Gravidanza e parto come empowerment

I tabù della maternità. Un percorso Medical Humanities

Questo contributo fa parte della serie “I tabù della maternità. Un percorso Medical Humanities”, a cura di Laura Lazzari Vosti: nel contributo precedente l’intervista ad Angela Notari.

Empowerment è divenuto uno di quei termini un po’ di plastica, svuotati della loro spinta iniziale. Quindi trovo interessante iniziare soffermandoci su questa parola, per restituirle potenza, perché ne ha eccome. Cosa significa, quindi, “empowerment”? Treccani ci restituisce la seguente definizione: «Insieme di azioni e interventi mirati a rafforzare il potere di scelta degli individui e ad aumentarne poteri e responsabilità, migliorandone le competenze e le conoscenze». A me piace chiarirlo così: è ciò che ti solleva.

Ma come fanno Gravidanza e Parto a sollevare chi li vive se continuiamo a inquadrare la nascita unicamente con la Narrativa della Sofferenza?

Moltissime ore, urla, sfinimento, sangue, paura e dolore infinito… chi non ha in mente qualche esempio concreto della Narrativa della Sofferenza nella nascita? Se si parla di nascita, sembra possa andar solo così. Ricordo una signora a cui ho chiesto emozionata: “Allora, come è andata?”. Lei ha guardato in basso e sua mamma le ha fatto scudo con aria grave: “Un parto è un parto!”. Quello che voleva dire, e che poi mi ha spiegato con inquietante rassegnazione (sempre la nonna, lei non ha trovato spazio), era che un parto non può essere altro che un gran macello. Ma che alla fine di tutto quel disastro era finalmente arrivata quella bebè meravigliosa che stringeva tra le braccia; quindi, tutto il resto non aveva più alcuna importanza.

Eccola qui, la Narrativa della Sofferenza. Eccolo qui, il parto che abbassa, che squarcia. Quello da scopare sotto il tappeto. Quello che per avere un bebè intero dimezza una donna. Quello che in nome della sicurezza e a causa della paura annulla i suoi protagonisti. Complice i media ma non solo, gli unici racconti sono spesso esclusivamente disperati. Le esperienze che sentiamo sono scenari terribili, quantificazioni in ore e interventi, nascite strazianti che spaccano tutto e lasciano cicatrici profonde, taglio cesareo o meno. Se si parla di nascita, sembra esserci solo questo. Un parto è un parto. Un parto non può che essere terribile. Sembra quasi che sia un prezzo da pagare per un bebè sano, quindi ogni donna si tappi naso, bocca e orecchie, stringa i denti e si faccia aiutare. Si salvi chi può: chi intende diventare madre per proteggersi scelga l’assenza, deleghi a chi ha studiato e allacci per bene le cinture, perché per avere un bebè quello nella casa degli orrori è un passaggio obbligato. È la Narrativa della Sofferenza.

E invece non è vero. Ma non solo: con questa pesante zavorra negativa, non è possibile alcun empowerment, per cui si ripiega a dire alle madri che se la neonata ha dieci dita delle mani e dieci dita dei piedi il resto non conta, che ciò che avviene in quelle ore di parto non ha rilevanza e che comunque alla vista del proprio bebè lei dimenticherà tutto. E invece non è vero: ho conosciuto donne che con le lacrime hanno sentito il bisogno di condividere il proprio vissuto traumatico risalente a più di trent’anni prima e magari mai spacchettato.

Allora, come creare il terreno per questo empowerment in gravidanza e durante il parto? Prima di tutto, a fronte di una società che ci dice in mille salse che il parto può solo andar male… forse, a volte, o spesso, se i controlli ce lo confermano e viviamo una gravidanza a basso rischio (come lo sono la maggior parte), facciamo a noi e ai nostri bebè un gran regalo anche solo chiedendoci: “E se invece andasse bene, o benissimo? E se tu restassi aperta alla possibilità di qualcosa di piacevole?”. Il primo importantissimo passo è questa fiducia: nel processo, nella natura, nei nostri bebè e in noi stesse. Perché i bebè non li fanno nascere i ginecologi, ma le mamme, e una donna che per nove mesi custodisce e ospita una vita è sempre e comunque incredibilmente potente e capace; la prima a non dimenticarlo deve essere lei.

Poi il grosso del lavoro consiste nell’interrogarsi, informarsi e scegliere. Come ci suggerisce Treccani, ha molto a che vedere con la responsabilità, con le competenze e le conoscenze: dobbiamo esserci, al nostro parto. Perché se la donna, per paura o altri motivi, non ci sarà, non potrà usare la propria voce, e allora qualcun altro sceglierà per lei. E nessuno – nessuno – neanche il partner o la levatrice, si può sostituire a lei. Empowerment in gravidanza e al proprio parto significa tanto esserci. A volte, esserci in modi “antipatici” (per chi, poi?), come quando dovremo dire “no”, “mi sta facendo male”, “non ho capito, può ripetere?”, “voglio solo storie di parto positive, grazie”.

Il parto positivo esiste. E non è esclusivamente alla portata di poche, strane persone. E cos’è un parto positivo? Naturale, vaginale, orgasmico senza complicazioni e imprevisti? Proprio no. È il parto che solleva chi lo vive. Che se non hai motivi per credere altrimenti, potrebbe andare alla grande e potresti non aver bisogno di nulla. Che le riveli una versione gigantesca e potente di sé che non la abbandoni mai più. Che veda l’abbraccio e l’inizio di una nuova persona nel mondo nel modo più dolce e gentile possibile… e può essere un parto ospedaliero o a casa, pretermine, post-termine, cesareo, e tanto altro.

Cosa occorre? Occorre poco. E allo stesso tempo, per tutti gli artifici, la paura, le credenze, la medicalizzazione a sproposito, l’intrusione non necessaria… occorre tantissimo. Perché oggi un parto positivo non ti cade addosso, ma dobbiamo andare a prendercelo.

Dobbiamo prendere coscienza, come donne e come uomini, che il parto che solleva esiste. Che un parto che mortifica e lascia distrutta per mesi non è normale.

Che sentirsi a pezzi e sconvolta non è parte del pacchetto. Che sentirsi sola, stupida e sbagliata non è normale e non va bene. Che un parto rispettoso è una base da cui partire, e dovrebbe essere qualcosa di garantito a chiunque, ma poi c’è pure il parto che oltre a rispettarti ti fa volare. Che anche se un bebè sano è desiderio di ognuna di noi… desiderare un parto che non ci spezzi non è chiedere troppo. E che non è vero che qualsiasi intervento che ci viene proposto è per il bene nostro o del nostro bebè. Che abbiamo il diritto di chiedere e richiedere quando non capiamo, o quando veniamo toccate. Che il corpo e il cuore e la mente delle madri conta, in questo viaggio. Che un parto che ci traumatizza non è il prezzo da pagare per diventare madri.

Le parole, per raggiungere questo empowerment, contano moltissimo.

Ad esempio, potremo subire il termine “dolore” accostandolo a “mostro”, “fuga”, “sofferenza”, oppure inquadrandolo con “alleato”, “apertura”, “informazione”, “onde”. Allo stesso modo, “arrendersi” può significare perdere, fallire e rinunciare, oppure può voler dire affidarsi, lasciar fare e seguire. La “fregatura” dell’empowerment in gravidanza e parto, e del parto positivo, è che non esiste una ricetta universale. Personalmente ritengo che l’aver vissuto tre parti positivi sia stata la cosa più potente della mia vita, ma non consiglierei mai ad una donna di seguire pedissequamente ciò che ho scelto io per raggiungere il suo parto positivo. Non funziona così. Ognuno dovrà indagarsi, informarsi e capire quali sono le sue, di scelte, verso un parto che la sollevi.

E prima di viverlo, il parto positivo, va preparato. E prima di venir preparato, bisogna scegliere di essere presenti, di non scappare, di vivere la propria storia da protagoniste. Questo si traduce concretamente, oltre che in letture e confronti e apertura, in un accompagnamento rispettoso (cambiando chi ci accompagna se per qualsiasi motivo non sembra esserci armonia), redigendo un piano parto, scrivendo la lettera all’ospedale dove ci si recherà a partorire, tenendo un diario del parto di quei primi strani giorni (anche perché gli studi dicono che si dimentica moltissimo dell’immediato post-parto), investendo tempo ed energia nella costruzione della relazione con il proprio bebè e con il corpo che lo ospita, e anche definendo confini sani con chi ci circonda (“grazie per l’affetto ma preferiamo vivere i primi giorni senza visite”) .

Per lavorare sull’empowerment in Gravidanza e nel parto abbiamo bisogno di usare la nostra voce. Di ricordarci che le protagoniste di un parto, assieme ai bebè, siamo noi. Sarà un parto che ci solleva se ci sentiremo al sicuro, se non ci faremo zittire e se non ci faremo problemi a prendere spazio e tempo nell’esperienza più enorme della vita. Per riscrivere una nuova narrativa. Il parto dobbiamo riprendercelo noi. E ce lo riprendiamo anche investendo tempo per rivendicare che la nascita non è un dettaglio… la nascita è importante. Quelle ore lì avranno un impatto enorme e inquantificabile per tutte le persone coinvolte, e non ci stiamo riflettendo abbastanza.

L’empowerment legato a Gravidanza e Parto si ottiene anche mettendo la nascita al centro di un discorso più ampio, senza relegarlo a chi in fretta e furia prova a recuperare qualche nozione perché ha un test di gravidanza positivo tra le mani. Empowerment significa che le nostre figlie e le nostre nipoti (ma anche i nostri figli e i nostri nipoti) si sentano a proprio agio a dire “vulva” e “mestruazioni”, che conoscano il proprio corpo e la potenza di quel portentoso organo che è l’utero, anche se non partoriranno mai. Empowerment significa che siano libere di scegliere e conoscano le possibilità che hanno di fronte. Siamo disposti a fare settimane di confronti e verifiche per un hotel in vacanza; eppure, per il parto la prima cosa che ci viene detta, ce la facciamo andar bene.

A volte, nella vita, “esserci” significa aggiungere, costruire, inventare. Altre volte, come nel caso della nascita, vuol dire l’esatto contrario. Vuol dire togliere. Vuol dire semplicità. Vuol dire tornare a casa.

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