Entro il limite o dentro il limite

La malattia come antropologia del progresso da Settembrini a Musk 

Nel confronto tra Lodovico Settembrini, personaggio simbolico de La montagna incantata di Thomas Mann, ed Elon Musk, figura reale e mediatica della tecnoscienza contemporanea, si può riflettere sullo scontro tra due antropologie radicalmente differenti: quella del limite e quella del suo superamento. Settembrini, con la sua fiducia razionale e pedagogica nella civiltà umanistica, incarna un’etica della misura, una fiducia nelle istituzioni della parola e nella possibilità che la malattia sia risolta non tanto con la tecnica, quanto con l’educazione e la consapevolezza etica. In lui troviamo il tentativo di opporre alla seduzione della morte non voluta o innocente una resistenza illuminata, un’affermazione della ragione come forza morale e sociale. Tuttavia, Settembrini non è una figura risolutiva. In Mann, è tratteggiato anche con ironia: egli sembra fallire nel contenere la complessità della sofferenza umana, ignorare l’ambiguità dell’eros e restare impermeabile alla dimensione tragica della vita.  

Elon Musk, per contro, rappresenta una forma moderna di prometeismo tecnologico. Il suo immaginario si fonda sull’idea che il corpo umano sia un dispositivo da ottimizzare, la malattia un problema da risolvere, la morte un’interruzione tecnica da rinviare o sconfiggere.

Musk non è un filosofo, ma veicola una filosofia implicita:

quella secondo cui ogni limite può essere superato grazie all’innovazione, ogni fragilità può essere trasformata in potenzialità, ogni ostacolo può essere affrontato con la giusta combinazione di capitale, calcolo e tecnologia. Eppure, è proprio in questo sogno di perfezione postumana che si consuma il rischio etico più profondo: la disumanizzazione dell’umano. La malattia, nel pensiero umanistico, è sempre anche un’esperienza per così dire “rivelatrice”, che può riportaci al corpo, al tempo, alla relazione.  

Nel pensiero bioetico più attento alla Medical Humanities, la vulnerabilità è una condizione strutturale da comprendere e, se impossibile da risolvere, da saper abitare, almeno temporaneamente È in questa tensione che il pensiero di Albert Camus può essere capito correttamente. Camus, nel Mito di Sisifo, definisce l’assurdo come la frizione insanabile tra il bisogno umano di senso e il silenzio del mondo. A questa condizione non risponde con il suicidio, che considera una fuga, né con il fanatismo ideologico, che considera una menzogna. La sua risposta è la rivolta: vivere consapevolmente nell’assurdo, senza rassegnazione ma senza illusioni. «Occorre immaginare Sisifo felice», scrive Camus: non perché la sua vita abbia senso, ma perché non rinuncia alla propria dignità. Traslata in ambito bioetico, questa posizione implica una presa di posizione netta:

la sofferenza non voluta non è mai “nobile”, anche se, ogni vita, soprattutto se sofferente, merita il massimo rispetto.

In questo senso, la dignità dell’essere umano risiede nella sua capacità di non cedere alla disperazione o alla disumanizzazione: il camusianesimo è tutt’altro che rassegnato, ma è piuttosto una forma attiva di resistenza, una bioetica dell’assunzione lucida, una filosofia della solidarietà dentro il non-senso.  

A questa voce si affianca, in modo sorprendentemente complementare, quella di Edgar Morin. Pensatore della complessità, Morin si oppone sia al fatalismo tecnocratico che all’utopismo salvifico. Egli propone una politica della fraternità responsabile, capace di agire nei limiti, senza abdicare alla speranza concreta. Morin non crede nella salvezza, ma nella possibilità di resistere alla barbarie senza diventare barbari. Il suo pensiero è profondamente bioetico, in quanto orientato a ridurre la sofferenza, a promuovere la solidarietà, a coltivare un umanesimo che non nega l’ambivalenza della condizione umana.

Nel dialogo implicito tra Camus e Morin si delinea un’etica del limite che non cede né al nichilismo né all’arroganza tecnica.

Entrambi riconoscono che la morte sia parte costitutiva dell’umano, e che ogni tentativo di cancellarla rischia di eliminare anche ciò che ci rende umani. Il medico, il bioeticista, il politico, l’ingegnere biotecnologico, sono chiamati non a distruggere il limite, ma a onorarlo, a lavorarci dentro con responsabilità, misura e immaginazione morale.   

Il confronto tra Settembrini e Musk, dunque, non è solo simbolico: è paradigmatico. Settembrini rappresenta una modernità etica che riconosce la dignità della parola, della cura, della responsabilità. Musk incarna una postmodernità tecnica che rischia di dissolvere l’umano nel calcolo. Camus e Morin ci indicano una terza via: quella della fedeltà al reale, della lucidità nella complessità, della scelta di restare umani anche quando nulla lo garantisce. Immaginare Sisifo felice, oggi, significa questo: continuare a portare la roccia della cura, della prossimità e della parola vera nel tempo della dismisura quando si perde il senso della giustizia e l’ideologia tende a cancellare l’individuo per un’idea astratta di collettività censurando la “rivolta lucida, misurata”. 

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