Fondali

Intervista alla scrittrice Gloria De Paoli

Da qualche tempo sto portando avanti una ricerca sulla letteratura immaginifica (fantastica, horror, weird etc.) che affronta i temi della malattia – organica e mentale -, della cura, della morte e del lutto. Questo percorso mi ha portato a esplorare i cataloghi di alcune case editrici italiane particolarmente sensibili a questi territori narrativi, tra cui la modenese Zona 42. Ho già avuto modo di occuparmi di un titolo della loro collana Caronte (orientata verso l’horror e il perturbante), Colpo di grazia di Sofia Arjam (qui ne ho letto un estratto ad alta voce). È stato però, scambiandomi alcune e-mail con Giorgio Raffaelli – direttore editoriale e fondatore di Zona 42 insieme a Marco Scarabelli – che sono venuto a conoscenza del romanzo Fondali, esordio della scrittrice torinese Gloria De Paoli. Fondali è inserito in un’altra collana di Zona 42, I libri dell’Iguana, che, a differenza di Caronte, è più votata, invece, al fantascientifico. 

Non aggiungo altro e vi lascio all’intervista che segue, nella quale emergeranno con chiarezza le ragioni che mi hanno spinto a voler “portare” Gloria De Paoli sui nostri Sentieri.

Gloria, permettimi di partire un po’ sconclusionato: qualche anno fa ho letto Vivi veloce, memoir della scrittrice francese Brigitte Giraud, che racconta la tragica perdita del marito in un incidente in moto e mostra come, vent’anni dopo, l’autrice riviva ossessivamente ogni istante di quel 22 giugno 1999, chiedendosi continuamente “e se?”. Nel caso di Giraud, la scrittura nasce dal dolore, diventando al tempo stesso uno strumento per esplorare tutte le possibilità alternative di quella vita interrotta.

Nel tuo Fondali c’è un punto, uno solo (pp. 171-72) e nemmeno così “esplicito” – mi chiedo se averlo notato non riveli una mia morbosa curiosità nei confronti di questa questione – in cui la protagonista, Rosalina, un po’ come accade nel libro di Giraud, sembra chiedersi “e se?”. Anche per Rosalina – senza far spoiler, quindi resto sul vago… – il “what if?” è legato a una figura molto importante nella sua vita, Frank («Lo guardi uscire dalla porta con Princess Leyla al guinzaglio; lo guardi sorridere, dire il suo ultimo ciao, a dopo»).

Tutto questo lungo preambolo, in realtà, per chiederti: tu nella vita sei una da “what if?”?

Così, di primo acchito, mi verrebbe da rispondere “no, per niente!”. Difficilmente mi soffermo a chiedermi “come sarebbero andate le cose se quella volta, invece di fare X, avessi fatto Y…”. Piuttosto, cerco di dare un senso alle cose che sono successe, senza contare che spesso le sfighe arrivano così, tra capo e collo. Poi però mi vengono in mente Stephen King e il suo On Writing, il manuale in cui ogni aspirante scrittore prima o poi inciampa. Il suo metodo per costruire una storia parte da una situazione o una premessa semplice e intrigante: per esempio, cosa succederebbe se i vampiri invadessero una cittadina – “What if?”. E poi lascia che siano i personaggi, e le loro decisioni via via lungo i nodi della storia, a portare avanti la trama.

Quando ho iniziato Fondali, non mi sono chiesta esplicitamente “What if?”. Era più come se avessi una voce in testa che mi raccontava delle cose, e io piano piano abbia capito da dove veniva, cosa cercava, dove viveva. Però, pensandoci a posteriori, il “What if?” c’è, ed è pure grosso come una casa. E qui devo andare a ritroso nel tempo, per raccontare qualcosa di me.

Ho ricevuto la diagnosi di sclerosi multipla a fine 2019 e a gennaio 2020 ho iniziato una terapia immunosoppressiva. Il seguito lo conosciamo tutti: la pandemia di covid, il confinamento, le difficoltà di accesso ai servizi sanitari. È stato allora che ho iniziato a “sentire la voce”. Ho costruito il mondo e la trama di Fondali intorno alla protagonista Rosalina, e la domanda di fondo mi si è svelata via via che ci lavoravo: se le cose si mettessero male per davvero, io sarei in grado di cavarmela?

Perché il “What if?” può essere rivolto al passato, ma anche al futuro: e in questa seconda disciplina, sono campionessa olimpica. Pianifico cose, immagino scenari, mi ingegno a trovare soluzioni a intoppi e problemi che potrebbero verificarsi a seconda che si verifichi la situazione A oppure B oppure A+B oppure… È un aspetto che con gli anni ho imparato (più o meno) a gestire e usare a mio favore, e incanalarlo nel romanzo mi ha sicuramente fatto bene.

Visto che sono subito andato sul personale, e siccome credo che il tuo lavoro – oltre a quello di scrittrice – abbia influenzato almeno uno dei temi di Fondali, ti va di raccontare di cosa ti occupi?

Lavoro per uno studio di consulenza alle politiche ambientali, mi occupo principalmente di gestione delle risorse idriche. Per cui sì, sono molto sensibile a tutto ciò che ruota intorno al cambiamento climatico e alla devastazione ambientale.

Ci provo: credo di essere tra i pochi ad aver apprezzato il film Siccità di Virzì. Per caso ti è capitato di vederlo? Perché, per certi versi, mi ha ricordato un po’ Fondali: una città italiana – in quel caso Roma, in Fondali Torino – colpita da una siccità che non sembra aver fine e in cui le divisioni sociali sono enormi e generano conflitti e violenza.

L’ho visto proprio mentre scrivevo Fondali, ed è vero che ci sono dei parallelismi – anche se credo che la Roma di Virzì sia più vicina a noi della Torino di Fondali. La cosa che più li accomuna, secondo me, è il rapporto che hanno con le rispettive città: entrambe ben riconoscibili, presenti nella narrazione, con una loro influenza sottile sui personaggi e sugli eventi. Per quanto mi riguarda, una cosa è certa: Torino poteva vivere benissimo anche senza Fondali, ma la storia di Fondali non potrebbe esistere senza Torino!

Mi accorgo che siamo già alla terza domanda ma non abbiamo ancora detto di cosa parla il tuo romanzo… lascerei a te questa incombenza.

Devastata da epidemie e alluvioni, e dalla guerriglia urbana che l’ha trasformata nel fantasma della città che era, Torino sopravvive, dietro le mura che proteggono i privilegiati, sottoterra, dove il nuovo potere prospera, e nei Fondali dove hanno trovato rifugio profughi e sbandati. Rosalina vive al Balon, fa parte di una piccola comunità di ex raver. Ha la sclerosi multipla da anni, la malattia è in fase di grave peggioramento. Per vivere scambia chimica, droga, farmaci; in città è benvoluta, rispettata. Quando suo nipote Aron scompare nel nulla, lei è l’unica che può andare a cercarlo. Si imbarca così in un viaggio attraverso le pieghe più oscure della città, tra inquietanti figuri in costume, musica ipnotica e visioni artificiali; si trova costretta a guardare in faccia i suoi fantasmi passati e futuri, e a decidere in che mondo vuole vivere.

E questi sono i fatti raccontati. Ma per rispondere alla tua domanda in tre righe, prendo in prestito le parole usate sul sito di Zona 42, perché descrivono benissimo il nucleo del romanzo: «Fondali è anche una riflessione sulla malattia, sulla sopravvivenza, e sulla necessità che abbiamo di fare festa, anche solo per celebrare il più piccolo successo, e della gioia capace di fare capolino anche nei momenti più atroci, se solo glielo permettiamo».

Fondali è un romanzo estremamente ricco di temi e spunti – i rapporti familiari, quelli di amicizia e di coppia, l’uso di sostanze, le epidemie e la paura del contagio, le disparità sociali, il cambiamento climatico (e sicuramente mi sto dimenticando qualcosa). Ciascuno meriterebbe ore di discussione a sé. Tuttavia, ho l’impressione che, pur senza dirmelo esplicitamente, la ragione principale per cui Giorgio Raffaelli, direttore editoriale di Zona 42, mi ha suggerito di leggerlo sia la malattia della protagonista e io narrante, Rosalina: la sclerosi multipla (SM). Perché hai fatto questa scelta per il tuo personaggio?

Come ho già accennato, la motivazione più profonda è stata il bisogno di esorcizzare la paura e l’angoscia dettate dalla mia nuova (all’epoca…) condizione di persona malata. Ho dato corpo e parola a tutto ciò che mi spaventava, ho messo la protagonista in situazioni difficili e insieme abbiamo immaginato possibili soluzioni. Entrambe avevamo un viaggio da compiere, ognuna il suo, e abbiamo percorso la strada insieme. Ho iniziato a scrivere Fondali per compiere un esorcismo e alla fine ho trovato la migliore amica immaginaria che potessi sperare di trovare.

C’è anche una seconda motivazione dietro la scelta di parlare di SM, meno profonda della prima, ma comunque importante. Nei mesi successivi alla diagnosi ho passato un sacco di tempo in rete: cercavo informazioni sulla malattia, ma anche testimonianze di persone che con essa convivono. E mi sono accorta di non riconoscermi in nessuna delle narrazioni prevalenti, e di sentirmi a disagio con il modo in cui le persone comuni percepiscono i malati. Un esempio su tutti, la retorica del guerriero: “Ogni giorno, Gianfilippa lotta come una leonessa contro la SM”. Come se noi al mattino ci svegliassimo e ruggissimo ai passanti dalla finestra, tipo Simba nella savana. Senza contare che non c’è granché da combattere: ce l’ho e me la tengo, tutto quello che posso fare è seguire le terapie. Oppure ci attribuiscono caratteristiche nobili, come a volerci dare un contentino: “Certo che sei proprio coraggiosa”. Di nuovo: ce l’ho e me la tengo e non posso farci niente, il coraggio non c’entra nulla. O ancora, l’immagine che spesso rimane in testa è quella descritta da Rosalina: persone in carrozzina che sorridono con gratitudine, grazie per aver comprato il sacchetto di mele!

In tutte queste narrazioni e percezioni noi malati siamo sempre e prima di tutto malati, una caratteristica che surclassa ogni altra (avvocata, imbianchina, giornalista, cassiera, attivista… al massimo puoi essere mamma o papà, perché i genitori sfortunati attirano sempre un sacco di cuoricini), una caratteristica che ti identifica come sfigata a prescindere, una persona comunque un po’ da meno degli altri, di quelli normali.

Ricevere una diagnosi di SM è un trauma che, già di per sé, genera una frattura profondissima: tra l’immagine che avevi di te stessa e questa cosa che sei adesso. Quello che eri, le cose che ti piaceva fare, i tuoi interessi, la tua vita: di colpo, ti sembra che tutte queste cose appartenessero a un’altra persona. E poi non solo ti scontri con la rappresentazione dominante della malattia, ma ti rendi anche conto che la tua stessa immagine mentale delle persone malate si è costruita su quella narrazione, e quasi a tua insaputa – perché, giustamente, nessuno si interroga sulla malattia, o su come questa venga percepita, se questa non sfiora la sua vita in alcun modo.

In parte capisco i motivi per cui si costruiscono queste narrazioni: le associazioni di sostegno ai malati lavorano bene, forniscono effettivamente un ottimo supporto (almeno, in Italia, nel caso della SM) e questo non sarebbe possibile senza finanziamenti e donazioni – ed è più facile ottenerli mostrando persone in serie difficoltà. In realtà, le terapie attuali consentono a molte persone malate di avere una buona qualità della vita, e oggi una diagnosi di SM non è più necessariamente una condanna, come poteva esserlo trenta o quarant’anni fa. E questa evoluzione non solo è un’ottima notizia, ma è avvenuta proprio grazie alla ricerca, parzialmente finanziata dalle donazioni di cui sopra: e temo che mostrare delle persone con SM che vivono bene possa non essere altrettanto efficace nell’attrarre fondi.

Così come non escludo che ci siano delle persone malate che si sentono a loro agio con queste rappresentazioni. Io però non sono tra queste e avevo un gran bisogno di una narrazione in cui rispecchiarmi, in cui ritrovarmi. Una storia in cui la malata è prima di tutto una persona che tira a campare come tutti gli altri, con degli affetti e una vita interiore, passioni e desideri. Una persona che sa badare a se stessa e che si imbarca – perché no? – in un’avventura straordinaria, con tutti i suoi limiti fisici e mentali. In pratica, mi sono creata la mia eroina personale.

La SM in Fondali è raccontata in maniera estremamente realistica. Questo contribuisce a rendere più credibile lo scenario fantastico (o iperreale?) in cui le vicende si svolgono, alimentando così l’angoscia e la paura nel lettore. Inoltre, la malattia diventa anche una lente attraverso cui osservare una società alla deriva, in cui tu porti all’estremo dinamiche che, purtroppo, già oggi si iniziano a intravedere anche nella nostra società. Mi riferisco, per esempio, al fatto che solo chi può permettersi di pagare le cure riesca davvero a curarsi, al fatto che alcuni protocolli di sperimentazione siano eticamente discutibili, ai determinanti sociali della salute (tema che per chi come me si occupa di salute pubblica è fondamentale!). Alla luce di questo, possiamo definire Fondali un romanzo volutamente politico?

All’inizio, non c’è stato un tentativo così cosciente di inserire temi politici nel romanzo: sono state prima di tutto l’angoscia e la paura che mi hanno spinta a scriverlo. Sentimenti che si sono inevitabilmente intrecciati con i temi di salute pubblica che hai elencato – e ancora di più in periodo di covid. A me interessavano soprattutto i personaggi: chi sono, come scelgono di muoversi in un contesto difficile ma credibile (mi piace molto la tua definizione, “iperreale”: credo che te la ruberò!), e come tale contesto influenzi le relazioni umane e la vita quotidiana. Ovviamente mi interessava anche crearlo con cura, questo mondo difficile – anzi, diciamolo: mi sono proprio divertita un sacco. Facendo questo, è inevitabile non solo che la mia visione politica sia venuta fuori, ma anche (e soprattutto) che io sia andata a toccare i temi su cui sono più sensibile o verso i quali mi sento particolarmente vulnerabile. E sono contenta che il romanzo, alla fine, abbia una dimensione politica.

Una domanda che mi accompagna spesso quando leggo romanzi che affrontano la malattia, come il tuo, riguarda la legittimità dell’operazione letteraria: fino a che punto l’arte può servirsi della malattia e delle storie dei pazienti come materiale narrativo senza sentirsi responsabile nei confronti di chi quella malattia la vive – i malati – o di chi prova a curarla – medici, infermieri, operatori sanitari?

Di recente, a tal proposito, ho letto Padiglione di riposo di Camilo José Cela, premio Nobel per la letteratura nel 1989 (qui ne ho letto un estratto ad alta voce): un romanzo in cui il protagonista, uno scrittore, si pone esattamente questa domanda dopo essere stato criticato per aver raccontato la vita dei malati ricoverati in un sanatorio attingendo alle loro storie. Un’operazione che, secondo alcuni, rischiava di alimentare nei pazienti un’eccessiva immedesimazione e di farli soffrire ancora di più.

Secondo me siamo sempre responsabili di quello che scriviamo, o perlomeno è così che mi approccio io alla scrittura. Non si tratta di non ferire la sensibilità altrui, un concetto vago che rischia di portare all’immobilismo, o a storie prive di argomenti sensibili e quindi senza profondità, ma di approcciarsi ai temi e ai personaggi con empatia e rispetto, oltre che con una conoscenza approfondita degli argomenti che si trattano.

Come si sarà capito, in Fondali ho attinto dalla mia personale esperienza della malattia, creando una narrazione che fosse su misura per me, senza pretesa alcuna di raccontare la verità sulla SM: è una malattia imprevedibile, con decorsi che possono essere molto diversi da una persona all’altra, per cui non esistono verità assolute. Inoltre, ogni malato vive la sua condizione a modo suo, secondo i suoi strumenti e la sua sensibilità e, immagino, anche il livello di malessere che la malattia comporta.

Fino a adesso sono stata molto fortunata: dall’esordio della malattia, nel 2019, non ho più avuto ricadute e ho recuperato quasi al 100%. Vivo una vita assolutamente normale, anche se mi stanco più facilmente degli altri e soffro molto il caldo. Ho fatto un gran lavoro psicologico per accettare la malattia (sanare la frattura) e viverla con relativa serenità, ma è indubbio che le mie condizioni fisiche mi abbiano aiutata. Talvolta ho un atteggiamento persino un po’ sbruffone nei confronti della SM (tipo Bart Simpson che mostra il didietro, per capirsi), e va benissimo così, per me funziona e mi aiuta a vivere meglio, quindi perché no. Sicuramente questo mi ha anche permesso di immaginare un’avventura in cui una persona con SM, e con evidenti limitazioni fisiche, partecipa a feste, è utile agli altri, si mantiene da sola, addirittura si infila nei posti più pericolosi dei Fondali e compie una grande impresa. Mi sono chiesta spesso se questo non fosse un atteggiamento un po’ troppo “facilone”, che avrebbe magari potuto urtare persone che davvero convivono con limitazioni analoghe a quelle di Rosalina, se non peggiori. Ma poi mi sono detta che questa è la mia versione delle cose, il mio modo di stare “dentro” la SM, ed è un modo legittimo come un altro. Soprattutto spero che, al contrario, la storia di un’eroina con la SM possa essere di ispirazione per altre persone malate così come ha dato forza a me mentre la scrivevo – e sarebbe anche bello se Fondali potesse spostare, anche di poco, la percezione che le persone “normali” hanno di noi.

Vorrei chiudere l’intervista in leggerezza. Fondali è pieno di musica: il nome Rosalina proviene da una canzone di Fabio Concato; citi Celentano e Paolo Conte; inserisci estratti di brani di Cosmo; parli del FuturFestival (ex Kappa FuturFestival), uno dei più importanti festival di musica elettronica al mondo, che si tiene a Torino.

Ti faccio allora due domande. La prima: che rapporto hai con la musica? La seconda: ti va di suggerire ai lettori di Fondali una mini-playlist di alcuni brani per entrare nell’atmosfera del libro?

Posso fare di meglio: una playlist ufficiale di Fondali esiste già! E sono ben felice di diffondere il verbo. Sono appassionata di musica da sempre, sono cresciuta in una famiglia in cui se ne ascoltava moltissima e poi non ho più smesso. È quasi inevitabile che, per me, ascolti e scrittura vadano di pari passo, anzi spesso creo una playlist (o un abbozzo di playlist) prima ancora di mettermi a scrivere, quando ho appena un barlume di idea in testa. Dopodiché la ascolto ossessivamente fino a quando non ho ultimato il testo. Ogni scena ha i suoi pezzi di riferimento, che mi aiutano a calarmi nell’atmosfera che voglio creare e a trovare il ritmo che voglio imprimere al testo. Poi non so quanto di questo risulti alla fine sulla pagina, magari è solo un mio viaggio mentale… ma di sicuro mi diverto molto!

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