Il prezzo del pensiero
Specchio delle relazioni umane riflesse nella scrittura dei diari di terapia intensiva
Questo contributo fa parte di una serie. Il primo articolo è consultabile qui, il secondo qui, il terzo qui. L’articolo conclude la serie dedicata ai diari di terapia intensiva, proponendo una prospettiva che va oltre la dimensione clinica. Attraverso un’analisi storica e linguistica, si esplora come questi diari siano strumenti di documentazione e al contempo specchi delle dinamiche relazionali, delle strutture di comunicazione e delle pratiche culturali che definiscono l’esperienza umana in contesti di estrema fragilità. Al centro di questa riflessione vi è il “prezzo del pensiero”: lo sforzo sottile e spesso faticoso della coscienza che trasforma esperienza, emozione e memoria in parola scritta. Contestualizzando queste dinamiche all’interno della storia delle relazioni umane, si evidenzia come la capacità di narrare, comprendere e costruire legami affondi le proprie radici nelle pratiche sociali che accompagnano la nostra specie fin dalle origini. L’articolo mette in luce il ruolo del linguaggio nel costruire senso, memorie e legami, offrendo una prospettiva critica sul rapporto tra narrazione, cura e storia delle relazioni umane.
15 Dicembre 2025 – Medical Humanities, Comunicazione, Dolore, Emergenza, Relazione, TestimonianzeTempo di lettura: 17 minuti
15 Dicembre 2025
Medical Humanities, Comunicazione, Dolore, Emergenza, Relazione, Testimonianze
Tempo di lettura: 17 minuti
I diari narrativi di Terapia Intensiva (Intensive Care Unit, ICU) nascono come strumento di debriefing per il paziente critico dopo la dimissione (Anderson-Shaw, 2022). Lo scopo del diario, scritto a mano, è fornire una narrazione chiara della sequenza degli eventi durante tutto il ricovero in ICU. Con l’arrivo dell’ Intelligenza Artificiale (AI) ci sono alcuni studi che vorrebbero delegare la scrittura dei diari di terapia intensiva a un campo dell’informatica che si concentra sulla creazione di sistemi e macchine progettati per imitare alcuni aspetti del pensiero umano come il ragionamento, la percezione, il problem solving, il linguaggio naturale e l’ apprendimento.
Interrogando ChatGPT – modello auto regressivo basato sull’architettura Transformer, implementato con miliardi di parametri ottimizzati tramite addestramento supervisionato e rinforzato, privo di coscienza, percezione sensoriale o comprensione semantica automa – circa l’eticità della scrittura dei diari di terapia intensiva da parte di un’intelligenza artificiale, il chatbot ha risposto con un messaggio di errore tecnico («Something went wrong. Please clear our cache and try again!»). Sebbene si tratti apparentemente di un semplice errore di sistema, esso può essere interpretato simbolicamente come un’illustrazione dei limiti dell’assistente virtuale nel fornire giudizi etici complessi, integrando altre evidenze già discusse nel testo.
Tra le pagine dei diari di terapia intensiva, oltre alle parole dei clinici, troviamo le parole dei parenti che privi di armi e armature compiono un vero Viaggio dell’Eroe. Questo percorso attraverso annotazioni, riflessioni e testimonianze – che tracciano la dimensione emotiva e simbolica dell’esperienza familiare – fra incertezze e dubbi, speranze e disincanti, desideri e rassegnazione permettono di leggere il diario come uno spazio di elaborazione, memoria e condivisione del vissuto,
trasformando la presenza accanto al paziente in un atto di eroismo quotidiano e profondamente umano.
Questa forma di narrazione della cura protegge e mantiene viva la relazione umana anche quando l’interazione diretta è limitata dalle condizioni cliniche del paziente ricoverato in terapia intensiva, costruendo legami densi di significato.
La relazione umana, dalla sua nascita, si manifesta come la forza invisibile che rende possibile la cura piena, dove medicina e narrazione si incontrano. I diari di terapia intensiva diventano quindi un’estensione naturale della relazione umana, una forza invisibile che rende possibile la Cura. Le relazioni umane hanno radici antiche: fin dagli albori l’essere umano ha cercato il contatto, la vicinanza, il sostegno reciproco. «Circa 70.000 anni fa, gli organismi appartenenti alle specie Homo Sapiens cominciarono a formare strutture elaborate chiamate culture» (Harari, 2014) e dai primi insediamenti – quando sopravvivere significava affidarsi agli altri – fino alle comunità più complesse, la nostra esistenza è sempre stata tessuta da legami invisibili e potenti. «Se da individui ci riconosciamo condividi, ne derivano conseguenze importanti riguardo alla nostra interdipendenza con gli altri e ai processi di cooperazione e conflitto che stabiliamo sulle nostre comunità d vita. Da tanti “io” che pensavamo di essere ci accorgiamo di derivare “noi” di cui siamo parte. Non siamo solo ragione e logica ma anche emozioni e sentimenti» (Gallese, Morelli, 2024).
Le relazioni umane nascono, quindi, come necessità e dono: se la necessità – dal latino necessĭtas – si orienta verso ciò che è indispensabile e che sostiene la vita e/o il senso, il dono – dal latino donum – secondo la tradizione fenomenologica e antropologica è l’atto in cui la libertà del soggetto si manifesta senza scambio obbligato. Il dono nasce sempre da una mancanza trovando il suo senso. Nelle relazioni umane quando il dono interviene, non elimina la necessità, ma la trasforma rispondendo ad una fragilità reale, diventando così il punto di incontro fra due o più individui. Se la necessità mostra il nostro limite è il dono che svela quel limite che può essere superato insieme.
Ciò che distingue la specie Homo Sapiens dagli altri animali non è la forza né l’acutezza sensoriale, bensì la straordinaria capacità di creare narrazioni comuni.
Dalla comunicazione orale dei gruppi preistorici alla scrittura cuneiforme, dai testi sacri medievali alla stampa di Gutenberg, dai giornali ai social media, fino ai sistemi avanzati di AI, ogni rivoluzione informativa ridefinisce il modo in cui gli esseri umani si relazionano. La storia della comunicazione insegna come le relazioni umane siano soggette ad un continuo cambiamento: dalle prime forme simboliche legate a gesti, pitture rupestri e ritualità, attraverso l’evoluzione della specie Homo Sapiens la comunicazione diventa più complessa grazie alla comparsa del linguaggio simbolico, reso possibile da mutamenti anatomici e cognitivi. Circa 5 milioni di anni fa, la svolta significativa: grazie alla scrittura la comunicazione diventa permanente, cioè uno strumento di memoria e amministrazione che trasmette conoscenza oltre lo spazio e oltre il tempo. Successivamente le culture del manoscritto e dei testi religiosi plasmano identità collettive e strutture di potere: «come convincere milioni di persone a credere a narrazioni specifiche circa gli dèi, le nazioni o le società a responsabilità limitata? E tuttavia, quando ci si riesce, ciò conferisce ai Sapiens un immenso potere, poiché fa sì che milioni di estranei cooperino e agiscano in direzioni di obiettivi comuni. Provate solo ad immaginare quanto sarebbe stato difficile creare stati, chiese o sistemi giuridici se avessimo potuto parlare soltanto delle cose che esistono veramente, come fiumi, alberi e leoni. Nel corso del tempo abbiamo intessuto una rete di storie incredibilmente complessa» (Harari, 2014).
Con la stampa, la diffusione del sapere diventa più rapida, aprendo la strada all’alfabetizzazione, all’opinione pubblica e alla scienza moderna. Il XIX e il XX secolo introducono i mass media – telegrafo, telefono, cinema, radio, televisione – che globalizzano l’informazione e trasformano la percezione del tempo e dello spazio. L’era del digitale e di internet inaugura un’epoca di comunicazione reticolare, immediata e partecipativa, culminante oggi nei sistemi di intelligenza artificiale capaci di elaborare, generare e interpretare il linguaggio. L’intera evoluzione comunicativa evidenzia come ogni innovazione comunicativa non sia soltanto un progresso tecnico, ma un cambiamento profondo nelle forme di relazione, conoscenza e costruzione del senso collettivo.
Alla luce dell’evoluzione della comunicazione per svelare le relazioni umane che si celano nella scrittura dei diari di terapia intensiva, dovremmo ricercare il significato che il linguaggio assume dalle radici dell’origine della specie: «dal primato del soggetto scopriamo la centralità della relazione; la relazione precede l’individuo e configura una dimensione del noi nella quale si individua il soggetto» (Gallese, Morelli, 2024). «L’umanità (…) ha qualcosa a che vedere con la coscienza, con l’immaginazione, con l’intelligenza, con il sapere, con il libero arbitrio, con la creatività, con il linguaggio, con la tecnologia, con l’empatia, con la moralità e con altre capacità o caratteristiche delle stesso genere» (Larsson, 2024). «Non abbiamo altra scelta, dobbiamo servirci di uno strumento che è parte integrante dell’explicandum: la padronanza del linguaggio e della significazione» (Larsson, 2024). Il linguaggio non descrive solamente la relazione, ma la crea e questo legame diventa evidente nella scrittura delle pagine dei diari di terapia intensiva rendendo visibili le relazioni umane che sono state mantenute.
«Ciao Francesco ti scrivo queste righe con la speranza che tu un giorno possa leggerle. Di sottofondo oltre agli allarmi di monitor e macchinari, che al momento sono indispensabili per te, mi sono permessa di accendere la radio. Un sottofondo musicale per rompere il ghiaccio. Sono Asia l’infermiera che si sta prendendo cura di te in questa lunga notte. Sei ricoverato in Rianimazione Generale all’ospedale di Monza è il 28 febbraio fuori fa molto freddo, ma alle prime luci dell’alba si sente il cinguettio degli uccelli, ciò significa solo una cosa: la Primavera inizia a bussare» (Pegoraro, Villa 2023). Dalla scrittura di questa pagina di diario, tratto dall’articolo L’altra cura, emerge con chiarezza come il linguaggio – in tutte le sue forme – appaia come mezzo essenziale per la costruzione e il mantenimento delle relazioni umane. La scelta lessicale orientata alla cura, alla presenza, alla reciprocità testimonia una visione della comunicazione non come semplice trasmissione di informazioni, ma come spazio relazionale, in cui il significato non risiede solamente nelle parole, ma nell’intenzionalità che lo sostiene. L’uso dei termini che evocano prossimità emotiva – “accompagnare, mantenere viva la relazione” – sottolinea che l’interazione è intesa come costruzione condivisa di senso di vita tra individui. La lettura in chiave linguistica dimostra che, grazie all’alternanza tra verbi d’azione e verbi di stato, la relazione non è mai statica, ma dinamica con legami che si creano e ricreano: ogni parola scritta è un atto relazionale che supplisce all’assenza, che prolunga la presenza, che permette di restare con l’altro anche attraverso il filtro della scrittura.
In filigrana si scorge un riferimento antropologico più profondo: una sorta di memoria evolutiva appena accennata, delle forme relazionali ereditate dai primati e trasformate nell’Homo Sapiens. La propensione a mantenere il contatto, a condividere narrazioni, a custodire il legame anche in condizioni di vulnerabilità clinica, rimanda ad un’antica necessità di connessione che ha sostenuto la vita sociale fin dalle origini della specie. Questo richiamo non è esplicito, ma si manifesta nel modo in cui il testo attribuisce al linguaggio una funzione sociale originaria, densa di continuità interpersonale.
«Queste righe dedicate a te, potranno avere una scrittura tremante figlia della stanchezza o a volte dello sconforto di un turno difficile. Perdonaci. Sei dimagrito, ma hai lo sguardo vivo con quella luce negli occhi che solo i veri guerrieri hanno. Hai mai letto Coelho? “Che cos’è un guerriero della luce? È colui che è capace di comprendere il miracolo della vita, di lottare fino alla fine in qualcosa in cui crede”» (Pegoraro, Villa, 2023). Questo estratto testuale. esprime una relazione di cura fortemente personalizzata, resa evidente dall’utilizzo della seconda persona singolare. L’ammissione di “una scrittura tremante” attribuita alla “stanchezza” o “alla sconforto di un turno difficile”, introduce un registro di autenticità emotiva che riduce la distanza tra curante e paziente: la fragilità linguistica è relazione autentica, offrendo una presenza continua nonostante tutto, confermando la centralità del legame umano in condizioni cliniche complesse. La descrizione del paziente – “sei dimagrito, ma hai lo sguardo vivo” – utilizza un contrasto semantico che mette in rilievo la vitalità interiore seppur sia presente un indebolimento fisico, riconoscendo così la persona oltre la malattia. L’inserimento della citazione di Coelho sul “guerriero della luce” attribuisce e rinforza il percorso del paziente in una trama di resilienza condivisa. Il testo fa emergere una relazione profondamente umana riconoscendo l’altro nella sua piena dignità umana e vulnerabilità mantenendo però coesione e senso di appartenenza.
«Voglio scriverti queste righe per salutarti. In questi dieci giorni ho ascoltato i racconti che tuo marito e le tue figlie hanno voluto condividere con me. Dalla loro narrazione mi hanno permesso di scoprire che meravigliosa persona sei. Brilli nei loro occhi tristi. Ti auguro che il volo tra le tue montagne sia libero, sono certa che quel giorno, il sole donerà alle vette innevate una luce calda e avvolgente, illuminandole con amore» (Pegoraro, 2025). Attraverso la lettura di questa pagina di diario, tratta dall’articolo Essere o non essere umano?, il passaggio, intimamente relazionale, crea un’immediata prossimità emotiva grazie all’utilizzo della prima persona singolare, collocando la voce del curante in uno spazio di cura che supera la tecnica per farsi presenza umana. Il testo si struttura attorno alla narrazione altrui che grazie all’ascolto attivo da parte del curante viene ricostruita, confermata, restituendo l’identità umana. Questa mediazione narrativa è un atto relazionale che permette al curante di partecipare, sia pure indirettamente, al tessuto affettivo che circonda la persona assistita. La frase “brilli nei loro occhi” tesse l’ambivalenza tra dolore e amore: l’assenza del paziente si intreccia alla sua presenza simbolica, evidenziata dallo sguardo dei familiari. La luce, centrale nella tradizione antropologica come segno di vitalità e presenza, richiama – con delicatezza – la dimensione evolutiva della specie, in cui il riconoscimento dell’altro attraverso lo sguardo è stato uno dei primi canali relazionali condivisi nell’evoluzione della specie. Il passaggio finale, dedicato “al volo tra le tue montagne”, utilizza un linguaggio fortemente evocativo e metaforico, che trasforma la topografia reale in spazio simbolico; le montagne assumono il significato di cornice affettiva e luogo di appartenenza, mentre la luce che “illumina con amore” funge da segno di continuità tra vita vissuta e memoria. Linguisticamente, questa scelta, produce un effetto di dolcezza e trascendenza, attenuando la durezza dell’esperienza clinica.
«Ho parlato con medici e infermieri del reparto sulla tua condizione clinica, ho capito poco, volevo solo saper se fossi viva o morta. Chissà cosa avranno pensato di me, cercavo di tenermi le mani per non farle tremare e sicuramente il mio sguardo appariva vuoto. Mi hanno proposto di scrivere il Diario di Terapia Intensiva per starti più vicina, ma in questo momento serve più a me che a te. Sono qui seduta di fianco a te, ti tengo la mano e nonostante tu abbia un quantitativo di macchine intorno e tubi addosso sei bella, come sempre. L’avresti mai detto che io dovessi diventare la tua roccia? Da vent’anni a questa parte è sempre stato il contrario anche quando mamma e papà mi sgridavano e tutto si risolveva, ero al sicuro: la mia eroina con il mantello da unicorno» (Pegoraro, 2025). Dal contenuto di questa pagina di diario, tratto dall’ articolo Né ami, né armature è mantenuto vivo il legame familiare, in cui il familiare si rivolge al proprio caro come se quest’ultimo potesse ascoltare, mantenendo così viva la relazione nonostante il coma farmacologico. La scrittura avviene in prima persona e mette in scena un “io” fragile, spaesato, che assume però un ruolo centrale di presenza e sostegno. La lingua oscilla tra un lessico che richiama l’ambiente sanitario (“medici, infermieri, macchine, tubi”) e un registro affettivo e intimo (“ti tengo la mano”, “sei bella”), facendo emergere la doppia percezione del corpo del paziente: tecnologicamente assistito, ma ancora riconoscibile e amato. L’espressione emotiva è diretta e non mediata: il familiare verbalizza paura, smarrimento e bisogno di vicinanza e la scrittura assolve una funzione chiaramente terapeutica. La biografia del paziente, nella parte finale, contrasta l’ambiente clinico. Il testo mostra come la scrittura del diario di terapia intensiva diventi uno strumento linguistico e relazionale che permette di proteggere da un lato l’identità del paziente, dall’altro sostenere il vissuto del familiare donando continuità al legame affettivo in una condizione di fragilità e vulnerabilità sia del paziente, sia del familiare stesso.
La narrazione della cura, così come articolata nei diari di terapia intensiva, diventa una forma sofisticata di continuità relazionale: prolungare la presenza in assenza, per colmare spazi e silenzi quando la fragilità clinica impedisce lo scambio dialogico.
Le scelte lessicali mostrano un ponte tra individui, un gesto relazionale che riproduce, in forme evolute, quella necessità originaria di connessione che costituisce uno dei tratti distintivi dell’essere umano. In questa prospettiva, la comunicazione che emerge dai diari di terapia intensiva si configura come pratica relazionale complessa: al tempo stesso biologica, storica e culturale. Essa diventa un luogo in cui la relazione si fa esperienza condivisa, memoria, continuità e cura, preservando l’umanità del legame anche nel contesto tecnologico e clinico della terapia intensiva. Le relazioni umane, dunque, vivono nelle scelte linguistiche, radicate di interazioni sociali che originano dai nostri antenati: questa continuità storica e biologica dimostra che l’intelligenza artificiale non può sostituire le relazioni intrinsecamente umane nate e radicate lungo una storia nata circa 2 milioni e mezzo di anni fa.
Le pagine di diario presentate in questa serie dedicata ai diari di terapia intensiva non corrispondono alle trascrizioni letterali originali, ma a versioni rivisitate dall’autrice per renderle idonee alla pubblicazione.
Bibliografia
L.K. Anderson-Shaw, «ICU Diaries: A Useful Tool in the Reduction of Psychiatric Symptoms After Critical Illness», Critical Care Medicine, 50, n. 11, 2022, pp. 1685-87.
P. Rebillot(2018), Il viaggio dell’eroe, Cada Editrice Ericlea.
Y. N. Harari (2014),Sapiens. Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità, Bompiani, pp. 11-52.
V. Gallese, U. Morelli (2024),Cosa significa essereumani?, Raffaello Cortina Editore, pp. 10-15.
B. Larsson (2024),Essere o non essere umani, Raffaello Cortina Editore, pp.26-30.
Cosa ne pensi?
Condividi le tue riflessioni
e partecipa al dialogo
Lascia un commento