Il parto come empowerment: un Festival per riflettere sulla nascita

Intervista a cura di Laura Lazzari Vosti 

I tabù della maternità.
Un percorso Medical Humanities. 

Inizia questo mese un percorso dedicato ai tabù della maternità, una rassegna che risponde all’esigenza di sviluppare argomenti discussi nel corso di incontri interdisciplinari sulla maternità, offrendo ulteriori occasioni di dialogo e di approfondimento. A scadenza regolare, ospiteremo interviste curate da Laura Lazzari Vosti, seguite da contributi di esperti/e, curanti e autori/autrici che si sono occupati della tematica. La serie prende spunto dalle serate sui “Tabù della maternità” e dalle edizioni della Summer School “Maternità e Medical Humanities”, organizzate nel 2024 e 2025, riproponendo temi di grande attualità in ottica divulgativa e Medical Humanities. 

Incontriamo Anna Fossati, levatrice indipendente presso la Casa maternità e nascita lediecilune di Lugano. Anna si è formata trent’anni fa a Losanna e per una ventina d’anni ha lavorato all’Ospedale Civico nel reparto maternità, ginecologia e in sala parto. Nel 2009, ha aperto uno studio di levatrici con alcune colleghe e ha cominciato ad assistere parti a domicilio. Nel 2014 ha fondato la prima Casa maternità e nascita in Ticino. Durante la sua vita, ha vissuto sette anni in Amazzonia, dove ha conosciuto suo marito e ha avuto i suoi primi due figli a domicilio. È sempre stata molto attratta dalla fisiologia del parto e, in generale, da tutti i processi naturali e spontanei legati alla nascita e all’allattamento che in Amazzonia ha potuto osservare allo stato puro. Negli ultimi anni si è formata come consulente di Pronto Soccorso Emozionale e ha potuto approfondire anche il tema del trauma da parto e il vissuto del neonato durante gravidanza e parto, studiando le ripercussioni nel rapporto madre-bambino. Anna Fossati è fra le organizzatrici della seconda edizione del Festival della nascita che si terrà a Lugano, dal 3 al 5 ottobre 2025, un’occasione per riflettere sullanascita, condividere esperienze e generare dialogo tragenitori, professionisti e la comunità. 

Com’è nata l’idea di organizzare un Festival della nascita, giunto alla sua seconda edizione? 

L’idea di un Festival della nascita mi è venuta dopo aver notato che ci sono poche conoscenze da parte della società sulla nascita fisiologica e sulle conseguenze che l’esperienza del parto ha sul neonato. È importante che queste competenze, legate al parto naturale, vengano alla luce, e siano conosciute affinché si possa veicolare un pensiero più positivo della nascita. Ho notato che spesso si parla di parto naturale solo durante quei pochi incontri di corso di preparazione alla nascita seguito durante l’attesa del primo figlio e che ci sono ancora molti pregiudizi attorno alla nascita. La maggior parte delle persone si avvicina al parto con paura, considerandolo un evento rischioso e traumatico e veicolando informazioni fuorvianti che non aiutano le donne ad avere fiducia nel processo che devono affrontare. Per questo motivo parlarne in maniera approfondita, spiegando le più recenti scoperte scientifiche, con conferenze tenute da professionisti, è, secondo me, il modo migliore per contribuire a cambiare il paradigma della nascita. Quest’anno, per la seconda edizione del Festival della nascita approfondiamo diversi temi, quali la medicalizzazione del parto, il ruolo degli ormoni durante il travaglio, l’esperienza del neonato, il dolore del parto, il movimento durante il travaglio e le spinte. 

Quali sono gli aspetti relazionali e di cura che devono essere garantiti per ottenere un’esperienza di parto positiva? 

Sicuramente negli aspetti relazionali e di cura che devono essere garantiti durante un parto c’è l’empatia: chi assiste la donna durante tutto il percorso della nascita, dalla gravidanza, passando dal parto e fino al post-parto, deve essere in grado di stare vicino alla donna, al compagno, ma anche al neonato, in maniera attenta ed empatica. Questo per riuscire a dare quella sensazione di accoglienza e cura che è fondamentale per i processi legati alla maternità. Infatti, se io come donna mi sento sicura, accolta, non giudicata e sostenuta da una persona che conosco e che mi conosce profondamente, tutti gli ormoni che regolano la gravidanza, il parto, ma anche l’allattamento si produrranno al meglio facilitando tutti i processi fisiologici. È riconosciuto da diversi studi internazionali che gli esiti migliori si hanno se la donna è seguita da una persona di riferimento, idealmente la levatrice, durante tutto il percorso. 

Che cosa c’è di sbagliato nella cultura del parto, oggi, e come possiamo contribuire come curanti e come società a migliorarla? 

Secondo me l’errore più grande nella cultura del parto ai giorni nostri è la medicalizzazione: trattare un evento che fa parte della fisiologia della donna come una patologia non fa altro che disturbare il processo naturale. Se la donna è continuamente confrontata con esami e controlli durante la gravidanza e il parto (ecografie, esami del sangue, cardiotocografo, visite vaginali…) avrà l’impressione che da solo il suo corpo non funziona o rischia di non funzionare bene e sarà spaventata, attivando l’asse dello stress e producendo ormoni che disturbano il normale processo fisiologico. Inoltre, non si possono applicare protocolli stretti ad un evento fisiologico come il parto o la gravidanza che è soggetto a così tante variabili individuali: ogni donna è diversa, ogni bambino è diverso e la loro esperienza sarà inevitabilmente diversa da quella di altre persone. Per questo motivo, è necessario conoscere a fondo la diade mamma-bambino (nella continuità dell’assistenza), sorvegliare i processi fisiologici e intervenire solo quando è necessario, discutendo il piano assistenziale con la donna stessa. Come curanti e come società potremmo semplicemente cominciare a dare fiducia alle donne e alle loro sensazioni, considerandole esperte del loro corpo e in grado di percepire la loro salute e quella del loro bambino in utero. 

Come si potrebbe intervenire per cambiare questa cultura già a partire dall’infanzia? 

Bisognerebbe istruire i bambini all’ascolto del loro corpo e delle percezioni profonde. Ognuno di noi è in grado di sentire il proprio corpo e di capire se qualcosa non sta funzionando a dovere. Ugualmente importante è insegnare alle ragazze a considerare il loro ciclo mestruale come una risorsa e a riconoscerne le diverse fasi. 

In Svizzera viviamo in una società basata sul “rischio” dove l’esperienza del parto è fortemente medicalizzata anche nel caso di gravidanze fisiologiche. Dal tuo punto di vista, quali sono gli interventi che potrebbero essere evitati e come informare meglio le donne su quelle che sono le loro alternative? 

Prima di tutto le donne con una gravidanza a basso rischio non dovrebbero essere seguite da un medico specialista, ma da una levatrice. Per sorvegliare un evento fisiologico è sufficiente fare i controlli di base che prevedono solo due (o al massimo 3) ecografie, esami del sangue e delle urine, controllo della pressione e dello stato di salute generale e misurazione dell’altezza uterina per valutare la crescita del bebè. Il parto, nella grande maggioranza dei casi, non ha bisogno di essere provocato. Senza induzione, perciò senza ormoni sintetici, rottura artificiale delle membrane e monitoraggio il parto ha più possibilità di essere fisiologico. Infatti, la donna comincerà il suo travaglio spontaneamente, con contrazioni che sarà in grado di sopportare e assecondare, muovendosi durante il travaglio e permettendo al bambino di posizionarsi al meglio per ruotare e scendere attraverso il bacino. Più che sui rischi (che sono rari), le donne devono essere informate su cosa effettivamente la natura ha predisposto per loro, affinché arrivino al parto cariche di fiducia e positività. 

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