Giri della morte

Intervista allo scrittore Angelo Ferracuti

Per caso, inizio a scrivere questa intervista il 2 novembre 2025. 2 novembre che nel nostro calendario di origine cattolica è noto a tutti come il “giorno dei morti”. Così, giusto per dire… Il pezzo uscirà comunque più avanti. Il 2025, a quel punto, sarà già defunto – qualcuno dirà: “meno male”.

Negli ultimi tempi mi è capitato di leggere almeno due opere – un reportage narrativo-fotografico e un graphic novel – che della morte fanno il loro tema. Il primo s’intitola L’ultimo viaggio. L’ha scritto Angelo Ferracuti; le fotografie, in bianco e nero, sono di Giovanni Marozzini e si trovano in due sezioni, una all’inizio e una alla fine del libro. L’altro è Per aspera ad astra, un graphic novel dell’artista Lorenzo Fonda. Di quest’ultimo, però, parleremo un’altra volta (ma voi, intanto, leggetelo – fidatevi, ne vale la pena).

Ora concentriamoci su L’ultimo viaggio. Storie di vita e fine vita. Titolo e sottotitolo sono piuttosto espliciti: non lasciano spazio a dubbi su ciò di cui parla il libro. Paolo Di Stefano, su La Lettura del Corriere della Sera del 12 ottobre 2025, lo ha definito – e io concordo – «un libro che attrae e respinge continuamente». Già, perché non è facile confrontarsi con la verità più verità di tutte – e no, non è uno spoiler: finiremo, smetteremo di esistere. Ma soprattutto, non è facile confrontarsi con il dolore della fine degli altri e più ancora dei “nostri” altri, quando questa fine – per varie ragioni, tra cui, in primis, la malattia – arriva troppo presto, in modo inaspettato, o come conseguenza di una serie di circostanze e comportamenti di cui chi muore non è sempre e solo il primo responsabile.

Fatto sta che già dalla prima storia – sì, perché il libro è diviso in una decina di racconti diversi tra loro sia per luogo geografico (Italia, Svizzera, Norvegia, Germania…) sia per il tipo di vicende legate al fine vita narrate (suicidio, suicidio assistito, eutanasia…) – ho subito capito che valeva la pena contattare Angelo Ferracuti per chiacchierare con lui: non tanto del libro (quello ve lo leggete, che è meglio!), quanto delle ragioni che lo hanno portato a interessarsi di questo argomento.

Devo ringraziare l’amico che io e Angelo abbiamo in comune, lo scrittore Massimo Gezzi (qui l’intervista che feci a Massimo nel febbraio del 2024), per averci messo in contatto e per aver sostenuto questa mia idea.

Angelo, non posso che iniziare chiedendoti da dove nasce l’idea di parlare, verrebbe da dire della morte, ma nel caso de L’ultimo viaggio non sarebbe del tutto corretto. Forse è più giusto dire: da dove nasce il desiderio di raccontare come l’essere umano sceglie di affrontare la propria fine?

È un lavoro che ha pensato il fotografo Giovanni Marrozzini, il quale ha voluto coinvolgermi, ho accettato perché è un tema che avevo già affrontato ne La metà del cielo, importante anche letterariamente, mi sembrava una bella sfida. È uno dei temi della letteratura di tutti i tempi, qualcosa di assolutamente classico, qui declinato nel tempo presente quando il dibattito sul fine vita si è sviluppato in maniera molto forte in tutta Europa. Quindi c’è più di un interesse, come sempre, un primo interesse di curiosità umana al quale segue quello letterario, del risultato estetico, la forma con la quale rappresentare una determinata cosa, e poi anche un terzo, che è quello politico, cioè contribuire al dibattito sulla legge dell’eutanasia attiva, che in Italia è ancora proibita. Essendo un libertario sono decisamente favorevole affinché venga legalizzata, è una questione di civiltà ma soprattutto di pietas di fronte alla sofferenza inaudita di persone costrette a vivere una non vita, una sorta di terribile agonia. Inoltre, viaggiando in Svizzera, Germania, Olanda, Norvegia, oltre che in Italia, l’idea era anche quella di rappresentare l’atteggiamento culturale diverso di ogni nazione, non solo rispetto all’eutanasia, ma proprio rispetto al morire.

Penso tu sia d’accordo se definisco L’ultimo viaggio un reportage narrativo. È una forma di racconto che amo molto e che, nel tuo caso, non è certo nuova: ricordo Le risorse umane (2006), Il costo della vita (2013) e Addio (2016), dove hai affrontato fatti e vicende tragiche legate al mondo del lavoro. Da cosa nasce la scelta di utilizzare proprio questa forma per raccontare le tue storie ai lettori?

Certo, è così. Dopo un inizio da scrittore tout court, soprattutto di racconti, il reportage narrativo è diventato la mia forma. Trovo che ibridare racconto contemporaneo, giornalismo narrativo, notazione storica, sia oggi una forma di letteratura utile ad affrontare la complessità, quello che gli americani chiamano il “longform”, il reportage di lunga durata, magari corredato anche da fotografie. Negli ultimi tempi scatto anche con una fotocamera Fuji, lo trovo molto divertente, mi serve per fissare visivamente certi momenti. Questi libri nascono da molto studio, letture, ma soprattutto da un lungo lavoro sul campo dove sviluppo racconti empatici raccontando i destini della gente che incontro. Questo significa anche scrivere viaggiando, che è la cosa che amo di più fare, cioè quello che Susan Sontag chiama il lavoro del “turista altamente specializzato”. È una lenta, meticolosa messa a fuoco e un racconto vivente, che prende corpo nel corso del tempo in geografie particolari, microcosmi o macrocosmi – come è accaduto con i libri che hai citato – come nel caso del lungo reportage in Amazzonia, dove ho viaggiato per sei anni incontrando popoli indigeni, sciamani, antropologi, e anche alcuni scrittori.

«Nelle cose che scrivo niente è neutrale»: è una tua frase che ho sottolineato con la mia matita, come faccio sempre quando nei libri incontro parole che mi colpiscono. Si trova a pagina 71 de L’ultimo viaggio. A livello intuitivo credo di averne colto il senso, ma vorrei esserne certo. Mi spieghi meglio cosa intendi? (Lo so, sembra una domanda un po’… naif, ma a me pare che in quelle poche parole ci sia racchiuso il nucleo del rapporto tra lo scrittore e ciò che scrive – e forse, anche la ragione per la quale nutro questa ossessione per la letteratura.)

La mia idea estetica della vita, le mie idee politiche e la visione del mondo si riflettono fortemente in quello che scrivo, in questo senso non sono mai neutrale. Inoltre, non essendo uno scrittore di finzione e trattando temi sociali e contemporanei, questo fa sì che tutto sia anche molto più esplicito, si capisce da che parte stai anche quando descrivi un albero, magari circondato dal cemento, o un paesaggio bruttato da una architettura industriale. Nel caso di questo libro non sono neutrale quando parlo di una medicina che si accanisce a livello terapeutico, perché è ormai nelle mani del business della salute e delle grandi aziende multinazionali farmaceutiche.

Ne L’ultimo viaggio c’è la Svizzera: Zurigo, Basilea… e Bellinzona, che tu definisci «un luogo molto esistenzialistico». Da quando ho letto quella frase, tutte le mattine, mentre passo di lì per andare in ufficio (lavoro a Bellinzona), non posso fare a meno di ripensarci – ma come gli è venuta, mi chiedo?! Scherzi a parte, mi sembri una persona che sviluppa legami molto forti con i luoghi – e chi leggerà L’ultimo viaggio scoprirà anche quello con la Norvegia, per esempio. Se da un lato la Svizzera è indubbiamente interessante per ciò che offre in termini di possibilità legate al fine vita, mi chiedo: è solo per questo che ti ha spinto a dedicarle così tanto spazio ne L’ultimo viaggio, o c’è anche qualcosa di più personale e profondo nel tuo rapporto con questo paese?

Trovo il nord Europa più esistenzialistico, anche per questioni legate al clima, al paesaggio, al silenzio, all’antropologia complessiva, mi sembrano luoghi più introversi, più chiusi, meno espliciti, forse anche più ipocriti, questo intendo, ma dove anche per questioni culturali ci si interroga di più sulle questioni profonde dell’esistenza anche fino a tormentarsi. La letteratura scandinava, per esempio, è molto esistenzialistica, anche scrittori come Thomas Bernhard o Peter Handke sono così. Il sud è più fisico, solare, estroverso. Il nord mi ha sempre attratto proprio per questo, e la Svizzera ha tutto un suo immaginario di luogo prospero e un po’ autarchico, almeno da come lo descrive Peter Bichsel, uno scrittore che ho amato molto e letto interamente. A me però interessava soprattutto svelare questi luoghi dell’immaginario, le cosiddette “cliniche svizzere” che altro non sono che case asettiche, non luoghi, dove si va a morire, tutto sommato luoghi anche banali, e questa frontiera anch’essa dell’immaginario da oltrepassare per trovare finalmente la pace di una morte dolce, indolore, un luogo più della fantasia che della geografia.

Paolo Di Stefano, nel bell’articolo che ha scritto per presentare L’ultimo viaggio su La Lettura (già citato prima), racconta che la storia che lo ha toccato di più è quella di Alessandra, a Oggebbio, sul Lago Maggiore. Senza entrare nei dettagli, devo dire che anche per me quella vicenda è tra le più intense: quanto amore…
Ti chiedo – so che non è semplice – se c’è una storia tra quelle che racconti in cui ti sei sentito particolarmente coinvolto dal punto di vista emotivo. (Ecco, per tornare al discorso di prima, questo è un aspetto che mi affascina molto nello scrittore di reportage: la difficoltà di “reggere” emotivamente di fronte a certe storie e mantenere allo stesso tempo la necessaria distanza narrativa.)

Sono arrivato a Oggebbio una mattina e appena entrato nel tinello di Alessandra è cominciato il racconto. Succede sempre così, come dice il grande reporter polacco Kapuscinsky «l’incontro con l’altro è un indovinello». Il reportage è un racconto vivente fatto insieme agli altri, ad alto tasso di umanità, e si sviluppa proprio sul campo in maniera imprevedibile, questo è il suo fascino. Così mentre lei raccontava la sua storia ho pensato di confessarle la mia e in questo modo, le due si sono inevitabilmente intrecciate. In treno, al ritorno, ho scritto il pezzo piangendo tutto il tempo. È stata di sicuro la storia più toccante del libro, a un certo punto ci siamo commossi e abbracciati e quando Alessandra ha letto il reportage, pubblicato anche quello come l’articolo di Di Stefano su La lettura, mi ha scritto un messaggio bellissimo. Hai ragione, c’è questa doppia funzione percettiva, emotiva: da una parte il racconto ha bisogno di empatia per esistere, per svilupparsi, dall’altra e contemporaneamente, di una distanza critica, di una lucidità percettiva dell’insieme. È molto strano, sono quasi uno il contrario dell’altro, ma in un buon reporter si combinano e non si arrecano disturbo a vicenda. Ovviamente, lo faccio in automatico, ma ti garantisco che in quei momenti il grado di attenzione è massimo e partecipano tutti i sensi.

Nel 2019 è uscito il tuo romanzo autobiografico La metà del cielo, in cui racconti la malattia e la morte di tua moglie, Patrizia Ferracuti, da una prospettiva personale e familiare. Per me, è un libro strettamente legato a L’ultimo viaggio: mi azzardo a dire che i due insieme compongono una dilogia ideale sul quell’“ultimo viaggio”, affrontato da due punti di vista complementari: uno privato, intimo, l’altro pubblico, attraverso le “vite che non sono la mia” – per abusare di un’abusata citazione letteraria.
Sono fuori strada se dico che L’ultimo viaggio completa La metà del cielo e viceversa?

Sì, sono libri complementari, è vero, anche se La metà del cielo non credo sia nell’insieme un libro solo privato ma anche una autobiografia generazionale, è la nostra storia ma anche quella dei molti che hanno partecipato alla stagione dei movimenti politici degli anni ’70, cresciuti con quegli ideali.

Verissimo! Ora che mi ci fai pensare, io che sono nato negli anni ’80, grazie al tuo libro ho “visto” un po’ di quella decade che mi ha preceduto e che, pian piano, sto imparando a conoscere – più attraverso l’arte che ne è scaturita in seguito che non tramite la storia studiata a scuola, ad esser sincero. Ora, in questo mio percorso, posso dire che c’è anche il tuo contributo. Scusa l’interruzione. Dicevamo, la malattia…

Sì, la malattia e la morte sono centrali, ma intorno c’è anche molto altro, ci sono le storie private ma anche la Storia. È così che concepisco l’autobiografia, altrimenti senza un contesto risulterebbe stucchevolmente autoreferenziale. Poi è vero che la sfera privata prevale, è una visione interna, interiore, psicologica e famigliare, tanto che mia figlia Eugenia dopo averlo letto ha detto: “il lettore è come se ci spiasse dal buco della serratura”. L’ho concepito proprio così, in soggettiva, come se una telecamera filmasse la vita come avviene in Amour di Haneke, un film drammatico sul fine vita.

Sempre con la mia matita ho sottolineato, questa volta in La metà del cielo: «[…] con le carte in mano, quelle del nostro tumore». Il riferimento è alla cartella clinica di tua moglie, che trasportavate da una visita all’altra. E anche «Pensavamo alla morte, al nostro tumore». Ciò che mi ha colpito profondamente è quel “nostro”. Nel romanzo lo ripeti più volte e traspare in maniera chiara ed evidente che la malattia di tua moglie è stata anche la malattia di tutti voi – della tua famiglia, tu e le vostre due figlie. La malattia, come sappiamo, colpisce anche chi sta accanto al malato, travolge tutto. E allora ti chiedo: la letteratura, o l’arte in generale, può dare conforto? Può aiutare in qualche modo il malato e i suoi affetti? (Io, lo ammetto senza timore, non ho ancora una risposta chiara… e come vedi, continuo a cercarla.)

La malattia a un certo punto diventa di tutti, si entra in un’altra dimensione, quella dell’attesa, quella dell’angoscia. Patrizia era il centro, giustamente, i suoi stati d’animo erano anche i nostri, i miei e quelli delle mie figlie, abbiamo vissuto in simbiosi, e se devo essere sincero sono stati mesi terribili ma bellissimi, ci siamo amati moltissimo perché sapevamo che la morte ci avrebbe separati, che per lei quella vita a un certo punto non ci sarebbe stata più. C’era come un surplus di vita nell’attesa della morte. Ma non credo che l’arte possa essere una consolazione, non ha questo potere salvifico, però leggendo un libro puoi entrare nella vita di un altro e avvicinarti a un’esperienza, anche se poi viverla è molto diverso. La letteratura, la buona letteratura, semmai ti mette con le spalle contro il muro, ti costringe a riflettere sulle grandi questioni non solo in senso filosofico, ma anche proprio umano, concreto. Credo a una letteratura che serve nella vita, che ti aiuta a crearti un pensiero soprattutto per agire, qualcosa di attivo, altrimenti resta un esercizio cerebrale sterile, non credi?

Ah, se lo credo!
Senti, vado un po’ a memoria… c’è un punto nel romanzo in cui sostanzialmente dici di non scrivere più opere di finzione. Per chi ci legge e non ti conosce, ricordo che in passato hai scritto romanzi di letteratura finzionale, come Attenti al cane, Nafta e Un poco di buono. La mia anima di lettore ossessivo di literary fiction, ultimamente un po’ provata da questa ri-esplosione di opere autofinzionali, non può che chiederti: quali sono le ragioni di questa scelta? Ora che ci penso, ho parlato di questa stessa questione anche di recente con Massimo Gezzi, in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo Adriatica.

Anche nella mia prima vita di scrittore raccontavo “dal vero”. Non sono capace di inventare tout court, detesto esteticamente la fiction, mi suona falsa. Già quando inizio a leggere un romanzo troppo inventato, con una lingua enfatica, con personaggi improbabili, non ci credo più e mi delude. E poi «s’inventa da una realtà» come scriveva Bilenchi, l’invenzione pura è del giallo e della fantascienza, della letteratura di genere, nel romanzo ci sono sempre elementi dell’esperienza vissuta o di quella raccontata da altri, che è arrivata a noi per sentito dire.

Oggi la letteratura dal vero è la risposta di uno scrittore realista, che si rifà alla tradizione del realismo, al mondo del reality, al fatto che tutto è fiction, a cominciare dalla politica, dalla nostra stessa vita artatamente inventata e “postata” sui social, questo ho cercato di fare negli ultimi anni, sia con il reportage, che è la scrittura a me più congeniale, che con i memoir. Sin dai miei primi racconti di Norvegia l’elemento autobiografico è stato sempre forte. Detto questo, non è che dentro il reportage o nella letteratura autobiografica non ci siano anche elementi d’invenzione o di finzione – anche se io sono sempre fedele al vero per una sorta di rispetto dei fatti e delle persone, di quello che fanno e che dicono – ma già la rielaborazione del parlato, comunque senza tradirne l’essenza, già il ritmo, tutto l’armamentario retorico dello scrittore, i dialoghi, insomma tutto questo non è “giornalistico”, quindi c’è sempre un elemento di fiction anche in queste scritture. Pensa solo alla descrizione delle persone o quelle dei paesaggi, che amo molto fare. I contesti sono fondamentali nei miei libri e mi piace molto descrivere la composizione, mi sono molto allenato sui quadri rinascimentali, l’arte pittorica è fondamentale per scrivere reportage narrativi, così come la poesia, che serve a migliorare la lingua, che è l’essenza dello scrivere.

Per me la letteratura è soprattutto questo, cercare una lingua che mi somigli, una lingua modellata sulla mia voce, nostalgica dell’oralità perduta. Infatti, sono un raccontatore, non un romanziere, un narratore, e come dice Handke «mi piace scrivere, ma non chiedetemi di raccontare una storia», vuole dire che le storie organizzate, le trame, sono lontanissime dal caos della vita vera, dove le azioni e i pensieri si accavallano, si contraddicono, si mescolano.

Scrivere questi due libri, L’ultimo viaggio e La metà del cielo, ti ha permesso di imparare qualcosa in più sulla morte? Ti senti – cito un collega oncologo che ho intervistato, sempre qui sui Sentieri non dico preparato (perché non lo si è mai!), ma almeno non completamente in balia delle contingenze? Oppure niente di tutto questo?

La morte è mistero, non solo in senso religioso, il finale della nostra biografia non possiamo conoscerlo, ma certamente queste esperienze mi hanno tolto dalla testa l’idea della morte come il parossismo del dolore, in fondo è qualcosa di persino banale, e oggi le cure palliative funzionano molto bene, i farmaci ti spengono lentamente, direi che tutto questo è molto rassicurante. Quando penso alla morte, al momento di morire, mi immagino di stare disteso sul mio letto e stringere le mani dei miei cari negli ultimi istanti, prima di chiudere gli occhi per sempre, ma invece potrei morire su un treno che va verso un paese dell’Anatolia, in un hotel di Oslo, dove vado spesso, oppure in un villaggio del Vietnam, chi lo sa.

Più che preparami alla morte il lavoro di scrittura e le esperienze vissute mi sono serviti per avere uno sguardo diverso sulla mia vita, darle più senso, più vitalismo, considerare solo le cose veramente importanti, soprattutto gli affetti, le cose belle, evitare gli inutili conflitti. Questo credo sia stato l’insegnamento più importante.

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