Elaborare il trauma da parto

Intervista a cura di Laura Lazzari Vosti

Questo contributo fa parte della serie “I tabù della maternità. Un percorso Medical Humanities”, a cura di Laura Lazzari Vosti: il contributo precedente è consultabile qui.

Intervista a Isabella Pelizzari Villa

Dopo aver subìto un’esperienza di parto traumatico, Isabella Pelizzari Villa – docente di greco e latino al liceo Lugano 1 – ha scritto un libro intitolato Volevo andare a partorire in Olanda. Storia di taglio cesareo annunciato (Tipoprint SA, Edizioni Vignalunga, Mendrisio, 2018), ha iniziato a svolgere ricerche sul mondo della nascita e ha fondato il gruppo di auto-aiuto “Riparto dal mio parto”. Queste iniziative hanno contribuito a riprendere il controllo su un evento che era stato subìto in modo passivo e a elaborare e condividere il suo vissuto, informando altre persone.

Al parto traumatico la Fondazione Sasso Corbaro ha dedicato una serata del ciclo “I tabù della maternità”, in compagnia della dottoressa Monya Todesco Bernasconi e di Isabella Pelizzari Villa, moderata da Laura Lazzari Vosti. L’incontro può essere rivisto qui.

Quali sono gli aspetti delle cure da lei ricevute che hanno contribuito a rendere il suo parto traumatico?

Ho avuto una gravidanza fisiologica, ma considerata “a rischio”. Quando sono rimasta incinta delle mie gemelle, ho iniziato a temere per la mia integrità fisica. Non volevo essere tagliata. Percepivo il controllo medico e sociale sulla mia gravidanza e sentivo che non ero più padrona del mio ventre. Se rivolgevo domande al ginecologo, ricevevo risposte banali o lezioni morali. Non ero ritenuta all’altezza di capire le informazioni mediche e di compiere delle scelte. Secondo lui il parto era come un volo in aereo. Il medico è il pilota e la partoriente è la passeggera. Durante l’ultima visita prenatale mi ha scollato le membrane senza informarmi della procedura e quando gli ho chiesto spiegazioni mi ha risposto che mi aveva dato un “aiutino”. Nella comunicazione usava spesso diminutivi, perifrasi ed eufemismi, come si fa con i bambini.

Il parto è stato indotto a quaranta settimane. Gli operatori presenti al travaglio erano gentili, ma avevano dei turni e non conoscevano le mie aspettative, le mie paure, i miei bisogni. Alla rottura artificiale del primo sacco è seguita una cascata di interventi e il mio travaglio è culminato in un taglio cesareo che ho subìto in modo passivo. Le mie figlie sono nate con un indice Apgar di 9/10, ma non ho potuto fare il bonding.

Dopo il parto mi sono sentita molto sola. Il ginecologo riteneva esaurito il proprio compito, gli operatori avevano stili diversi, mi davano indicazioni contraddittorie e minimizzavano il dolore postoperatorio. La mia ferita si è infettata e ho dovuto sottopormi a un ciclo di drenaggi eseguiti senza anestetico.

Quando la cicatrice è guarita, ho iniziato a pormi delle domande sul mio parto. Mi sentivo violata nel corpo e nella persona e provavo un senso di impotenza. La nascita è un momento di vulnerabilità in cui l’assistenza alla donna incinta può assumere la forma della tutela.

Quali atteggiamenti, modalità e scelte avrebbero potuto influire positivamente sulla sua esperienza?

Alcuni studi mettono in luce il nesso tra soddisfazione materna, qualità dell’informazione e percezione della sicurezza, del rispetto e della propria agency in ogni tipo di parto. Gli esempi di buone pratiche includono l’ascolto dei bisogni e delle preferenze della coppia, la spiegazione dei metodi e delle opzioni di cura disponibili, le decisioni condivise, le procedure messe in atto con empatia e con il consenso della donna, il supporto continuo.

Presso il CHUV di Losanna, a tutte le partorienti è offerta d’ufficio una consultazione prenatale, durante la quale vengono discussi il piano del parto e le aspettative personali in presenza di una levatrice. È inoltre prevista la possibilità di un colloquio postnatale, concepito come uno spazio di ascolto e di condivisione delle informazioni. Questa opzione è utile soprattutto quando il parto ha avuto luogo in una situazione di urgenza.

I colloqui offerti al CHUV promuovono l’assunzione di responsabilità e la comprensione condivisa del parto. Da un lato, gli operatori si rendono conto che le proprie azioni possono avere effetti negativi anche quando sono tese al bene del paziente. Dall’altro, le donne ricevono chiarimenti e sono messe nella condizione di superare eventuali pregiudizi.

Lei non è sola: si stima che un terzo delle donne, oggi, abbia un’esperienza di parto traumatico. Secondo lei che cosa c’è di sbagliato nella cultura del parto, e come possiamo contribuire come società a migliorarla?

Nel modello biomedico in genere il successo del parto si misura in termini di mortalità e morbilità. L’evento è positivo quando la mamma e il bambino “stanno bene”. L’assistenza è basata sulla gestione del rischio, si incoraggia la delega agli esperti, la donna è sottoposta a dei protocolli e le sue risorse personali sono inibite – tale approccio, peraltro, non è privo di conseguenze sulla salute, come mostrano gli studi sugli effetti iatrogeni della medicalizzazione. Secondo la definizione dell’OMS (2018), invece, l’impatto psichico e fisico delle procedure ostetriche e la soddisfazione materna sono un aspetto dell’efficacia clinica. In questa prospettiva, gli interventi medici possono avere degli effetti negativi anche quando sono necessari e accettati dalla partoriente. Un esempio emblematico è la cura a lungo termine della cicatrice di un cesareo, che spesso viene trascurata o lasciata all’iniziativa della donna.

La qualità dell’esperienza assume un’importanza fondamentale se ci si sposta dall’ambito della terapia (l’intervento medico) a quello della cura (il modo in cui la donna è accompagnata). Dal punto di vista etimologico, il termine cura si riferisce alla condizione soggettiva di chi “si preoccupa” per l’altro. In questo senso, la cura non si risolve nell’atto clinico, ma implica presenza umana e continuità dell’assistenza. Una relazione medico-paziente improntata alla cura tiene conto di elementi quali il vissuto, i valori personali, il contesto di vita, il supporto familiare e sociale, il “sapere” femminile, l’unicità della donna. Ogni esperienza di parto è situata. Esistono dei bisogni condivisi e universali, ma non c’è un solo modo di affrontare la nascita.

Dal lato pratico, nelle gravidanze a basso rischio la presa in carico da parte di una levatrice qualificata è associata a un uso più efficiente delle risorse, a migliori esiti di salute psicofisica e a una maggior soddisfazione materna. Simili modelli sono adottati in diversi ospedali della Svizzera tedesca, a Ginevra e a Delémont, ma la messa in atto di questo tipo di assistenza è ostacolata da difficoltà organizzative e dalla diversa distribuzione del potere e delle conoscenze all’interno delle maternità svizzere.

Com’è stato ricevuto il suo libro e in che modo la scrittura può aiutare (chi scrive e chi legge) a elaborare il proprio vissuto?

Il mio libro ha avuto un riscontro discreto, suscitando un certo interesse e dibattito. Riguardo ai benefici della scrittura, è noto che questo processo soddisfa una serie di bisogni a breve e lungo termine, come migliorare la conoscenza di sé e sentirsi utili agli altri. Chi scrive si trova a colloquio con se stesso, creando intorno a sé una bolla nella quale si sente libero di esprimere le emozioni negative. La propria storia, una volta trasferita sulla carta, acquista realtà e consistenza.

Instaurando una comunicazione indiretta o ideale, la scrittura terapeutica consente di mostrarsi nella propria vulnerabilità senza sentirsi esposti o in balìa degli altri. Scrivendo, inoltre, si cambia il punto di vista da soggetto passivo a osservatore, sviluppando la capacità di rivisitare l’accaduto traumatico senza riviverlo.

La scrittura si configura come uno “spazio ludico” nel quale il rapporto tra passività e attività può essere ridisegnato. Il processo creativo apre la possibilità di rivendicare il ruolo di protagonista che è stato negato durante l’esperienza concreta. La ricerca delle cause e l’analisi degli eventi consentono di superare la prospettiva iniziale, avviando un percorso di (ri)negoziazione del senso.

Tra i possibili benefici per le altre donne si segnalano la possibilità di dare voce alla propria esperienza attraverso la storia altrui, contrastare i sentimenti di solitudine e inadeguatezza e ottenere informazioni sui propri diritti e sulle opzioni di cura.

Ci può raccontare com’è nato il gruppo di auto-aiuto “Riparto dal mio parto” da lei ideato e condotto, e come si svolgono i vostri incontri?

Il gruppo di auto-aiuto “Riparto dal mio parto” è stato attivato nel mese di settembre 2020 e fa parte delle attività organizzate dall’Associazione Nascere Bene Ticino con il sostegno dell’UFaG e del Centro di Auto-aiuto Ticino. Gli incontri hanno cadenza regolare e avvengono in un ambiente sicuro dove sono garantiti l’empatia, l’assenza di giudizio e la privacy. Il gruppo è una piccola “comunità di destino” al cui interno le donne si sentono accolte, riconosciute e capite. In particolare, risulta molto apprezzata l’opportunità di condividere la propria storia con persone che non appartengono alla propria cerchia. Questo contesto neutro permette di parlare in modo libero, senza i filtri imposti dalle dinamiche familiari e dai legami affettivi.

Esprimendo punti di vista diversi da quelli ufficiali e istituzionali, le partecipanti mostrano l’importanza della dimensione umana del parto e delle sue componenti psicologiche, sociali e personali. I loro racconti non si risolvono in una serie di critiche rivolte al sistema sanitario, ma contengono anche delle riflessioni sul proprio modo di porsi, sulle proprie aspettative e paure. Un aspetto comune alle diverse testimonianze è la descrizione del parto come un’esperienza identitaria intensa che ha un impatto sulla persona e sulla sua vita.

In generale, i gruppi di auto-aiuto valorizzano la prospettiva del paziente e contribuiscono a una comprensione ampia dei processi di salute. Attraverso lo scambio e la condivisione, i partecipanti acquisiscono una nuova consapevolezza e possono esercitare una pressione positiva sul sistema sanitario, agevolando la messa in atto di buone pratiche. Inoltre, dando voce al punto di vista di specifiche popolazioni di pazienti, i singoli gruppi rendono visibili le forme di ingiustizia epistemica e promuovono un’assistenza sanitaria equa.

Quali sono le alternative disponibili in Svizzera per chi, come lei, ha una gravidanza considerata “a rischio”? E quali sono secondo lei le alternative che dovrebbero essere rese possibili in futuro?

Allo stato attuale, le gravidanze a rischio devono essere seguite da un medico. Le donne inserite in questo gruppo sono considerate delle “sorvegliate speciali” e sono sottoposte a protocolli di gestione attiva. Dal mio punto di vista, quando il decorso è fisiologico e non ci sono complicazioni, le partorienti che lo desiderano dovrebbero poter avere un travaglio spontaneo. Ci sono infatti gravidanze a rischio che in casi selezionati si risolvono positivamente in un parto non medicalizzato.

In tutti gli altri casi, penso che sia importante favorire il ruolo attivo della donna. La Facoltà di Medicina dell’Università di Montreal, per esempio, ha sviluppato un modello di partenariato che promuove la competenza e il vissuto del paziente. In Svizzera il Montreal Model è stato adottato dagli Ospedali Universitari di Ginevra (HUG), mentre in Belgio è stato applicato alla presa in carico delle gravidanze ad alto rischio. Il suo successo, tuttavia, dipende dalla capacità di modificare i rapporti di potere, i princìpi di legittimità e le basi del riconoscimento tra medici e pazienti.

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