Il tatto affettivo
La cura tra le righe
Questo contributo fa parte di una rubrica. Il numero precedente è consultabile qui.
6 Aprile 2026 – Medical Humanities, Comunicazione, Neuroscienze, Ricerca, TestimonianzeTempo di lettura: 13 minuti
6 Aprile 2026
Medical Humanities, Comunicazione, Neuroscienze, Ricerca, Testimonianze
Tempo di lettura: 13 minuti
Mi racconta di sua madre in ospedale. Il letto, le lenzuola che voleva buttare via, come se quel tessuto addosso fosse diventato improvvisamente insopportabile, pesante, doloroso. Una scena le rimane ancora addosso: il medico che visita sua mamma, il contatto vissuto come un’invasione, e per contro quelle carezze lente sul braccio, l’unica cosa capace di calmarla davvero. Marta è una ricercatrice, è abituata a interrogare i dati, le evidenze.
Ma lì, davanti a quel corpo che stava per andarsene, capisce che c’è qualcosa di potentissimo nel tocco che non sa nominare fino in fondo.
Quasi nello stesso periodo sua figlia – da sempre “tattofila”, una bambina anelante coccole, abbracci, contatto – comincia ad allontanarsi dal corpo degli altri e anche dal proprio. L’anoressia non è solo rifiuto del cibo, ma spesso è anche rifiuto del tatto, della percezione corporea. È in quel periodo così straziante, impotente, che questa figlia e mamma inizia a cercare, a leggere, a scavare nella letteratura scientifica, finché si imbatte in alcuni articoli che descrivono proprio l’impatto del massaggio nelle pazienti anoressiche. All’inizio, da scienziata, pensa alla “scienza dell’abbraccio”, a qualcosa di vago, quasi new age. Poi scopre che dietro c’è molto di più: un intero campo di ricerca.
Questo mi dice Marta quando come prima domanda le chiedo perché ha sentito il bisogno di scrivere La pelle che pensa (Codice Edizioni, 2025).
Marta Paterlini è una neurobiologa e giornalista scientifica freelance. Attualmente è senior scientist presso il Karolinska Institutet di Stoccolma. Mentre mi parla, si riapre nella mia mente un libretto luminoso che ho letto di recente, La presenza pura di Christian Bobin. Bobin racconta l’esperienza vissuta con suo padre in una casa di cura, e lo fa con quel modo tutto suo di “abitare poeticamente il mondo”. Rileggo un passaggio che mi ha colpita: «A loro piace toccare le mani che qualcuno tende loro, tenerle a lungo nelle proprie mani, e stringerle. Linguaggio esente da errori». E ancora: «La verità è ciò che arde. La verità non è tanto nella parola ma negli occhi, nelle mani e nel silenzio. La verità sono occhi e mani che ardono in silenzio».
Non so se il tatto sia davvero un linguaggio senza fraintendimenti. Imparo solo oggi grazie a lei che per la scienza esiste un tatto affettivo, che si distingue da un tatto discriminativo. La scienza del tatto è una scienza giovane, nata da quindici, vent’anni.
Per decenni abbiamo studiato soprattutto quello che prende il nome di tatto discriminativo, mi spiega: sono i recettori che ci permettono di capire se una superficie è liscia o ruvida, che ci fa sentire le vibrazioni del cellulare in tasca, se un vestito è troppo stretto. Recettori che convivono sulla pelle con quelli del dolore, della temperatura, del prurito. Nulla di nuovo.
Intorno agli anni Duemila, studiando proprio i recettori del dolore, un gruppo di scienziati in Svezia fa una scoperta inattesa. Grazie a una tecnica raffinata, la microneurografia – un elettrodo infilato nella pelle per ascoltare le fibre nervose una a una – i ricercatori individuano una fibra particolare: la fibra C-tattile, o CT, che risponde solo a un certo tipo di carezza: lenta, a una temperatura vicina a quella della pelle, intorno ai 32 gradi. È la carezza piacevole, quella che non serve a esplorare il mondo ma a sentirsi al sicuro.
Marta capisce che è quello il tatto di cui le parlava sua madre, quello che sente sua figlia.
Solo nel 2021 David Julius e Ardem Patapoutian ricevono il premio Nobel per la scoperta dei canali recettoriali della temperatura e della meccanotrasduzione (TRPV1 e Piezo), scoperte che hanno aperto nuove piste per capire come segnali termici, nocicettivi e meccanici vengano trasformati in impulsi nervosi. Piezo2, in particolare, è fondamentale per il tocco leggero e per la propriocezione.
«Alla domanda su che cosa sia il tatto», mi racconta Marta, «lo stesso Patapoutian risponde che è ancora qualcosa di profondamente misterioso, e che ridurlo a un senso è sbagliato. Il tatto è molto di più. È la pelle come periferia del nostro cervello. È la somatosensazione. Sulla pelle non ci sono solo recettori per il contatto, ma anche per la propriocezione: la capacità di percepire il corpo nello spazio. Il nostro sesto senso».
Si parla addirittura di interocezione: la percezione dei segnali interni, come la fame o il bisogno di andare in bagno. «Gli stessi canali Piezo si trovano non solo sulla pelle, ma anche sugli organi interni». La comunità scientifica, mi racconta Marta, discute oggi su come interpretare pienamente la dimensione percettiva della pelle: oltre alla sua funzione di rilevatore del mondo esterno, potrebbe avere anche ruoli interocettivi e affettivi la cui natura è ancora oggetto di studio. Una ricercatrice italiana che lavora nel Regno Unito, Laura Crucianelli, studia proprio questa doppia dimensione della pelle: esterna e interna. La ricerca sul tatto affettivo è particolarmente attiva in Svezia e nel Regno Unito, mi spiega, con centri a Göteborg e Linköping. Da lì si sono formati scienziati che oggi lavorano in tutto il mondo. E ancora, a Marsiglia, un’altra ricercatrice sta tentando un progetto ambizioso: ricostruire la sensibilità affettiva della pelle nelle donne che hanno subito una mastectomia, ridando loro fibre CT e, con esse, una percezione piacevole.
Marta è molto interessata a che cosa succede quando la percezione del tatto, soprattutto quello affettivo, è alterata. Penso allo spettro autistico, dove spesso si vivono ipersensibilità e repulsione al contatto.
Mi racconta che alcuni studi suggeriscono che il primo “smistamento” dei segnali tattili avviene non nel cervello, ma nei gangli periferici e nel midollo spinale.
Già negli anni Ottanta Temple Grandin, una donna autistica, intuisce che la repulsione per il contatto le sta togliendo qualcosa di fondamentale. Inventa così la “macchina degli abbracci”, e poco a poco impara a percepire l’abbraccio come qualcosa di buono. Rimango affascinata dall’imparare che il tatto affettivo compare già in utero. Il feto, ricoperto dalla lanugine, immerso nel liquido amniotico, fa la sua prima esperienza di sé proprio attraverso uno sfregamento continuo, avvolgente. È una sensazione che continua alla nascita, nel contatto pelle a pelle con la madre – e con il padre. Il tatto affettivo diventa tatto nutritivo. Si chiude un cerchio che la scienza aveva iniziato ad aprire già negli anni Ottanta, quando nei reparti di neonatologia si cercava di capire come aiutare i bambini prematuri ad aumentare di peso. Un massaggio moderato – non troppo leggero, proprio quello che stimola le fibre CT – attiva il nervo vago, innesca una cascata di reazioni fisiologiche, aumenta i fattori di crescita e l’assorbimento gastrico. I bambini massaggiati crescono di più, tra il 20-50% in più rispetto a quelli non trattati; i risultati variano secondo protocollo e popolazione. La kangaroo mother care, oggi, è supportata da studi longitudinali che mostrano effetti fino all’età adulta: migliore risposta allo stress, riduzione del cortisolo, abbassamento del battito cardiaco.
Nei disturbi alimentari, alcuni studi mostrano che le pazienti anoressiche percepiscono il tatto affettivo come sgradevole. Eppure, in alcuni centri, il massaggio fa parte del percorso terapeutico, proprio per aiutare a ricostruire i confini del corpo, la percezione del sé.
In molti centri di cure palliative in Europa – continua Marta – accarezzare i pazienti è entrato nelle linee guida. Ripenso al padre di Bobin. Curare non significa solo guarire. Ci sono studi pilota negli hospice che mostrano come massaggi leggeri aumentino l’appetito negli anziani. Anche quando a farli sono infermieri o operatori sanitari, l’attivazione delle fibre CT ha un impatto misurabile.
Forse, mi dice Marta con una punta di speranza, la scienza del tatto affettivo ci porterà a ripensare le terapie: non solo farmaci che agiscono sul cervello, ma interventi che partono dalla periferia, dalla pelle.
Un cambio di paradigma che potrebbe essere cruciale anche per condizioni come depressione o deficit dell’attenzione, soprattutto nei bambini.
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