento, Raffaello Cortina, Milano, 1992.
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