Il parto come empowerment: attivismo, scrittura e condivisione
Intervista a cura di Laura Lazzari Vosti
Questo contributo fa parte della serie “I tabù della maternità. Un percorso Medical Humanities”, a cura di Laura Lazzari Vosti: il contributo precedente è consultabile qui.
Intervista ad Angela Notari
Dopo aver vissuto un’esperienza positiva di parto in casa nascita, Angela Notari ha scritto un saggio autobiografico intitolato Quello che ci unisce. Dalla levatrice Lucia al nostro e vostro parto (Salvioni, Bellinzona, 2019), nel quale ripercorre la sua storia, celebrando il ruolo ricoperto dalle levatrici e informando chi legge sull’importanza di compiere delle scelte consapevoli e informate riguardanti la propria gravidanza e il proprio parto. Oltre ad aver scritto un libro, Angela è anche un’attivista della nascita e dell’allattamento al seno. Nel 2023 lancia il progetto “Mamma.Nascita.Libertà” volto ad analizzare l’esperienza della nascita nel Canton Ticino.
All’esperienza del parto extra-ospedaliero abbiamo dedicato una serata dei Tabù della maternità, in compagnia di Angela Notari e della levatrice Anna Fossati. L’incontro può essere rivisto qui.
11 Maggio 2026 – Intervista, Arte, Libertà, Medical Humanities, Nascita, TestimonianzeTempo di lettura: 23 minuti
11 Maggio 2026
Intervista, Arte, Libertà, Medical Humanities, Nascita, Testimonianze
Tempo di lettura: 23 minuti
Che cosa l’ha spinta a scrivere un libro sulla sua esperienza di parto?
La nascita ha rappresentato per me una porta. Dopo averla attraversata ho scoperto una versione di me stessa che non mi ha più lasciata, e ho scoperto un mondo. Un mondo popolato da donne – le levatrici – spesso dotate di sensibilità, professionalità e percorsi straordinari; un mondo popolato anche da donne e famiglie che vivono quei parti di cui non si sente purtroppo parlare abbastanza, ovvero quei parti che sollevano chi li vive, che oltre a concludersi con una nuova persona e una famiglia arricchita portano potenza, bellezza ed energia, spesso per tutto il resto della vita.
Ho deciso di scrivere un libro quando ho capito, dopo averlo vissuto, che tutto questo è troppo poco conosciuto; avendo la certezza che un parto positivo può cambiarti la vita, ho scelto di spingere affinché ciò accada al maggior numero possibile di persone. Ma le donne (che assieme alle e ai bebè rimangono le protagoniste di un parto) non possono scegliere qualcosa che non sanno che esiste, quindi attraverso l’esperienza diretta ho voluto fare quel timido primo passo, quel “vero che non sono l’unica?” che crea sorellanza, dando quasi il permesso ad altre esperienze (anche diverse) di uscire e di proseguire un discorso importantissimo per un futuro che consegni alle nostre figlie e ai nostri figli una nascita all’insegna della libertà, dell’agenzia e della positività, in mille modi diversi e con altrettante scelte diverse.
Che ruolo hanno giocato le levatrici e la casa nascita nella sua esperienza di parto?
La mia famiglia non si allarga in casa maternità e nascita perché avevo colto il potenziale trasformativo di quel luogo e di chi lo fa vivere, ma per qualcosa di assai più banale: mi condizionava molto l’idea di partorire con un ago infilato nel polso. Volevo essere lasciata in pace e sentivo che un ago infilato nella mia pelle per un’eventuale complicazione che magari non si sarebbe neanche verificata avrebbe avuto un impatto sul mio senso di libertà. Comunque, benché avessi già fiducia nel mio corpo e nel processo fisiologico (due degli ingredienti che ritengo imprescindibili per affacciarsi con positività a un parto) non avevo capito subito la portata della nostra scelta e quanto mi avrebbe sollevata come persona. Lì nessuno ti dice come devi posizionarti, che non puoi mangiare, quando devi spingere o quanto puoi pesare.
Il ruolo di quelle mura e di quelle professioniste è stato enorme ed inestimabile: non solo per la professionalità e la sorellanza offerta nei consulti durante la gravidanza e al parto (e pure dopo) dalle levatrici, ma anche per i silenzi, l’ascolto e la presenza che hanno contribuito a rendere i nostri tre parti in assoluto i viaggi più belli della mia esistenza. Al terzo parto, avvenuto a casa, ho potuto constatare come il loro ruolo sia prezioso anche quando qualcosa non funziona nella maniera ideale: la nostra piccola nasce con valori Apgar bassi e loro, con premura ma decisione, hanno risolto in pochi istanti senza mai allarmarmi o staccarmi dalla mia bambina durante quei preziosi istanti del post-parto chiamati non a caso “l’ora d’oro”. Per me le levatrici peccano sempre di modestia, ma non va dimenticato che sono competenti e formate per agire e muoversi di fronte a tante complicazioni, dal cucire le lacerazioni alle rianimazioni.
Dopo la nascita del suo primo figlio lei ha partorito altre due volte in casa nascita. In che modo le sue esperienze di gravidanza e di parto si differenziano?
In realtà la nostra terza nascita, vissuta sei mesi fa, è avvenuta, sì, con Anna e Nathaly (le nostre levatrici de lediecilune) ma a casa nostra. È stata un’esperienza magnifica non tanto perché mi sentissi al sicuro (mi sentivo bene anche in casa nascita), e non tanto per la famigliarità durante gli intensi momenti del travaglio (che avrei vissuto bene in qualsiasi ambiente che mi avesse fatta sentire al sicuro), ma assicuro che quei primi sorsi d’acqua bevuti nella mia tazza con il mio corpo stanco appoggiato sul mio divano, coperta dalle mie coperte che con mio marito abbracciano me e la neonata sono state qualcosa di impagabile: sei a casa tua.
Tornando indietro… la prima esperienza, la nascita di Furio avvenuta in casa nascita durante la canicola del 2017, è stato il tuffo nel vuoto: pur essendomi informata e avendo grande fiducia nel mio corpo e nel processo, la nascita resta qualcosa di misterioso e di impegnativo, e quella volta mi ci sono appunto tuffata lasciandomi aprire e accompagnare da Anna.
La seconda esperienza, la nascita di Clino, avvenuta quattro anni dopo, a differenza di quanto si può pensare è stata la più impegnativa: forse mi sono affacciata con un po’ di supponenza (“questa cosa io la so fare, andiamo a prendercela!”), forse è arrivata dopo una gravidanza extrauterina e altre perdite che mi hanno portata ad un faccia a faccia per regolare i conti con la natura dimenticando l’importanza di affidarsi, forse che questo bimbo è quello che più ho sentito come un buco finché non l’ho stretto tra le braccia, forse che è nato a 42 settimane dopo una falsa partenza di travaglio e quindi la mia parte razionale era troppo presente ostacolando quel processo “magico” che porta la donna a partire per un viaggio mitigandone così la durezza. È stata un’esperienza tosta. Ho sentito tutto, troppo. Ma è anche l’esperienza in cui ho vissuto uno dei momenti più enormi: a un certo punto sentivo premere la testa e quell’ultima apertura ha sempre qualcosa di impressionante (non per nulla lo chiamano il cerchio di fuoco…) e Anna mi ha sussurrato “Sta nascendo con la camicia, vuoi sentirlo? Dai al tuo perineo il tempo di aprirti”. Io, fino ad allora turbata dalle immagini della testa, avevo sempre rifiutato inorridita. Ma quella volta ho toccato e quel tocco mi ha portata a distogliere l’attenzione dalla mia paura e a parlargli “Bravissimo Clino, aspettami. Non avere paura, adesso lo facciamo insieme…”. Una spinta dopo è uscito, con la camicia (con il sacco ancora intatto) e senza lacerazione alcuna.
Con la nascita di Sirio, 6 mesi fa, quella magia si è ripetuta, in un parto vissuto con tutta la calma del mondo, senza neanche urlare perché avevo capito, ormai, che la nascita non è una corsa ma una maratona. Me la sono gustata quella maratona, andando anche “via” immaginandoci fluttuanti in un cielo nero, solo io e lei, quando il dolore si faceva troppo forte, per poi tornare in quella vasca azzurra gonfiata con i nostri figli nel mezzo del nostro soggiorno.
Esperienze diverse, quindi, perché ogni nascita è diversa, anche se tutti e tre nati in acqua, tutti e tre i parti sono durati circa cinque ore e tutti e tre i parti avvenuti attorno alle 42 settimane di gestazione.
Oggi un terzo delle donne ha un’esperienza di parto traumatico. Dal suo punto di vista in che modo si può contribuire a migliorare l’esperienza di parto per tutte le donne, in tutti i contesti, incluso quello ospedaliero e le gravidanze considerate ad “altro rischio”?
Prima di tutto, ci fermiamo un attimo su questo dato, registrato in questa nostra moderna e ordinata Svizzera? Se uno yogurt su tre si rivelasse marcio, se un paio di scarpe ogni tre contenesse scarpe di misure diverse, se un volo aereo ogni tre lasciasse il suo equipaggio traumatizzato… pensate che continueremmo come se nulla fosse? No, giusto? Invece qui, nella nascita, proseguiamo senza grandi stravolgimenti ad offrire il medesimo prodotto. Questo dato meriterebbe una rivoluzione, perché le donne e i bebè meritano di meglio e perché possiamo fare di meglio.
L’esperienza di parto, ce lo rivelano anche gli studi, non è negativa in correlazione alle complicazioni o agli imprevisti, anzi: è quando c’è una banalizzazione, una standardizzazione perché non c’è nulla di “particolare” (ogni nascita è particolare e straordinaria!) che spesso chi vive quella nascita non si sente ascoltata, informata, rispettata, coinvolta. Lei deve sentirsi al sicuro. Lei deve sentirsi rispettata. In una società evoluta non può esistere che lei non sappia cosa le viene praticato, che non venga informata (quando non vi è alcuna fretta o emergenza) di ciò che sta per avvenire a lei o alla sua creatura, che lei non si senta considerata o che addirittura la si mortifichi con battute e frecciatine. E queste sono purtroppo tutte cose che accadono, anche qui, oggi, in Ticino.
Quel parto è suo, di quella donna, e la sua prospettiva conta moltissimo. Lei ci deve essere e va messa al centro, alto o basso rischio, dentro o fuori dall’ospedale. La relazione umana e la comunicazione non sono dettagli marginali… possono rovinare tutto, e sovente lo fanno. Partiamo da qui, e rivoluzioneremo la nascita.
Com’è stato ricevuto il suo libro?
È un bel momento questo per parlare di nascita. C’è un bel fermento. Il mio libro si inserisce in questo periodo in cui diverse persone in modi diversi e con diversi ruoli (dallo spettacolo teatrale ai questionari, dalla conferenza alle condivisioni sui sociali media) cercano di gettare luce sulla nascita. Perché a dispetto di quello che ci hanno raccontato, non è vero che se il bebè ha dieci dita delle mani e dei piedi la mamma dimentica tutto il resto. Non è vero che non conta come si nasce e come si partorisce… quel viaggio conta. Ciò che quella donna e quel bebè e quel partner attraverseranno in quelle ore conta moltissimo. E ha un riverbero (in positivo o in negativo) per tutta la vita, a volte.
Grazie al libro sono entrata in contatto con moltissime donne e le loro esperienze. E questo mi ha aiutata a capire sempre di più quanto la galassia della nascita sia immensa e quanto lavoro ci sia da fare, perché oggi il parto positivo non è normalizzato. La cosa per me divertente è che al momento della pubblicazione pensavo “Ecco, ora quello che avevo da dire sulla questione l’ho detto” e invece si è rivelato l’inizio di un attivismo che non accenna a finire, svariati anni e progetti dopo.
Ci può raccontare com’è nata l’idea del progetto “Mamma.Nascita.Libertà” e quali sono gli aspetti che sono emersi dal vostro sondaggio?
Il progetto nasce quando un caso di cronaca nera in Italia (una madre esausta che purtroppo addormentandosi in ospedale subito dopo il parto e dopo aver inutilmente richiesto assistenza porta alla più nera delle tragedie) porta la sottoscritta e altre donne in gamba – Marija Paganini ed Elisa Manfré – a registrare un fiume di condivisioni di donne che, colpite dall’accaduto, sentivano di comprendere quella mamma e magari di aver sfiorato l’epilogo: “avrei potuto essere io”.
Ci siamo quindi chieste, stupite da quell’onda, se non ci fosse un iceberg sommerso da scoprire, visto che prima di noi nessuno ha mai interpellato le madri per ascoltare la loro prospettiva e capire dalle protagoniste come si partorisce in Ticino. Abbiamo quindi creato “Mamma.Nascita.Libertà”, un semplice questionario online con domande rivolte a chi ha partorito almeno una volta in Ticino tra il 2018 e il 2023, che ha trovato un pubblico assetato, visto che il primo giorno c’erano 258 testimonianze e alla fine, pochi mesi dopo, 1278. Le mamme ticinesi stavano aspettando che qualcuno le ascoltasse.
Ciò che è emerso? Si conferma un sistema sanitario buono, il nostro: il 70.9% delle partecipanti conferma soddisfazione, il 71.4% si è sentita di essere un agente attivo della propria esperienza. Ma questo nostro sistema ha grossi margini di miglioramento: quelle medesime cifre rivelano un 30% circa di insoddisfazione, lo ignoriamo? E il 40% delle donne prova ancora risentimento o rabbia ripensando alla propria esperienza, mentre il 39% non si rivolgerebbe più alla medesima struttura. Inoltre, da innumerevoli vissuti emergono gravi lacune in ambito comunicativo e nella relazione umana, come già spiegato sopra: dall’allattamento alle procedure, dal post-parto alla salute mentale emerge la necessità di maggiore cura nell’accompagnamento, perché i danni non si fanno solo con un bisturi in mano, ma anche con i silenzi o con uno sguardo.
Ho sempre trovato quasi crudele che una donna in travaglio dovesse presentarsi e magari (se il parto si protrae nel tempo) ripresentarsi a nuove levatrici sconosciute mentre vive le ore più vulnerabili della sua vita, e a quanto pare non sono l’unica: la figura della levatrice aggiunta, richiesta a gran voce dall’Appello per un’esperienza positiva di parto nelle maternità Ticinesi promosso dall’Associazione Nascere Bene Ticino come anche dalle voci delle donne che hanno partecipato a “Mamma.Nascita.Libertà”, quella levatrice conosciuta che accompagnerebbe quella famiglia per tutta la durata della loro esperienza, è una via per fornire un accompagnamento continuativo e rispettoso. Fortunatamente qualcosa sembra muoversi in tal senso, vedremo.
Quali sono i passi concreti che la nostra società deve intraprendere per migliorare l’esperienza del parto?
Concluso il progetto “Mamma.Nascita.Libertà”, abbiamo voluto incontrare gli attori, dalla politica alle strutture, per riportare loro le voci delle donne: abbiamo quindi incontrato il Consigliere di Stato Raffaele De Rosa, l’Associazione delle ginecologhe e dei ginecologi e altri importanti realtà legate al mondo della nascita in Ticino. In parecchi incontri il clima è stato positivo e costruttivo, è emersa la consapevolezza che la comunicazione sia un aspetto fondamentale e un po’ traballante e ci è stata trasmessa gratitudine per un impegno che non mira assolutamente a mettere paura alle donne o screditare nessuno, ma solo a migliorare ciò che si offre, anche rendendo attento chi già lavora bene. In molti incontri le voci delle donne sono state accolte con apertura e curiosità, ma non in tutti: l’attore che ha registrato il numero più alto di partecipazioni (il 58% delle testimonianze, per intenderci) ha dimostrato nei confronti del progetto e di chi lo promuoveva assoluta freddezza, scetticismo nei confronti delle voci delle donne e distanza verso qualsiasi proposta portata.
Ecco, questo approccio di profonda chiusura da parte dell’attore principale che in Ticino accompagna alle nascite mi ha stupita molto: se non ascoltiamo 1278 voci, che possibilità ha una sola di venir considerata? Siamo ancora capaci, come sistema sanitario, di aprirci alle critiche costruttive e apportare miglioramenti? Siamo in ascolto di chi ci riporta semplicemente quanto ha vissuto? È nelle sbavature che si nascondono i margini di miglioramento, non nelle lodi.
E per migliorare l’esperienza parto all’interno della nostra società un altro imprescindibile tassello lo rappresentano le donne, noi. Come dice Giorgia Cozza, autrice attivista, «Il parto è nostro e dobbiamo riprendercelo noi». È esattamente così: ogni donna si deve informare, deve scegliere e deve soprattutto esserci, altrimenti qualcun altro sceglierà per lei. Ma come detto sopra, si sente un profumo di consapevolezza tra le donne oggi, testimoniato dalla partecipazione al sondaggio “Mamma.Nascita.Libertà”.
Nel suo libro e sui social media lei parla apertamente di quelli che costituiscono ancora dei tabù della maternità, quali aborto spontaneo, infertilità, scelte di parto considerate “alternative” e allattamento “prolungato”, per citarne alcune. Dal suo punto di vista quanto è importante la condivisione di storie per cambiare la cultura della maternità?
Brené Brown dice che le storie sono statistica con l’anima, e sono d’accordo: non c’è nulla di potente come quando una sola persona timidamente alza una mano, porta un suo vissuto e apre una porticina per dialogare, conoscere e normalizzare. Per molto tempo ci hanno trasmesso che c’è un solo modo per fare le cose e che le altre scelte fossero sbagliate e assurde, ma nulla come la genitorialità mostra che non esistono ricette, solo possibilità. Più condividiamo più conosciamo, meno giudichiamo e meglio scegliamo.
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