Freud e Virgilio – Parte 5

Virgilio prima di Freud: nelle Bucoliche

Questo articolo fa parte di una serie. Il contributo precedente è consultabile qui.

Dopo avere preso spunto dalle quattro citazioni freudiane di Virgilio, e sulla base della suggestione di un Virgilio pacifista, cercherò di mostrare le profonde affinità tra il Poeta e Freud cominciando dalle Bucoliche.

Le dieci Ecloghe che compongono il poema che Virgilio chiama Bucoliche sono tutte dedicate alla vita pastorale del suo tempo. Lo spunto iniziale, importantissimo, è preso dal momento in cui i pastori e i contadini padani, e in particolare quelli della regione di Mantova, sono costretti a lasciare le loro terre destinate ai veterani delle guerre condotte da ultimo da Augusto. Si tratta dunque di un poema dell’esilio, provocato dalla guerra, nel quale i miti pastori della pianura abbandonano la loro patria e le terre che coltivano da tempo immemorabile.

Le angosce dei migranti, che affrontano un viaggio verso l’ignoto, sono dunque angosce di perdita e di spaesamento. Questo accade nel poema per tutti i pastori ad eccezione di almeno uno di loro, che probabilmente adombra Virgilio stesso; Titiro ha ottenuto di conservare il proprio podere per intervento dello stesso principe, ma assiste angosciato alla partenza avventurosa degli amici ed è ormai prossimo a riconoscersi forse privilegiato, ma certamente straniero, ormai estraneo nella propria patria.

Insomma, per Virgilio non c’è salvezza se non è salvezza comune, che è esattamente l’idea freudiana a partire dalla autentica relazione oggettuale.

Esiste una rete di rapporti ricca e solidale entro la quale l’essere umano può operare i suoi investimenti oggettuali, caratterizzati da una dimensione fondamentalmente libidica, dalla reciprocità, dalla responsabilità e dall’etica. Al termine della prima Ecloga, Titiro invita l’amico ormai esule a fermarsi da lui per la notte e a condividere con lui un pasto frugale. Si fa sera, i camini delle semplici casere fumano e dalle alte montagne scendono ormai le ombre, quelle che si stendono su tutti gli uomini in lutto.

Nelle successive Ecloghe i temi caratteristici sono: l’amore fonte di passione grande, ma anche di gioie e di dolori talora estremamente acerbi; la vita pastorale caratterizzata dalla tranquillità e bisognosa di pace, tanto che Virgilio vagheggia il ritorno di una mitica età dell’oro –  e l’oro potrebbe forse essere il mondo pacificato dal principe Augusto, che ha portato a termine la sua lotta per la conquista di un immenso potere, destinata a chiudere idealmente per sempre il Tempio del dio della guerra. Entrambi questi temi sono squisitamente psicoanalitici; il primo, l’amore, addirittura il tema fondativo della psicoanalisi; il secondo, la pace, caratterizza l’estrema riflessione freudiana nelle pieghe utopiche di Perché la guerra?

Virgilio, tuttavia, intimamente non crede alla autenticità e alla purezza della pax romana, malgrado debba e voglia condividere il grandioso e ideale progetto pacificatore di Augusto. Il suo è un riguardoso consenso attraversato tuttavia da una segreta disillusione: il potere è in sé espressione di violenza inevitabile, quando non lo sia di malvagità, come dirà alcuni secoli dopo Burckhardt.

Tuttavia, è legittimo pensare che Virgilio esprimesse una sua utopica speranza in una nuova miracolosa era di pace, cogliendo l’anelito di un mondo provato troppo a lungo dalle guerre e, probabilmente, volendosi illudere di una tale prospettiva.

Vedremo come evolverà questo pio desiderio. Anche in questo è presente un filo che unisce la poesia di Virgilio con le considerazioni finali che Freud rivolge ad Einstein: dobbiamo attendere che gli esseri umani si convertano alla pace, alla pace delle relazioni politiche, e ancor più alla pace delle relazioni interpersonali.

L’illusione necessaria di Virgilio invece è il canto, la poesia coniugata con la musica, forma d’arte che egli coltiva appassionatamente nelle Bucoliche, tutte pervase dal canto di pastori-poeti di immensa dolcezza e ispirazione.

Essi nel canto celebrano l’amore e la bellezza della natura selvaggia e quella della natura ingentilita dalle cure dei contadini e dei pastori. Il confronto, tuttavia, tra l’amore e la cura della natura, vede quest’ultima prevalere, potremmo dire facilmente, visto il carattere radicalmente illusorio dell’amore e delle sue vicissitudini estremamente precarie.

L’ultima delle dieci Ecloghe è particolarmente importante: essa è dedicata all’amico e pure poeta Cornelio Gallo. Virgilio celebra le preoccupazioni di Gallo che è stato abbandonato dalla sua amica per un soldataccio e ora si trova a percorrere le Alpi al suo seguito, esponendo i suoi fragili piedini al gelo delle nevi perenni degli alti passi. Gallo in realtà era un importante funzionario dell’amministrazione di Augusto e venne accusato dai suoi rivali di infedeltà agli occhi del principe.

Augusto aveva deciso di allontanarlo e aveva decretato per lui la damnatio memoriae, doveva semplicemente scomparire dalla storia dell’Impero, in ogni sua forma e per sempre. Virgilio trova il modo in questa Ecloga di sfidare timidamente il sovrano, celebrando l’amore infelice e tradito dell’amico. Sono convinto che questa celebrazione servisse a Virgilio per dare rilievo all’amico, poeta discreto e da lui ammiratissimo, e probabilmente per segnalare il tradimento di cui era stato vittima non solo da parte dell’amata, ma dai suoi colleghi invidiosi e finalmente dallo stesso Augusto.

Se le cose stessero così, è evidente il ruolo che Virgilio attribuisce al canto, dunque non solo una funzione consolatoria, ma una funzione riparativa della verità, della giustizia, della fedele amicizia, la sua. Ma qui interviene la più dolorosa delle evidenze, che l’amore non si prende cura, l’amicizia può essere tradita, che il canto ha una ben flebile voce. Gallo finirà suicida, come alcuni secoli più tardi il già ricordato Pier delle Vigne, entrambi vittime di un simile e impietoso destino innescato dalla calunnia.

In termini freudiani ci possiamo chiedere quale conforto ci può dare la buona sublimazione, quale consolazione ci può offrire l’arte con la sua fragile bellezza. Sono le tematiche affrontate da Freud nelle opere estreme, una fra tutte Il disagio della civiltà.

Stiamo dunque parlando della rinuncia istintuale e delle sue vie misteriose.

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