1 Settembre 2025 – Medical Humanities, Arte, NarrazioniTempo di lettura: 9 minuti
1 Settembre 2025
Medical Humanities, Arte, Narrazioni
Tempo di lettura: 9 minuti
Cari lettori, il nostro viaggio tra i medici scrittori prosegue. Se in precedenza abbiamo esplorato narratori che fondono il thriller con l’umano e cardiologi che indagano le ragioni del cuore, oggi è il turno della poesia. Quella di Sergio Marengo, per la precisione:
un medico che ha fatto dei versi il proprio strumento privilegiato per dissezionare, con precisione, le profondità dell’esperienza umana, trasformando il dolore in parola e la cura in poesia.
Se avete seguito i miei consigli precedenti, la vostra libreria si sarà già arricchita di volumi che profumano di camici e inchiostro. Oggi vi invito a fare un passo ulteriore: andate dal vostro libraio (ormai sempre più affezionato) e chiedete di Sergio Marengo, medico piemontese naturalizzato ticinese e poeta che ha trasformato l’esperienza clinica in versi profondi. La sua opera testimonia come la Letteratura possa essere uno strumento di riflessione umana, spingendo chi cura a confrontarsi con i grandi temi della vita e della morte. Nel pieno stile delle medical humanities.
Sergio Marengo nasce in Piemonte, in provincia di Cuneo, nel 1937. Dopo gli studi al liceo letterario di Cuneo, si laurea in Medicina a Pavia nel 1965. Lo stesso anno si trasferisce in Ticino, dove esercita come medico assistente presso l’Ospedale bleniese di Acquarossa per due anni. Fa poi ritorno in Piemonte per specializzarsi in Otorinolaringoiatria (1968) e successivamente in Pediatria (1970). Nel 1970 si stabilisce definitivamente ad Acquarossa, prima come assistente ospedaliero, poi come medico condotto della valle. Acquisita la cittadinanza svizzera nel 1980, lavora come medico aggiunto presso l’ospedale regionale di Bellinzona dal 1983 al 2002, per poi andare in pensione nel 2003. Oltre all’impegno professionale, Marengo coltiva una profonda vocazione letteraria, ricoprendo ruoli di vicepresidenza sia nell’Associazione Scrittori della Svizzera Italiana (ASSI) che nell’Associazione Medici Scrittori Svizzeri (ASEM) dal 1983 al 2003. Tra i riconoscimenti, spiccano il primo premio Cesare Pavese per la poesia nel 1995 e un premio al concorso letterario Omodei Zorini di Arona nel 1999. Mica il pane con i lupini. Qua, siamo già alla fiorentina.
La sua produzione poetica, esclusivamente in versi, è vasta e articolata: dalla prima raccolta, Gocce di vita (1977), seguono L’orma dei passi (1986), Al pozzo del sole (2000), Rincorrendo la luce (2014) e Realtà e sogno (2019). È proprio dalla prima opera che emerge con chiarezza il progetto poetico di Marengo. Come ci racconta Fernando Zappa, l’allora presidente dell’ASSI «esiste un’equazione tra ’gocce di vita’ che il medico (nella sua attività quotidiana) si sforza con la massima dedizione di trasfondere nei suoi pazienti per la salute del corpo, nella lotta contro la malattia e la morte e ‘gocce di poesia’, che l’autore (con consapevole senso della misura) cerca di comunicare all’animo del lettore».
Questa duplice natura – il fare del medico e il dire del poeta – costituisce l’hummus radicale dell’intera opera del nostro buon medico scrittore.
Entriamo ora nel cuore della sua produzione. Focalizziamoci sulla prima raccolta, Gocce di vita, pubblicata nel 1977. È una raccolta che consta di 32 componimenti, suddivisi in tre sezioni: “Gocce di vita”, “Nell’era del nucleare” e “Medico condotto”. Da considerare è che l’operazione metamorfica che Marengo compie in quanto medico e poeta (dalla realtà alla interpretazione poetica di essa) non è in realtà limitata solo alla sua pratica professionale (specifica della terza sezione della raccolta). La prima sezione è dedicata allo sviluppo umano dell’interiorità dell’io poetico, il proprio essere interiore di uomo, inteso come insieme indefinito di esperienze e affetti personali. La seconda sezione guarda piuttosto a quelle dimensioni della vita sulla terra, della natura e del cosmo nell’era nucleare: la riflessione di Marengo è quindi traslata da quell’unità centrica dell’Io a una prospettiva più ampia, che riflette evidentemente un tema caldo dell’epoca della scrittura (l’inverno nucleare) ma lo fa per ampliare l’orizzonte poetico ad un dramma proprio dell’umanità intera, evidenziandone i luoghi della paura della morte e della autoconsapevolezza individuale nel cosmo.
Agenda
Gocce di vita contate sull’agenda:
«Farò questo
arriverò fin lì».
Zappa parla di un “equazione” tra -gocce di vita- e -gocce di poesia- per cui risulta il sustrato unitario di tutta la raccolta di Sergio Marengo, come chiave interpretativa del suo mondo poetico che ruota attorno al dramma quotidiano dell’uomo tra la vita e la morte, sintetizzato nel primo verso. Viene da chiedersi come si possano realmente interpretare le parole di questo poeta. Come possiamo, sempre noi profani? Talvolta, chiedendo al poeta stesso. Così ho fatto. E Marengo risponde che
«certamente l’esperienza medica, con tutti i suoi grandi messaggi al cuore umano, ha affinato la struttura della mia poesia».
Marengo titola la sezione alla sua agenda professionale. E cosa potremmo leggere, se potessimo sfogliare con le nostre dita il libello fatidico del medico condotto?
Pagine di speranza
giorni bianchi o rosa.
I neri s’intravvedono appena.
[…]
Nessun giorno si ripete.
Pensate che poco più avanti, sempre in Agenda, Marengo scrive:
Pensare a un fiume fresco
che avanza nel deserto,
a questo miraggio
di spruzzi e vortici d’acqua
in gioco con i piedi delle dune.
Pensare alle mille orme,
regalate dall’uomo alla spiaggia
e subito cancellate dal mare.
Pensare così è bello
e lascia dietro il dolore
che scotta come piastra accesa.
Qua siamo ben distanti dal vortice tecnicista di Muggiasca. Personalmente, mi piace pensare a Marengo più come medico che come poeta. Il suo linguaggio è chiaro, lo stile è più diretto: ma parla diretto al cuore. Con parola sentita, sofferta. Ma più possibilmente comprensibile.
Marengo ci sta dicendo che occorre vagare con la mente per superare il dolore, “pensare” e forse anche “scrivere” sono i mezzi che l’autore (il medico) ha a disposizione per immaginare qualcosa di positivo nella sofferenza che la vita ammette. In questo si sostanzia il primo tentativo poetico di Gocce di vita, per cui il tema umano rappresenta l’apice di una riflessione profondamente legata al contesto del vissuto quotidiano, alle proprie esperienze ma anche al paesaggio cosmico e alle vicende di un’intera umanità. In questo senso, vi trascrivo un altro breve estratto dalla terza sezione:
Corsa dietro la vita
Squillò il telefono nella notte;
poi la corsa dietro la vita.
La strada di montagna
lambiva i burroni della fiaba.
[…]
In cucina i resti del pranzo,
sulle pareti, cose preziose
solo alla povera morta.
La pioggia, fuori, voleva cancellare l’estate.
L’auto scese a valle
dove la vita/morte continuerà.
Marengo mi racconta quando gli venne in mente di scrivere, tale pezzo: «andai in Val Malvaglia, una valle laterale, dove una anziana signora non rispondeva ai telefoni. Ci fu un forte temporale, con strada alluvionata. I burroni, intorno, non si vedevano nella densa notte. L’esame medico confermò la diagnosi di ictus».
La “corsa dietro alla vita” termina quindi nel momento in cui il medico si accorge che per l’ammalata è già troppo tardi: la morta è “povera”, ad evidenziare il pathos derivante da una situazione cui il medico dovrebbe essere avvezzo (“vita/morte” continuano nella valle) ma gli resta difficile abituarsi. Ma scendiamo ancora più in fondo. Infatti, nella poesia immediatamente successiva è proprio la morte a rappresentare l’unico spunto di riflessione:
Pensare che, è poco,
ancora parlava.
Ora il volto
ha un linguaggio di pietra.
Sulla morte
vinceranno i batteri.
L’immagine del “linguaggio di pietra” ci fa intendere tutta l’estraneità del medico, che di fronte all’assenza di vita non può che constatare che solo i “batteri” possono vincere sulla morte. Viene da chiedersi quale sia il ruolo del medico, a questo punto. Un custode della vita? Un antagonista della morte? Un suo osservatore? Vi sfido a interrogarvi su questo, dopo questa breve sorsata poetica.
Concludiamo con un’ultima breve poesia. Questa volta, è presente anche un nome.
Barbara
Immobile, bella,
unico incontro
nel tuo ultimo mattino.
Medico, ricomposi il tuo volto.
Ritornai, amico, al cimitero
tra il profumo umano di terra.
Durante l’intervista Marengo descrive l’episodio di Barbara aggiungendo che essa rappresenta uno dei più significativi della sua intera carriera professionale: racconta Marengo: «può immaginare, rivederla dopo una settimana: morta, con una parotide che usciva. Allora l’ho suturata, rimessa dentro e da lì nasce la mia poesia Barbara».
Eh sì, concludiamo. Non vorrei far storcere ulteriormente il naso al vostro libraio. Quello che possiamo dire è che leggere Sergio Marengo significa compiere un doppio viaggio: nell’intimità delle esperienze di un medico e nella rarefatta atmosfera della poesia pura.
La sua opera ci mostra come la poesia possa farsi strumento di cura non solo per chi scrive, ma anche per chi legge, offrendo uno specchio in cui riflettere sulle grandi questioni della vita, della malattia e della morte.
È la conferma che la parola, quella “goccia di poesia”, può essere un potentissimo farmaco, somministrato con la massima consapevolezza umana e professionale. Cari lettori, la poesia di Marengo è l’ennesima raccomandazione a riscoprire il potere terapeutico della narrazione. «Parola di medico!» vi direbbe Marengo. Prima ancora che di poeta.
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