Il mito del concepimento perfetto
La cura tra le righe
Questo contributo fa parte di una rubrica. Il primo numero è consultabile qui.
9 Febbraio 2026 – Medical Humanities, Comunicazione, Nascita, RicercaTempo di lettura: 17 minuti
9 Febbraio 2026
Medical Humanities, Comunicazione, Nascita, Ricerca
Tempo di lettura: 17 minuti
“Quanto ci hai messo a rimanere incinta?”. È una domanda apparentemente banale, sostenuta anche da linee guida chiare: prima dei 35 anni, se dopo 12 mesi di rapporti mirati non si avvia una gravidanza, è opportuno approfondire il perché dell’insuccesso con degli esami; dopo i 35 anni, la soglia scende a 6 mesi.
Tutto lineare, tutto misurabile. Eppure, dietro questa apparente semplicità si nasconde uno dei temi più complessi e meno riducibili a numeri della medicina contemporanea.
Una recente conversazione con un esperto di medicina della riproduzione mi ha lasciato addosso due pensieri difficili da scrollarsi di dosso. Il primo: i tassi di successo della procreazione medicalmente assistita, negli ultimi decenni, non sono stati stravolti. Qualcosa è migliorato, certo, ma non abbastanza da poter parlare di un salto significativo in avanti. Anche perché, nel frattempo, è cambiato il profilo di chi vi ricorre: donne sempre più spesso sopra i quarant’anni, età media che sale lentamente ma inesorabilmente, probabilità biologiche che non si lasciano convincere dall’innovazione tecnologica.
Il secondo pensiero è ancora meno rassicurante per il nostro immaginario iper-tecnologico: se la conta spermatica è bassa ma non gravemente ridotta, si dovrebbe preferire la IVF, che consente una selezione naturale dei gameti, perché porta a risultati migliori rispetto alla ICSI, che prevede una selezione da parte dell’operatore su basi, per lui, favorevoli.
Messe insieme, queste due osservazioni dicono qualcosa che va oltre la medicina della riproduzione. Dicono che la fertilità continua a sottrarsi alle semplificazioni, che non è un problema risolvibile solo con algoritmi, protocolli e procedure di terzo livello. C’è una soggettività biologica e relazionale che ancora non sappiamo leggere fino in fondo.
Chi chiede “quanto ci hai messo a rimanere incinta?”, spesso con un approccio da “ricercatore”, dà per scontato che tutte e tutti affrontino il desiderio di un figlio allo stesso modo. Ma basta aprire il vaso di Pandora dei forum online o dei gruppi social dedicati alla fertilità per rendersi conto che non è così. C’è chi inizia subito a monitorare l’ovulazione con test sempre più sofisticati e chi procede in modo del tutto casuale. Ci sono donne che si preparano con una visita ginecologica preventiva per escludere problemi fisiologici e altre che non hanno mai fatto una visita.
Ci sono uomini di quarant’anni che non hanno mai visto un andrologo né fatto uno spermiogramma. Coppie che provano ad avere un figlio con un rapporto al mese e altre che hanno rapporti due volte al giorno, senza però porsi davvero il problema se quello sia il giorno giusto, convinte che l’ovulazione cada sempre e comunque al famoso quattordicesimo giorno del ciclo, come imparato sui banchi di scuola. Ma quel quattordicesimo giorno è una media statistica, una traccia, non una legge naturale. I tassi di successo e di insuccesso, anche nelle coppie senza apparenti problemi di fertilità, dipendono da una quantità di variabili che spesso non vengono considerate nelle statistiche di prevalenza. A volte nemmeno negli studi scientifici più solidi, mi raccontano.
Vi è poi il grande sommerso: gli aborti spontanei talmente precoci che molte persone non se ne accorgono nemmeno, scambiandoli per una mestruazione un po’ in ritardo. Eventi biologici reali, emotivamente potenti, che spariscono dai numeri ufficiali.
Sappiamo che la fertilità femminile cala dopo i 35 anni, ma quanto e a partire da quando per quella singola donna non si sa. Gli slogan parlano di culle vuote, ma la realtà ci dice che in Italia un terzo dei bambini nati ha una madre over 35 e il 57% dei nati nel 2024 ha un padre con più di 35 anni, e solo il 4-5% grazie alla Procreazione Medicalmente Assistita.
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, circa il 18% delle persone adulte nel mondo – una su sei – sperimenta problemi di infertilità nel corso della vita. In Svizzera si stima che circa il 15% delle coppie ne sia colpito. Ma anche qui, le cifre più precise riguardano solo il ricorso alla fecondazione in vitro, che rappresenta una frazione del fenomeno.
Nel 2022 circa 6.600 donne in Svizzera si sono sottoposte a un trattamento di PMA. L’età media è di 37 anni, con un tasso di successo di circa il 20% per ciclo, spesso da ripetere più volte. Dati in linea con quelli italiani, anche se non mancano cliniche – in particolare nella Svizzera italiana – che dichiarano risultati superiori alla media, attirando molte coppie oltreconfine.
Le statistiche dell’OMS indicano che nel 40% dei casi l’infertilità è attribuibile a fattori maschili, nel 40% a fattori femminili e nel restante 20% a cause miste o non identificabili. Eppure, se la sterilità può essere un parametro individuale, la fertilità non lo è quasi mai: è una dinamica di coppia. Un altro aspetto su cui mi ha fatto riflettere la chiacchierata con l’esperto è che il potenziale riproduttivo va valutato nel contesto relazionale: un uomo con una conta spermatica inferiore alla norma e una compagna vicina ai 40 anni avrà una probabilità di concepimento molto bassa; ma le stesse persone, in coppie diverse, potrebbero avere probabilità molto diverse.
E questo complica enormemente la narrazione semplificata dell’infertilità come “difetto” individuale. Ancora più importante è distinguere tra cause vere e proprie di infertilità e fattori di rischio: in molti casi la fertilità è solo ridotta, e soprattutto nella fertilità maschile esistono margini di intervento attraverso modifiche dello stile di vita o trattamenti mirati.
In questo quadro già complesso, l’informazione online diventa spesso un campo minato. Influencer e guru ripetono contenuti presi da fonti poco affidabili, adattandoli per fare audience. Così si trovano video che contrappongono test ovulatori avanzati – basati su estrogeni e LH – all’“ascolto del muco cervicale”, con certezze granitiche e contraddittorie. Il risultato è una grande confusione, alimentata dall’idea che esista un metodo infallibile per “controllare” la fertilità. Peraltro è da poco uscito un lavoro su JAMA che fa un po’ di fact checking sul tema Restorative Reproductive Medicine (RRM), un movimento che si presenta come alternativa “naturale” ed “etica” alle tecniche di procreazione medicalmente assistita.
La realtà ci mostra che anche facendo tutto “bene”, nel momento ormonalmente perfetto, il concepimento può non avvenire quel mese. Ma magari avvenire quello dopo, in condizioni che ci sembrano identiche. Chi può davvero dire se, dal punto di vista fisiologico, siamo le stesse persone del mese precedente?
La fertilità si rivela per quello che è: un tema pienamente di medical humanities. Un territorio in cui biologia, statistica, tecnologia, emozioni, aspettative sociali e narrazioni culturali si intrecciano in modo inestricabile.
Non si tratta solo di come ti senti, ma di come ti devi sentire. L’ansia da prestazione, l’immaginario costruito dai social, la pressione implicita a vivere il desiderio di un figlio in un certo modo e in certi tempi sono il grande elefante nella stanza.
Lo racconta bene, nel suo essere disturbante, il libro Matrescenza (Laterza, 2025) della giornalista scientifica Lucy Jones. Il termine indica il periodo che inizia quando una donna comincia a fare spazio all’idea della maternità: una fase di cambiamenti psicologici, sociali e fisici paragonabili, per intensità, all’adolescenza. Il libro è un esame dettagliato della letteratura medica ma anche di quella antropologico-sociologica intorno al fenomeno della maternità, mescolato al sentire dell’autrice durante le sue tre gravidanze.
Ho usato il termine “disturbante” perché fa apparire la maternità come un’esperienza angosciante. A me ha suscitato reazioni ambigue: è importante che un testo così esista, che tutto questo sia documentato, ma è anche così personale da rischiare di generare inutile preoccupazione. Magari tu non sarai così, viene da dirsi.
Hanno senso libri come questo? Hanno senso le storie personali raccontate sui social media anche se non ci rappresentano e ci fanno paura? Alla fine, dopo averci pensato per settimane da che ho terminato la lettura, la mia risposta al momento è sì. Perché restituiscono complessità. Perché ricordano che la fertilità è un ambito in cui dobbiamo accettare che sapere di più non significa dominare di più.
Ed è proprio in questo spazio, dove la medicina incontra le storie e i numeri smettono di bastare, che le medical humanities diventano non un lusso teorico, ma una necessità concreta.
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Una risposta a “Il mito del concepimento perfetto”
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Bell’articolo, coglie un punto essenziale secondo me, e cioè che la ricerca di un figlio per una coppia non può essere affrontata come si affronta una malattia, medicalizzando e puntando al massimo controllo possibile. Mi piace pensarlo piuttosto come un percorso, con al centro la relazione di coppia.
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