Il “Pessoa di Crema”: l’arte del tiro di scherma con le parole

Medici d’autore

Questo contributo fa parte di una rubrica. Trovate il primo numero qui, il secondo qui, il terzo qui, il quarto qui, il quinto qui e il sesto qui.

C’è un filo teso tra la stanza di visita e il tavolo da lavoro, tra il lessico della cura e il labor limae del verso. È su quel filo che cammina un altro poeta-medico (anche editore), cremasco, voce appartata e insieme inconfondibile nel coro dei medici umanisti italiani.

Se finora abbiamo incontrato narratori di paese e poeti chirurgici, oggi vi presento un autore la cui cifra stilistica è un continuo, affilato «tiro di scherma con le parole». Sto parlando di Simone Bandirali, medico di famiglia a Crema, poeta, editore e oggi Presidente dell’Organizzazione mondiale dei medici scrittori (UMEM).

Dimenticavo: definito niente meno che “il Pessoa italiano”. Dalla grande Alda Merini.

Bandirali, nato a Soresina nel 1952, si è laureato in Medicina e ha esercitato per molti anni come medico di famiglia. Ma la sua biografia letteraria è altrettanto ricca di quella clinica. Fondatore, con Gerardo Mastrullo, della casa editrice La Vita Felice e poi delle Edizioni dell’Ariete – Pangloss, Bandirali è autore di numerose raccolte di versi. Tra le opere pubblicate vi segnalo Il teatro di Alice (2000), AntiBorges (Buenos Aires, Acquaviva ed., 2002), Dedalus (2002), Israel (2014), Suite veneziana (2016), Varenna (2021) Improbabile chimera (Tallone di Alpignano ed., 2022) con i quali ha ottenuto alcuni importanti riconoscimenti letterari.

Pensate che nel 2015 Bandirali vince il Premio Nazionale Cesare Pavese per la poesia inedita: A Dino Campana. Per la narrativa, vince invece il Premio Letterario Nazionale LILT-Parma nel 2002 e il Premio Nazionale “Un medico che scrive” nel 2017. È inoltre vincitore del premio Pegasus nel 2025 per l’Organizzazione mondiale dei medici scrittori.

Ma ancor più intrigante è l’incontro tra il medico e Alda Merini nel 1992: ci racconta Bandirali che questo è stato l’inizio di un’amicizia intensamente vissuta, portata avanti negli anni con affettuosa e costante partecipazione. La poetessa milanese lo ha definito, lo abbiamo detto, «il Pessoa italiano. Un trappista della parola… Che sta ai margini dei boschi come una sorta di Zhivago ingenuo che cerca la novità e il volto della passione». Insomma, non proprio un semplice appassionato. Per Alda ha curato, oltre a numerose plaquettes per le Edizioni dell’Ariete, la realizzazione di quattro raccolte di poesie: Ipotenusa d’amore (La Vita Felice, 1992), Orazioni Piccole e Salmi della Gelosia (Edizioni dell’Ariete, 1997), La volpe e il Sipario (Girardi Editore, 1997, ripubblicato da Rizzoli nel 2004 e 2019).

Andiamo nel vivo. La sua è una poetica colta, che “ambisce all’esattezza”, per citare un altro medico poeta a lui affine.

Ma dove risiede, per noi appassionati di Medical Humanities, il legame con la sua professione?

Non in una narrazione esplicita delle sue giornate in ambulatorio, ma in uno “sguardo” penetrante sulla realtà, che la pandemia ha reso ancor più acuto. In una plaquette dedicata al COVID-19, intitolata Attraversare la pandemia, Bandirali scrive:

 

Usa e getta

Nell’ospedale imbrinato
si recita a soggetto
davanti alle porte del silenzio assordante,
estrema cosmesi dell’ultimo passaggio
tra giardini artificiali
dove il velo della Veronica
non basta a coprire lividi tramonti.

Sopra i cristalli lontano si mostrano
contorni di montagne incantate
testimoni indifferenti
del formicaio impazzito.

Nei supermercati del superfluo
usa e getta
la mente ed il cuore la folla,
quasi locomotiva lanciata nella nebbia
sul binario morto
dell’ultima stazione.

 

Qui, lo “sguardo medico” non descrive sintomi, ma un’atmosfera di alienazione e dolore. L’ospedale diventa un teatro dell’assurdo, la folla una locomotiva senza controllo.

È la poesia come diagnosi sociale, come strumento per dare un nome alla lacerazione collettiva.

In un’altra lirica potentissima, La Maschera della Morte Rossa, sempre dedicata alle vittime del virus, scrive:

 

È tornata la Maschera
la Maschera della Morte Rossa
a regalarci un orrendo carnevale
di crisalidi disperate in bozzoli
infetti di dolore e di morte
senza luce di affetti
ne’ speranza di luce futura.

 

L’immagine dei malati come «crisalidi disperate in bozzoli / infetti» è di una precisione anatomico-poetica che solo un medico-poeta poteva concepire. È la cronaca di un’esperienza professionale vissuta e trasfigurata in un’allegoria potente e amara.

Nell’intervista, Bandirali si spiega: «penso proprio che il mio inizio come scrittore sia abbastanza atipico. Sinceramente credo che, a differenza di molti colleghi medici che incominciano a scrivere, il mio interesse non sia stato particolarmente motivato dall’ambiente medico o dal desiderio di trattare trame o personaggi legati al mondo medico. Ho cominciato a scrivere, per lo più poesie ma anche racconti, a quarant’anni». Incalzo quindi il nostro autore con un’ulteriore provocazione e gli chiedo se esista, secondo lui, uno “sguardo medico” nell’osservare gli altri, la realtà circostante. La risposta, la lascio decifrare a voi: «Non oggi medico e domani scrittore, ma questo in quello. Medicina e letteratura s’illuminano a vicenda – scriveva Thomas Mann». Ricordo solo la posizione ricoperta oggi da Simone Bandirali, come Segretario dell’UMEM.

Emerge quindi un altro tratto fondamentale: Bandirali è un poeta “d’incontro”, come lui stesso si definisce: «cioè, scrivo seguendo immagini che mi nascono dentro spontaneamente in riferimento a persone o situazioni che entrano in qualche modo in contatto con me». E sull’ispirazione aggiunge: «mi piace paragonarla a una sciabolata improvvisa di sole dopo un temporale. Succede, capita, non c’è una ragione precisa. Tanto più nella poesia, che sgorga, si manifesta e vive nell’urgenza del momento, devo subito scriverla o dettarla… Far nascere così una poesia è per me un momento di grande felicità, come la nascita di un figlio».

Cosa insegna Bandirali alle Medical Humanities?

Che la Letteratura non è un’appendice ornamentale alla pratica clinica, ma uno spazio di conoscenza che allena all’ascolto, affina l’attenzione, dà forma all’indicibile. Le sue poesie sono cliniche dell’anima: registrano febbri, latenti e improvvise, senza ridurle a diagnosi. E invitano il lettore – medico o non medico – a un esercizio di prossimità: avvicinarsi all’altro senza possederlo, nominare senza consumare.

Se la rubrica Medici d’autore vuole offrire «pillole» di lettura, la Medicina di Bandirali ha una posologia semplice: dose minima di retorica, alta concentrazione di sguardo, rilascio prolungato di immagini. Perché la poesia, come scrive in una sua lettera, «è ciò che si crede… È rumore. È silenzio. È gioia ed agonia… È il fulmine che mi percorre la mente in forma di parola».

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3 risposte a “Il “Pessoa di Crema”: l’arte del tiro di scherma con le parole”

  1. Alessandro Bocchini

    Bellissima la similitudine tra le parole e il tiro di scherma che restituisce l’idea dell’ accurata precisione e del tempismo perfetto grazie ai quali si arriva al bersaglio. Molto toccanti e d’effetto le metafore poetiche per descrivere la tragica realtà del momento pandemico. Tutto questo è descritto nell’articolo costruito ad arte che perfettamente descrive la figura del medico e dello scrittore in simbiosi, l’uno nell’altro.

  2. Alessandro Bocchini

    Bellissima la similitudine tra le parole e il tiro di scherma che restituisce la precisione e il tempismo perfetto grazie ai quali si raggiunge il bersaglio.
    Molto toccanti le metafore usate per descrivere la tragica realtà pandemica.
    Il tutto raccolto in un articolo creato ad arte che permette di comprendere perfettamente la simbiosi tra le due anime del protagonista: il medico e lo scrittore.

  3. Eliana

    Mi tocca l’affermazione “alta concentrazione di sguardo” e la sua capacità di trasformare lo sguardo in emozioni intense che portano alle parole delle sue poesia. Un medico poeta che si è arricchito di immagini ed emozioni dall’incontro con il malato e ce lo trasmette con potenza

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3 pensieri su “Il “Pessoa di Crema”: l’arte del tiro di scherma con le parole

  1. Alessandro Bocchini dice:

    Bellissima la similitudine tra le parole e il tiro di scherma che restituisce l’idea dell’ accurata precisione e del tempismo perfetto grazie ai quali si arriva al bersaglio. Molto toccanti e d’effetto le metafore poetiche per descrivere la tragica realtà del momento pandemico. Tutto questo è descritto nell’articolo costruito ad arte che perfettamente descrive la figura del medico e dello scrittore in simbiosi, l’uno nell’altro.

  2. Alessandro Bocchini dice:

    Bellissima la similitudine tra le parole e il tiro di scherma che restituisce la precisione e il tempismo perfetto grazie ai quali si raggiunge il bersaglio.
    Molto toccanti le metafore usate per descrivere la tragica realtà pandemica.
    Il tutto raccolto in un articolo creato ad arte che permette di comprendere perfettamente la simbiosi tra le due anime del protagonista: il medico e lo scrittore.

  3. Eliana dice:

    Mi tocca l’affermazione “alta concentrazione di sguardo” e la sua capacità di trasformare lo sguardo in emozioni intense che portano alle parole delle sue poesia. Un medico poeta che si è arricchito di immagini ed emozioni dall’incontro con il malato e ce lo trasmette con potenza

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