“Il sogno di far fiorire il cielo”

Scrivere a Casvegno 

A Casvegno, nel cuore di Mendrisio, il Centro Abitativo Ricreativo e di Lavoro (CARL) dell’Organizzazione sociopsichiatrica cantonale promuove attività che intrecciano lettura, scrittura, radiofonia e giornalismo. Da questo contesto è nata l’Associazione SPAMM 24, che cura il Festival DiversaMente, appuntamento socioculturale aperto alla cittadinanza e dedicato all’espressione creativa come forma di relazione e di partecipazione. 

La quarta edizione del Festival, sviluppata nell’arco di cinque mesi attraverso incontri con ospiti, laboratori, proiezioni, momenti musicali e spettacoli in collaborazione con la Città di Mendrisio, Pro Senectute e Radio Gwen, è stata interamente ospitata nel quartiere di Casvegno per celebrare il trentennale del CARL. Il tema scelto collettivamente – “Rispetto, gentilezza e accoglienza” – non nasce solo come linea guida narrativa, ma come eco del lavoro quotidiano svolto nelle unità abitative, nelle aree professionali inclusive, nello SPazio Aperto MultiMediale (SPAMM) e nelle attività associative. 

DiversaMente è un percorso di scrittura comunitaria pensato per dare voce a chi scrive per diletto nell’area della Svizzera italiana e dintorni: i partecipanti sono stati invitati a raccontare, in prosa o poesia, un episodio in cui si sono sentiti bene prendendosi cura di sé o degli altri adottando una postura di rispetto, gentilezza e accoglienza. Il progetto intende favorire espressione, scambio e inclusione, riconoscendo nella narrazione – e nelle altre forme creative coinvolte come cinema, radio, musica e arti grafiche – un mezzo efficace per condividere vissuti, nutrire relazioni e rafforzare i legami sociali. 

Il Festival si rivolge anche ad altre realtà culturali e sociali del Ticino e dell’Insubria, con l’obiettivo di costruire ponti di dialogo e di rendere visibile il valore culturale della parola come pratica di cura e di cittadinanza. 

Nell’evento di chiusura della manifestazione, tenutosi nel Teatro di Casvegno il 18 ottobre 2025, Giovanni Fontana, docente e scrittore, ha tracciato un bilancio dell’edizione di quest’anno, soffermandosi sugli aspetti più significativi degli scritti pervenuti agli organizzatori. 

Il Festival Socioculturale di quest’anno ha scelto come stelle polari tre valori-guida che illuminano la vita di ognuno di noi, specie in momenti difficili come quelli che stiamo attraversando: Rispetto, Gentilezza e Accoglienza.

Questo è il titolo proposto per gli esercizi di scrittura che si presentano oggi – un titolo che gli organizzatori hanno voluto corredare di un’appendice esplicativa  (“quando ti sei sentito bene prendendoti cura di te o degli altri”) che amplia l’orizzonte della riflessione e insieme propone alcuni suggerimenti operativi: da un lato, infatti, sottolinea la valenza positiva della cura per chi la pratica, su di sé o sugli altri, e, dall’altro, invita a raccontare degli aneddoti, a descrivere delle situazioni in cui tale valenza si sia manifestata, attingendo al patrimonio delle proprie esperienze personali. 

Tra i molti, interessantissimi, contributi pervenuti, alcuni si soffermano proprio sulla complessità – e sulle ‘insidie’ nascoste – della traccia scelta per Diversamente 2025, in una sorta di meta-riflessione che merita, a mio giudizio, di essere riletta con attenzione. In un testo, ad esempio, si legge: «Nel leggere il titolo del concorso il mio cervello ha cominciato in autonomia a stilare una lista, una lista delle mie buone azioni; tuttavia mentre lui, il mio cervello, ripescava aneddoti dai miei ricordi, in me è scaturito un sentimento di disagio. Non volevo certo essere manipolata inconsapevolmente dal mio ego alla ricerca di approvazione e vanagloria. Eppure riconosco le virtù del raccontarsi. Il lettore può gioire della medesima gioia del donatore e del ricevente di quella specifica buona azione».  

Superato questo scoglio – vinta la tentazione narcisistica dell’autocelebrazione e, insieme, riconosciuto il valore irrinunciabile del ‘raccontarsi’ – verso quali orizzonti si sono mossi gli scriventi nelle loro testimonianze? Difficile dare una risposta univoca e esauriente a questa domanda, anche in considerazione della grande varietà di profili riconoscibile fra i partecipanti – ospiti dell’OSC e utenti dello SPAMM o di strutture analoghe, ma anche familiari di pazienti e curanti (infermieri, socio-terapeuti, medici). 

Parto dal primo grande bacino da cui provengono gli scritti, quello composto – per usare un’espressione di cui riconosco l’inevitabile banalità – da chi ha sperimentato o sperimenta sulla propria pelle una condizione di ‘disagio’.  

Un aspetto che mi ha molto colpito in queste testimonianze è la sensibilità particolare, acuta e in qualche caso addirittura ulcerante, che percorsi esistenziali accidentati come quelli di molti scriventi hanno forgiato nei confronti dei valori posti al centro dell’edizione di quest’anno:

chi è cresciuto nel rifiuto sa, infatti, più di altri quale sia il valore dell’accoglienza…

In un contributo molto bello intitolato La forma visibile del cuore è ciò che ci rende umani si leggono, fra le altre, queste affermazioni: «Il rispetto è vedere l’altro come un essere umano, anche quando è diverso da noi. Chi è cresciuto sentendosi sbagliato sa bene quanto può ferire lo sguardo di chi non ti riconosce. Il rispetto è una forma di amore silenzioso: non urla, ma protegge». E più avanti: «La gentilezza è la forma visibile del cuore, un gesto gentile può sembrare piccolo, mentre in certi giorni può diventare un’ancora, una carezza, una cura sulle ferite. Ci vuole forza per essere gentili, quando il mondo ti ha trattato con durezza. Ma è proprio quando si è sofferto che si comprende quanto conta una parola dolce, uno sguardo che non giudica, una presenza che non pretende». 

Il testo è interessante non solo per quello che dice sul valore dell’esperienza, del vissuto individuale in relazione alla pratica del rispetto e della gentilezza, ma anche per una polarità che suggerisce sotto traccia, per una contrapposizione a cui allude come en passant: l’opposizione fra un mondo che ‘tratta con durezza’ e una realtà alternativa, ma non utopica, in cui Rispetto, Gentilezza e Accoglienza sono ancora praticabili. Un motivo che attraversa moltissimi interventi è infatti la polemica contro la disumanizzazione della società contemporanea, a cui fa da contraltare la celebrazione dell’OSC, dello SPAMM e di altre strutture protette e/o luoghi di incontro e di aggregazione come veri e propri bastioni di resistenza dell’umano, in cui questi valori non hanno perso la loro attualità e la loro importanza.  

In un bel contributo intitolato Passeggiata di primo mattino nel parco di Casvegno, ad esempio, la scrivente, al primo chiarore del giorno, «quando le cose si destano dal buio com’era al principio del mondo», si incammina lungo i viali dell’ospedale, soffermandosi a parlare amabilmente con operatori e pazienti, si spinge fino all’orto per fare provvista di «pomodorini gialli Pro specie rara maturati al sole», con la sensazione di sentirsi a casa e insieme di essere in sintonia con la natura, prima di tornare al suo domicilio, a Villa Alta, «ricaricata di luci, suoni e colori» e concludere la sua giornata con questa riflessione: «A Casvegno regnano rispetto, gentilezza e accoglienza, a Casvegno c’è umanità!». 

Non tutti i contributi naturalmente sono improntati all’ottimismo che caratterizza il testo di cui vi ho presentato qualche stralcio – e, anzi, non manca chi segnala sacche di crudeltà e di violenza anche all’interno della clinica. Ma in termini generali l’opposizione fuori/dentro, disumanità/umanità è una delle costanti degli interventi che ho letto. 

Come si manifestano, in concreto, i valori-guida di cui stiamo parlando? Largo spazio è concesso nei contributi raccolti quest’anno al racconto di aneddoti, alla descrizione di situazioni in cui Rispetto, Gentilezza e Accoglienza prendono forma e carne, traducendosi in parole, silenzi, gesti, che scandiscono una quotidianità semplice e spesso commovente: parole che accolgono e che leniscono la sofferenza di compagni, amici e familiari; silenzi che creano spazi di ascolto, che danno la possibilità all’altro di esprimersi, di manifestarsi nella sua imperfezione e nel suo bisogno di affetto, che comprendono senza giudicare; e soprattutto azioni, gesti, comportamenti.  

Ecco, un’altra cosa che mi ha colpito è l’importanza del linguaggio del corpo che emerge da molti testi,

come questo, che ha come protagonista una coppia di persone disabili:

«Mi piace aiutare mio marito che abita nel mio stesso istituto. Ad esempio quando non ci sono gli educatori che sono impegnati con altre persone, mi piace stargli accanto e magari imboccarlo, dargli da bere, preparargli i vestiti da mettere alla mattina, rimboccargli il piumone.
Preparargli il telecomando sulla poltrona di camera sua.
Chiamare un monitore per portarlo alla toilette.
Alla mattina quando usciamo dall’appartamento dirgli ciao, ci vediamo a mezzogiorno in mensa.
Al pomeriggio, quando riposiamo, mi piace andare in camera sua e riposare anch’io in poltrona con lui vicino.
Guardare la tele in poltrona con lui tenendogli la mano. 
Quando si esce mi prendo la responsabilità di tenergli i soldi nel mio sacco.
Aprirgli la porta del nostro regno quando ha bisogno di qualcosa.
Dargli il bacio della buona notte.
E dirgli che lo amo tantissimo.
Alla mattina quando ci svegliamo dirgli ciao e chiedergli se ha dormito bene». 

Quest’attenzione alla dimensione fisica delle relazioni si coglie anche nei testi di chi fatica a servirsi del proprio corpo, di chi lotta quotidianamente con la propria timidezza e con le proprie inibizioni. È il caso di uno scrivente che racconta con orgoglio di aver accompagnato un’amica che si era infortunata al ginocchio in infermeria, «permettendole – sono le sue parole – di aggrapparsi a lui per sentire meno male»: un’espressione in cui si legge il desiderio e la difficoltà di stare accanto all’altro con tutto se stessi, con il cuore e con la mente, ma anche un corpo che stenta ad aprirsi… 

Da entrambi i testi che ho citato emerge, per altro, anche se in forme e con sensibilità molto diverse, uno dei Leitmotive delle testimonianze di quest’anno (suggerito anche dal sottotitolo della rassegna Quando ti sei sentito bene prendendoti cura di te o degli altri), cioè l’idea che fare del bene agli altri faccia bene anche a se stessi: nel primo testo l’indicatore è il ricorrente, discretissimo ‘mi piace’ che punteggia la descrizione di una giornata-tipo, nel secondo l’accenno alla ‘fierezza’, all’‘orgoglio’ per aver mosso un passo verso l’altro, perforando la cortina delle proprie paure. 

Per concludere questa prima parte del mio contributo vorrei segnalare altre due linee, in parte divergenti, che attraversano molti testi e che segnano una distanza rispetto al modo più immediato di intendere i tre valori-guida di quest’edizione su cui mi sono soffermato fin qui. Da una parte, molti degli scriventi segnalano come priorità assoluta – da anteporre sempre e in ogni caso alla cura degli altri – la ‘cura di sé’, di un ‘sé’ problematico e sofferente: «Prima di poter amare gli altri – dice in maniera molto netta l’autore di un testo – devi imparare ad accettare, amare e prenderti cura di te stesso. Solo quando sei davvero radicato – stabile, con entrambi i piedi ben piantati a terra – puoi iniziare a portare quell’amore anche nel mondo».  

E affermazioni simili si leggono anche in molti altri testi, talvolta espresse in toni aspri e drammatici che aprono uno spiraglio su vissuti dolorosi, come in un contributo intitolato Come non distruggersi, in cui lo scrivente ci dice, appunto, che il primo passo per prendersi cura di sé è quello di rifuggire da comportamenti autodistruttivi, evitando di chiudersi in se stessi, trovando il coraggio di chiedere aiuto e, soprattutto, «liberandosi dalla strana soddisfazione che si prova nello ‘stare male’», perché in definitiva «siamo qui per essere felici in modo sano, non per essere dei personaggi interessanti ma tragici». 

Dall’altra, si avverte in molti partecipanti l’esigenza di ampliare l’orizzonte della riflessione, estendendo l’applicazione delle categorie di Rispetto, Gentilezza e Accoglienza ad oggetti e situazioni che vanno di là della quotidianità più immediata e ‘spicciola’: in questa prospettiva si collocano, per esempio, i frequenti riferimenti alla difficile condizione dei migranti e dei profughi o al dramma degli abitanti di Gaza, vittime dei bombardamenti israeliani. 

Osservavo all’inizio che il profilo dei partecipanti al festival socioculturale di quest’anno è molto vario e comprende anche molte figure di curanti – infermieri, socio-terapeuti, medici. Purtroppo, non ho lo spazio per approfondire questo versante del corpus di testi proposti, ma voglio almeno segnalare, da una parte, gli interventi che testimoniano di un disagio (il disagio, ad esempio, di chi si sente schiacciato fra le esigenze di produttività dell’azienda sanitaria e il bisogno di ascolto dei pazienti) e, dall’altra, quelli che documentano esperienze-pilota come quelle dei medici-clown (che sanno riconoscere la dignità e l’unicità del malato, sanno accogliere le sue emozioni e alleviare le sue sofferenze, restituendogli, almeno per un istante, il controllo sulla propria vita e offrendogli un’occasione per evadere, sulle ali della fantasia, dalla routine della vita in reparto). 

Da ultimo, vorrei dedicare qualche osservazione alle scelte formali che caratterizzano i testi che ho avuto il privilegio di leggere. Come nelle precedenti edizioni, accanto a libere riflessioni sul proprio vissuto, espresse in un linguaggio diretto, referenziale, i temi proposti dagli organizzatori hanno ispirato composizioni più ambiziose, in cui si può riconoscere un tasso – spesso alto – di letterarietà: penso ai racconti (fra cui spicca la lunga favola dickensiana La pensione degli ospiti eterni) e penso soprattutto alle molte poesie e – novità di quest’anno – ad alcuni testi in forma di collages, in cui l’accostamento di parti scritte e di frammenti incollati sulla pagina potenzia la tendenza all’associazione sorprendente (di termini e concetti) insita nel linguaggio poetico e, insieme, crea suggestivi effetti di poesia visiva, di ‘carme figurato’. 

Affido la chiusura di questo mio intervento ad alcuni versi di In futuro i semi, che si segnalano per l’originalità e la pregnanza delle immagini che veicolano un messaggio che, per quel che conta, faccio anche mio: 

«In un futuro dove i fiori cercano riparo ancora prima di crescere,
dispersi in città che sono solo grigi corridoi metallici,
il rispetto è come una radice che cerca acqua sotto terra.
È nascosto, fragile, invisibile e impercettibile a quasi tutti, eppure continua a muoversi,
perché “cercare” non è di certo un punto di arrivo,
meglio,
è continuare a crescere.
[…]
E l’accoglienza… l’accoglienza è un nido costruito tra le rovine, fatto di fili fragili e resti di ciò che era, che aspetta ancora un uccello che forse non tornerà mai. Eppure il nido resta lì, aperto, pronto ad accogliere chiunque osi arrivare. Non importa quanto il mondo sia diventato duro, il nido rimane un gesto silenzioso di speranza.
[…]
Perché prendersi cura di sé o degli altri, in un deserto che non vuole fiori, è già un atto di resistenza.
[…]
La mano di un folle che lancia semi al vento:
non per liberare ciò che giace nella terra,
ma per nutrire il sogno di far fiorire il cielo». 

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