Freud e Virgilio – Parte 4

In “Mosè e la Religione Monoteistica” (1934/1938)

Questo articolo fa parte di una serie. Il contributo precedente è consultabile qui.

L’ultima citazione virgiliana da parte di Freud di cui voglio parlare è contenuta in Mosè e la Religione Monoteistica (1934/1938). Si tratta di un’opera dall’ampio impianto centrata sulle origini del monoteismo, che Freud riferisce alla protostoria dell’umanità quando questa viveva in piccole orde guidata da un Padre insieme tiranno e protettivo. Questa ambiguità è espressa anche nel linguaggio, di cui è possibile rintracciare esempi carichi di tale duplicità. L’esempio che Freud cita è quello dell’aggettivo “sacro”, che può valere sia sacro e consacrato, sia esecrando e infame, come accade nella riflessione freudiana alla volontà del padre, intoccabile e onorevole, ma anche fonte di timore e tremore, in quanto esigeva qualche forma di dolorosa rinuncia pulsionale.

È a questo punto che Freud cita Virgilio: «auri sacra fames» (Eneide, 3, 57), “esecranda fame dell’oro”.

Si tratta nel poema virgiliano di una sorta di figlicidio, perpetrato da Polimestore cui era stato affidato da Priamo il figlio Polidoro per proteggerlo dalla fine di Troia, che il vecchio re ormai presagiva prossima. Alla caduta di Troia Polimestore, che avrebbe dovuto essere un secondo padre protettivo del giovanissimo Polidoro, uccide invece il ragazzo, avido dei tesori di cui era stato ampiamente dotato dal Padre. Enea scopre questo delitto quando spezza casualmente le fronde di un arbusto che gocciola nero sangue. L’arbusto era cresciuto sulla fossa dove Polidoro era stato segretamente e frettolosamente sepolto. L’episodio poi ispirerà Dante nella Divina Commedia (Inferno, 13, 33), quando si accingerà a descrivere la vicenda del suicida Pier delle Vigne.

Freud, dunque, è nuovamente attratto dalla considerazione della distruttività e della distruttività figlicida in particolare, questa volta alimentata dall’avidità di beni materiali.

Possiamo certamente pensare alle componenti edipiche dell’episodio, soprattutto nella versione di Laio che uccide il figlio; ritengo tuttavia che questa vicenda possa attirare la nostra attenzione sulla avidità dei padri che non vogliono lasciare nessuna eredità ai figli, e men che meno sopportano l’idea di dover morire prima dei figli.

Questo mi fa pensare a una delle implicazioni dell’attuale crisi ecologica, per la quale la predatorietà nei confronti della natura e delle risorse naturali ha raggiunto dei livelli di distruttività estremi, al punto che temiamo (?) di lasciare un pianeta esausto e senza più ricchezze per vivere alle future generazioni.

Il virgiliano Polimestore per impadronirsi di tutte le ricchezze aveva addirittura risolto di uccidere Polidoro, come Crono e altre figure mitiche che divorano i propri figli privandoli della vita e di un loro futuro, o addirittura utilizzandoli fisicamente per la loro sopravvivenza. Mi pare legittimo pensare che la dimensione edipica debba essere allargata a una dimensione pregenitale in cui analità distruttiva e oralità cannibalica svolgono un ruolo fondamentale.

Non voglio esattamente sostenere che Freud fosse consapevole della grave crisi ambientale che era in evoluzione già negli anni Trenta del Novecento, ma piuttosto che in questo scritto e altrove prendesse in considerazione la sciagurata avidità delle classi dominanti a danno dei più deboli, con gravi conseguenze per gli equilibri sociali e naturali. Nel caso del Mosè questo gli era particolarmente evidente a partire dagli attributi di onnipotenza che i padri si attribuivano e venivano loro attribuiti, proprio nell’ottica del bisogno di una onnipotente figura normativa e protettiva, con tutte le conseguenze del caso, nel bene e nel male.

Ma credo soprattutto che il mite Virgilio e il saggio Freud avessero entrambi inteso quale iattura fosse l’avidità di potere e di ricchezza, che era sotto gli occhi di Virgilio nella persona di Augusto, e sotto quelli di Freud nelle persone dei regnanti e dei potenti di Europa, che avevano scatenato la Prima Guerra Mondiale, destinata a protrarsi di fatto per almeno un trentennio.

È quello che io chiamo “il Passaggio di Enea”, utilizzando parzialmente una suggestione di Giorgio Caproni (1956), ma in un senso un po’ diverso.

Sulle montagne, infatti, si trovano i passi, le cosiddette Colme sulle carte della verbanese Valgrande, quelle cioè che tra due cime mettono in comunicazione due valli o due versanti, permettendo di scoprire dei luoghi limitrofi ma sconosciuti e spesso incredibili.

Nel mondo alpino dei Walser tali vallate erano al centro del mito della Valle Perduta, sia nel senso della valle delle origini, sia nel senso della valle sempre irraggiungibile, una sorta di Utopia. Enea lascia un mondo perduto e cerca un nuovo mondo immaginato attraverso un passo, un varco nella tormenta tra un passato dolorosissimo e un futuro inafferrabile, una colma a cavallo tra bene e male, tra pietà e ferocia, tra pacifismo e distruttività, tra verità e finzione, tra destino e impostura.

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