Freud e Virgilio – Parte 6
Virgilio prima di Freud: nelle Georgiche
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14 Settembre 2026 – Psichiatria, Arte, Dolore, Morte, StoriaTempo di lettura: 12 minuti
14 Settembre 2026
Psichiatria, Arte, Dolore, Morte, Storia
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Le Georgiche sono un poema virgiliano in quattro libri dedicato ai lavori della terra, della Madre Terra, probabilmente sulla traccia offerta da Esiodo con il suo poema Le Opere e i Giorni. Così come le Bucoliche sono un poema pastorale, le Georgiche sono il poema dei lavori dei campi, che portano a compimento l’idea che sono queste le opere davvero necessarie e nobili degli esseri umani. Questa è l’idea di incivilimento di Virgilio, la sua idea profonda di Kultur.
La riflessione di Virgilio che si era soffermata esplicitamente sull’amore, sulla poesia accompagnata dalla musica, sulla amicizia e segretamente sul potere, si dedica ora ai lavori dei campi, che trasformano l’uomo primitivo in uomo civile. Il quarto e ultimo libro delle Georgiche è interamente dedicato alla cura e all’allevamento delle api. Oltre metà del libro è però occupato da una favola, quella di Aristeo, mitico pastore e allevatore di api. Stando alla testimonianza di Servio, commentatore delle Georgiche del quarto secolo d.C., la seconda parte del quarto libro era originariamente occupata dall’elogio dell’Egitto e del suo prefetto Cornelio Gallo, come sappiamo amico di Virgilio e stimatissimo poeta, caduto in disgrazia presso Augusto a causa di maldicenze. Questo elogio sarebbe stato omesso da Virgilio e sostituito con la favola di Aristeo. Voglio ammettere questa ipotesi, peraltro accreditata, e chiedermi il senso profondo di questa vicenda poetica ed emotiva.
La prima osservazione che desidero fare è sul carattere proteiforme di Virgilio.
Il poeta non vuole dispiacere al suo benefattore ed estimatore Augusto, e per questo abbandona l’elogio di Gallo nelle Georgiche. Tuttavia questa non è una scelta opportunistica, ma di opportunità, adattiva, che non gli impedisce di esprimere i suoi sentimenti e le sue opinioni etiche, come vedremo. Virgilio è poeta coltissimo e raffinato uomo di corte. Ma è anche un mite agricoltore, che coltiva con amore e con competenza un suo piccolo podere, dove si rifugia talvolta lontano dalle stanze del potere per dedicarsi alla riflessione e alla creazione poetica.
La favola di Aristeo. Il pastore Aristeo vede morire le sue api e si dispera non comprendendone le cause e quindi i rimedi. Si rivolge affranto alla madre, la Ninfa Cirene, per ottenerne aiuto. La madre lo incoraggia a rivolgersi a Proteo, da cui proteiforme, che si adatta cioè alle situazioni per proteggersi. Proteo è una divinità minore dei boschi, che certo conosce i segreti della cura delle api. Aristeo viene così a sapere che la causa della morte delle sue api va ricercata nella sua frenesia erotica, che lo spinse a inseguire Euridice, di cui si era invaghito, e che lo fuggiva senza avvedersi di un serpente nascosto nell’erba. Euridice muore morsa dal serpente velenoso. Aristeo è colpevole, la brama amorosa è cieca e minacciosa fino alla morte.
Nella favola di Aristeo si inserisce la drammatica vicenda di Orfeo, che di Euridice è l’innamorato corrisposto, e che disperatamente cerca di riportarla alla vita. Orfeo scende negli Inferi alla ricerca di Euridice e si ripropone così la spaventosa e fantastica discesa nel mondo dei morti, che tanta parte ha nelle fantasie degli uomini, e quindi nelle produzioni letterarie e artistiche di ogni tempo. Orfeo è un cantore sublime e scende nell’Ade facendo risuonare la sua stupenda melodia, commovendo tutte le creature sotterranee, anche le più mostruose. Egli ottiene così, grazie al canto, di potere ricondurre l’amata Euridice tra i vivi. Tuttavia, smanioso di ammirare Euridice, si gira a guardarla prima di essere fuori dall’Inferno, disobbedendo all’ordine ricevuto dalla Regina dell’Oltretomba, e l’infelice Euridice torna a precipitare nel regno dei morti, questa volta per sempre. Euridice è perduta di nuovo a causa della follia di Orfeo, follia perdonabile, dice Virgilio, se i Mani, gli dèi inferi, sapessero perdonare. Ma Aristeo ha sottratto allo sfuggente Proteo il segreto della salvezza delle api, per la verità rivelatogli dalla tenera madre: dovrà lasciare imputridire delle carcasse di giovenchi in luogo appartato. Dopo qualche giorno nuovi sciami prodigiosamente appariranno dall’interno delle bestie uccise.
Quest’arte è nata in Egitto. Gallo era governatore dell’Egitto, paese quasi mitico per la sua millenaria cultura dell’Oltretomba. E dall’Egitto proviene il segreto della salvezza, in questo caso delle api. Rendendo omaggio all’Egitto, Virgilio rende un simbolico segreto omaggio alla memoria dell’amico, sottraendolo misteriosamente all’oblio. L’idea di Virgilio è che l’amicizia sia, malgrado tutto, il bene supremo. Non l’amore che è sempre fonte di sofferenza e addirittura di follia, come insegna la stessa favola di Orfeo ed Euridice. Il canto è pure un bene grande, capace di sedurre i cuori più duri, ma mostra i suoi limiti rispetto alle leggi divine e fatali, che finiscono per non tenerne più conto e sopraffarlo. Freud era un appassionato cultore dell’arte e della bellezza, e riteneva che la poesia fosse uno dei più grandi valori prodotti dalla Civiltà, pur non avendo un immediato riscontro materiale. Carmina non dant panem, ma l’arte può dare conforto e fornire gli strumenti della sublimazione, che si configura come l’estrema difesa dalla prepotenza istintuale.
Virgilio prima di Freud cerca nel canto e nella sublimazione conforto e consolazione, ma sa quanto effimera sia questa pur nobilissima difesa rispetto alle leggi del potere e del fato.
Gli esseri umani devono piegarsi al potere mondano prima e alla fatale ineluttabilità della morte dopo. Nello scritto Caducità Freud conforta lo sconsolato poeta che compie con lui e con altri una escursione sulle colline e nei boschi intorno a Vienna. Si tratta probabilmente di Rilke, presagio della futura fine della fioritura primaverile. Freud argomenta che se è vero che ad ogni primavera segue più tardi un inverno, è vero che ad ogni morte di ogni inverno segue la resurrezione gioiosa di una nuova primavera. Per quanto deboli possano essere questi argomenti, Virgilio li anticipa con l’idea che un nuovo sciame di api nascerà dopo una distruzione. E probabilmente allude anche al destino dell’amico Cornelio Gallo, secondo lui poeta immortale a lungo vissuto nell’Egitto patria della bugonia, dell’eterna rigenerazione, resurrezione della vita – non solo delle api. Del resto, come ho cercato di mostrare, la decima Ecloga delle Bucoliche è un piccolo monumento alla memoria di Gallo, forse insufficiente per immortalare le sue qualità poetiche, ma certo una commovente celebrazione delle pene di un amore fedele non solo a Licoride, ma anche ad Augusto, delle pene di una persona più volte tradita. E l’amore è il sentimento destinato a squassare il cuore degli uomini o nella forma di una insana e distruttiva passione (Aristeo e lo stesso Orfeo), o illudendoli di una fedeltà e di una perennità che ben presto si rivelano fallaci (di nuovo Orfeo e lo stesso Gallo delle Bucoliche).
Resta il canto, fragile voce capace di confortarci, ma anche di ammaliarci oltre le sue realistiche virtù.
Il potere terreno e il potere della nostra natura caduca hanno una loro ineluttabile valenza determinando le nostre vite. La consolazione del canto si arresta comunque alle porte dell’Ade, seppure ci protegge con la sua tenerezza dalla violenza del potere. Comunque, l’assenza di Cornelio Gallo nel quarto libro delle Georgiche ha una forza persuasiva pari solo al potere della rimozione, che produce sintomi, formazioni sostitutive e fantasmi allucinatori di enorme densità e segreta bellezza. La “rimozione” di Gallo produce nell’opera di Virgilio tenera pietà e versi allusivi e bellissimi. Mi sembra di poter quindi dire che il conforto del canto, di cui Virgilio dubitava al punto da volere che fosse distrutta l’Eneide, giunge in verità e fortunatamente fino a noi, fruitori stupiti e commossi del lascito virgiliano.
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