Il chiaroscuro della Cura
Oltre la Cura
Nella giornata “Oltre la Cura” (Lugano, 30 novembre 2025), la Cura si è mostrata nei suoi toni più veri: quelli delle emozioni che non brillano ma che custodiscono, che non risolvono ma convocano. Tristezza, stanchezza, nostalgia, solitudine e compassione: un chiaroscuro che, come in “Due figure” di Picasso, apre lo spazio dove l’Etica prende corpo e dove l’Arte diventa giustizia inclusiva.
4 Dicembre 2025 – Arte, Disabilità, Dolore, Etica, Medical Humanities, Relazione, TestimonianzeTempo di lettura: 6 minuti
4 Dicembre 2025
Arte, Disabilità, Dolore, Etica, Medical Humanities, Relazione, Testimonianze
Tempo di lettura: 6 minuti
Nella giornata Oltre la Cura – organizzata dalla Fondazione Oltre Noi con la collaborazione della Fondazione Sasso Corbaro al Centro Cittadella di Lugano – la Cura non è stata raccontata nella sua parte luminosa, quella che tranquillizza, che consola, che rassicura. È emersa, invece, la sua dimensione chiaroscurale: quella che abita le emozioni tenute spesso ai margini del discorso pubblico – tristezza, stanchezza, nostalgia, solitudine, silenzio.
Sono emozioni che la nostra cultura tende a evitare per non essere turbata. Eppure, sono proprio queste le emozioni che convocano alla cura, che aprono quello spazio interiore in cui il dolore altrui ci chiama per nome. Non sorprende che nel pieghevole dell’evento fosse riprodotto il dipinto Due figure (1904) di Picasso. Due corpi appoggiati l’uno all’altro in un blu che non consola, ma non giudica. Non c’è nulla da sistemare, niente da migliorare: c’è solo il gesto muto del restare accanto, che è forse la forma più radicale di cura.
Chi si prende cura – un familiare, un volontario, un professionista – lo sa da sempre: ogni “sì” detto alla cura nasce anche da una parte di fatica, da un margine di stanchezza che non si riesce a confessare, da un sentimento di solitudine che accompagna ogni scelta.
Il “sì” della cura è reale solo quando contiene anche il suo “no” possibile.
Questa ambivalenza è stata al centro della testimonianza di molte persone presenti durante la giornata: nei canti condivisi, nelle parole scambiate durante il pranzo, nelle storie intrecciate. Il programma era semplice, ma come succede nella Cura, nei passaggi informali avveniva il lavoro più delicato: l’autorizzarsi a dire “sono stanco”, “ho paura”, “mi sento solo”. Non per sprofondare, ma per essere visti.
In questa fragilità condivisa, la Cura si è mostrata per ciò che è: un ricamo. Come riportato nelle parole che aprivano l’evento:
«La Cura deve essere come un ricamo: attenta, paziente, dentro e fuori dai margini. E la Casa è quel luogo dove non serve spiegare tutto per sentirsi accolti».
La Cura come ricamo implica tempo, pazienza, ripetizioni, errori, ritorni. È un lavoro che non si vede subito, come i fili nascosti sul retro di un tessuto. È lì che si gioca la verità della Cura: nei piccoli gesti, nelle fatiche che non fanno notizia.
L’Etica, nella prospettiva delle Medical Humanities, non nasce dalle teorie astratte o dai principi, ma dai gesti concreti attraverso cui una persona decide di esserci per un’altra.
È un corpo che si avvicina a un altro corpo, come nelle due figure di Picasso; è un volto che sceglie di non girarsi; è la mano che tiene, anche quando la voce non sa più che dire. Un dipanarsi di emozioni faticose, ma anche di sollievo e nuove relazioni che curano.
Ogni volta che qualcuno ridice “sì” alla cura, anche quando è stanco, nasce un atto etico. Non un eroismo, non una virtù esibita, ma una responsabilità relazionale, fragile e situata, che si rinnova nonostante il peso che comporta. Nel dialogo dedicato a Compassione – Fragilità – Speranza, abbiamo approfondito proprio questa dimensione:
la compassione come movimento incarnato, non sentimentale, che attraversa il chiaroscuro della vita e diventa etica perché connette due fragilità, non perché risolve un problema.
L’Etica, in questa prospettiva, non è una norma ma una scelta ripetuta, sempre possibile e sempre precaria. È l’umile lavoro quotidiano di chi, pur affaticato, continua a dire: ci sono.
Se la Cura abita il chiaroscuro e l’Etica nasce dal ridire “sì”, l’Arte è il linguaggio che permette di condividere ciò che non si sa dire. Durante il concerto Dal Classico al Pop, non era solo la perfezione tecnica ad attirare l’attenzione, ma anche il modo in cui la musica apriva uno spazio di relazione. Ogni brano, con la sua tonalità, offriva un gradiente differente del vissuto dei familiari curanti: dalla leggerezza di Rondo alla Turca alla malinconia di Autumn Leaves, fino alla profondità de La Meditation da “Thais”. Senza dimenticare il canto-testimonianza delle Voci di asi che ha messo in scena il progetto Emozioni narrate – Prosa poetica e canti.
La musica, come spesso accade, non consolava. Faceva qualcosa di più essenziale: restituiva voce a chi non trovava le parole. Nella prospettiva dell’Arte come etica di giustizia inclusiva, l’Arte diventa allora un ponte: (i) dà dignità alle emozioni taciute; (ii) riconosce come “giuste” anche le nostre parti stanche, vulnerabili, segnate; (iii) mantiene aperto un luogo dove ogni persona – indipendentemente dalla propria forza, salute o condizione – può entrare. L’Arte, in questo senso, non è un ornamento: è una forma di riconoscimento.
Nel mio precedente articolo sui “depositi materiali di compassione”, avevo raccontato la Casa Oltre Noi e gli animali domestici come luoghi in cui la cura si rendeva possibile attraverso elementi del quotidiano. Questa giornata è stata una continuazione naturale di quel pensiero: una comunità che diventa essa stessa deposito di compassione, intrecciando corpi, voci, storie, arte, fragilità. La Cura, quando è vera, non è mai un unico gesto, né appartiene a un solo giorno: è un tessuto che si crea insieme, a più mani, spesso senza saperlo. E forse è proprio questa la sua forma più bella di giustizia: includere anche ciò che non è luminoso, restituendo valore al chiaroscuro che ci rende umani.
Cosa ne pensi?
Condividi le tue riflessioni
e partecipa al dialogo
Lascia un commento