Gestire l’amore condizionato
La cura tra le righe
Questo contributo fa parte di una rubrica. Il numero precedente è consultabile qui.
7 Settembre 2026 – Comunicazione, Educazione, Libertà, Medical Humanities, TestimonianzeTempo di lettura: 14 minuti
7 Settembre 2026
Comunicazione, Educazione, Libertà, Medical Humanities, Testimonianze
Tempo di lettura: 14 minuti
Il primo trimestre di gravidanza è complicato per molte ragioni.
Per le nausee, per i bruciori di stomaco, per le paure che ci abitano di fronte a un cambiamento e all’incertezza di qualcosa che esiste, ma solo potenzialmente – una possibilità che potrebbe svanire da un momento all’altro. C’è però un’altra forma di difficoltà che oggi molte donne, molte coppie, si trovano ad affrontare: gestire il divario fra l’idea di un amore che si vuole incondizionato – quello di una madre per un figlio, anche se non ancora nato – e un amore che invece si scopre condizionato dal fatto che in casi non così rari ci si trova davanti alla scelta di proseguire o meno una gravidanza.
Elena parla di limbo, mentre mi racconta di questa sua esperienza. Nel momento in cui parliamo, non sa ancora se il test genetico a cui sta per sottoporsi darà un esito favorevole. Mi colpisce che scelga, forse senza nemmeno rendersene conto, un concetto antico come quello di limbo, che nella tradizione cattolica indicava il luogo dove finivano le anime gravate dal solo “debito” del peccato originale – senza altre colpe – come i bambini morti prima di ricevere il battesimo. Stiamo parlando del peso che comporta scegliere di sottoporsi allo screening prenatale: i test che oggi permettono di sapere, intorno alle 12 settimane di gestazione, se l’embrione presenta alcune anomalie cromosomiche, in particolare a carico dei cromosomi 13 (sindrome di Patau), 18 (sindrome di Edwards) e 21 (trisomia 21, sindrome di Down).
Per la diagnosi prenatale non invasiva delle principali patologie cromosomiche fetali sono oggi disponibili due approcci complementari. Il NIPT (il test del DNA fetale) si basa sulle tecnologie di sequenziamento di nuova generazione e permette di quantificare, con un semplice prelievo di sangue, la piccola frazione di DNA fetale libero presente nel sangue materno. La sua accuratezza per la trisomia 21 è molto elevata, con sensibilità e specificità superiori al 99% (99,3% per i falsi positivi, 99,8% per i falsi negativi), leggermente più bassa per le trisomie 13 e 18 e per le aneuploidie dei cromosomi sessuali, come le sindromi di Turner e Klinefelter. Il cosiddetto bitest si basa invece su un prelievo di sangue per il dosaggio di due proteine – la PAPP-A e la frazione libera della beta-HCG. Il bitest presenta però una percentuale di falsi positivi più alta rispetto al NIPT, intorno al 4-5%, calcolata sui casi in cui, a fronte di un rischio stimato elevato, l’esame invasivo di conferma risulta poi negativo. A questi esami si affianca un’ecografia eseguita fra l’undicesima e la tredicesima settimana di gestazione, che analizza parametri come la translucenza nucale, la presenza dell’osso nasale, il rigurgito della tricuspide e il dotto venoso. La translucenza nucale, in particolare, consente di stimare il rischio delle trisomie 13, 18 e 21, oltre a fornire indicazioni utili anche per cardiopatie e altre sindromi a insorgenza successiva. In entrambi i casi, trattandosi di test di screening e non diagnostici, un risultato positivo richiede sempre una conferma tramite un esame invasivo – villocentesi (prelievo di un campione di placenta) o amniocentesi (prelievo di liquido amniotico) – per arrivare a una diagnosi definitiva.
La parola che ricorre di più nella mia conversazione con Elena è solitudine.
La sensazione costante è che lei e il suo compagno siano gli unici abitanti di un pianeta dove tutti parlano un’altra lingua. Pochissimi sanno della loro attesa, proprio perché non si sentono pronti a condividere l’eventuale scelta di non proseguire la gravidanza in caso di esito positivo dei test prenatali; e chi ne è a conoscenza, come i loro genitori, non riesce a comprendere la tensione di questa attesa, protratta fino al tanto atteso risultato. «Mia madre continua a ripetermi di stare serena, che lei è tranquilla, che tutto andrà bene, e che ai suoi tempi certo non si preoccupava di questi aspetti. La sua intenzione è chiaramente quella di rassicurarmi, ma finisce solo per farmi sentire sbagliata – una “donna moderna” che “si preoccupa troppo”. Serve a poco chiederle di immedesimarsi, di pensare a come lei stessa avrebbe affrontato questa scelta tanti anni fa, sulla propria pelle. La distanza fra noi, prima di tutto anagrafica, ci allontana: lei aveva 20 anni quando ha avuto mia sorella, la primogenita, e 22 quando ha avuto me. Senza ecografie, né test del sangue. Io ne ho 39 e ho letto molto sull’argomento».
Mi viene in mente il dialogo lacerante fra Zerocalcare e sua madre in Due Spicci.
Mamma: Solo una cosa ti chiedo.
Zerocalcare: Eh.
Mamma: Di essere felice.
Zerocalcare: (monologo interiore)
E porco due m’hai detto cazzo! Se mi dici “ti chiedo solo una cosa”, m’aspetto una cosa facile. Tipo: “ti chiedo solo una cosa, mandami un messaggino quando torni a casa”. No, “essere felice”! Che porco due è soltanto tipo la ricerca infinita de tutti gli individui da quando nascono a quando crepano in tutta la storia dell’umanità!
Che poi mi puoi chiedere una cosa su cui non c’ho nessun controllo? Non è che decido io se so’ felice o no. È come se mi chiedi una cosa sola: d’avé la voce da Aretha Franklin. Ma io che ti posso fa’ se gracchio?
Ahh! Mo’ so’ infelice e mi sento pure in colpa, come una bestia ingrata, perché è vero che non mi hai fatto mancare niente. Sono stato un ragazzino amato, c’ho avuto il Super Nintendo, la Xbox e la PlayStation 1, 2, 3, 4 e 5. Mi se’ venuta a prendere alle feste a mezzanotte quando ti chiedevo di vederci dietro l’angolo perché mi vergognavo di te e papà. M’hai cantato le efferate ninne nanne francesi sulle vedove dei mariti morti in guerra quando non riuscivo a dormire. M’hai accompagnato a vedere Jurassic Park al cinema dodici giorni di fila perché stavo in fissa.
Hai fatto tutto quello che serve per rendere un ragazzino felice. Quindi non è colpa tua, non hai sbagliato niente, non è colpa di nessuno. Non lo so chi è. Forse ci sono delle emozioni a cui qualcuno di noi non c’ha accesso. Lo sai che stanno là, dietro a una porta, però non sai come aprirla. Ma questo non lo puoi di’ a chi ti vuole bene, perché se no si danna l’anima.
[…] La posso delude in mille modi, ma non voglio che pensi che tutto quello che ha fatto non è servito a niente
Zerocalcare: Ma sì che so’ felice, mà…
Mamma: E allora va bene! L’importante è quello.
Non si tratta, in questo caso, di una contrapposizione ideologica, come invece può accadere in molte altre famiglie: né Elena e il suo compagno, né i loro genitori si considerano religiosi, tanto che la coppia ha avuto la fortuna di poter condividere liberamente la propria posizione. «È qualcosa di più sottile: è la consapevolezza di conoscere i dati reali sulla prevalenza delle anomalie cromosomiche [Elena lavora in ambito sanitario], di aver letto molto sull’argomento, di aver seguito account di ginecologhe e ostetriche che ne parlano – e non riuscire a pacificarmi con l’idea che può succedere, e che se scelgo di sapere posso anche scegliere di agire. Tutto questo non solo mi sta portando a vivere questi primi mesi peggio di come potrei, ma mi costringe anche a fare i conti con una parte di me che sente il dovere di amare il proprio futuro figlio incondizionatamente, fin da subito, e un’altra frenata dal timore di dover poi fare un passo indietro. Il nocciolo della questione, chiaramente, è sapere che la scelta di interrompere una gravidanza tanto desiderata sarebbe imputabile unicamente alla nostra incapacità di gestire, a priori, la vita di un figlio con disabilità».
E poi c’è il fuori. «Per mesi, mentre cercavamo la gravidanza, ho iniziato a seguire account di ostetriche, ginecologhe, esperte del sonno o dello svezzamento, riviste dedicate e chi più ne ha più ne metta – soprattutto su Instagram – per cominciare a entrare in questo mondo, mi racconta. Con il mio compagno abbiamo letto libri sulla genitorialità e io da sola mi sono avvicinata anche a letture più dedicate all’esperienza materna della gravidanza. Ho cercato di uscire dai miei schemi abituali, dal mio approccio razionale ai fenomeni, per avvicinarmi a uno più “di pancia”, come si dice. Ho letto alcuni testi, per esempio i libri di Verena Schmidt, consigliati come must have dalle varie “mamme-esperte” online, e il risultato è stato sentirmi sempre più fuori luogo e a disagio di fronte a una maternità raccontata prima di tutto come istinto – come esperienza trasformativa, sì, ma in senso quasi magico, dove perdere la lucidità sembra quasi la forma più alta di trasformazione. Un’altra discrepanza fra ciò che avrei dovuto sentire e ciò che sentivo davvero. Eppure un figlio, noi, lo stiamo cercando, desiderando, immaginando con gli occhi lucidi dalla commozione. Nonostante questo, continuavo a costringermi a leggere, a seguire, quasi fosse un dovere. Dopo aver scoperto la gravidanza, quando tutto è diventato reale, ho sentito il bisogno profondo di chiudere tutto – quello sì, viscerale. Il rifiuto di dover essere in un certo modo, per quanto sia ancora difficile da elaborare».
Elena, che lavora in un contesto sanitario, ha scelto di farsi affiancare da persone esperte in carne e ossa – fra cui un’ostetrica e una psicologa – che la stanno aiutando a navigare, appunto, questo limbo. Privatamente, perché ha la fortuna di poterselo permettere e gli strumenti per leggere questo periodo che sta attraversando. «In realtà, parlando per caso con alcune amiche a tu per tu e leggendo molti forum online, mi sono resa conto che questo sentire è comune – eppure resta sempre sotto silenzio, sepolto sotto le fotografie sorridenti degli annunci social al compimento del quarto mese di gestazione. Anche online, i contenuti sul primo trimestre parlano per lo più di sintomi fisici e variazioni umorali».
Ha ragione Elena. Le difficoltà emotive vengono di solito raccontate come dettate dagli ormoni, quasi mai attraverso uno sguardo lucido e razionale sul tema. «Dal fatidico quarto mese in poi, è tutto raccontato. Ma del prima, di questo limbo, oggi non parla quasi nessuno – a differenza di quanto accadeva decenni fa, quando le gravidanze si annunciavano prima, pur nella consapevolezza che qualcosa poteva andare storto. Anche il non poter – in realtà il non voler – dire di essere incinta prima di sapere che tutto va bene, è oggi una forma di violenza sul corpo delle donne: costringe al nascondimento, e dunque alla solitudine, nell’attesa di scoprire se dovremo fare una scelta».
Per questo ho dato la parola a Elena in questa puntata de La cura tra le righe. Parliamone. Magari in incontri di gruppo, pubblici, gratuiti.
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