Il tempo che manca, il conto che torna
Appunti etici sulla fisioterapia contemporanea
19 Febbraio 2026 – Medical Humanities, Etica, RelazioneTempo di lettura: 11 minuti
19 Febbraio 2026
Medical Humanities, Etica, Relazione
Tempo di lettura: 11 minuti
In fisioterapia, come in molte altre discipline sanitarie, esiste una verità imbarazzante, tanto semplice quanto poco spendibile nei bilanci: il tempo cura.
Non il tempo cronometrato, non quello fatturabile a scaglioni da venti minuti, ma il tempo umano, quello che serve per ascoltare, capire, spiegare. Quello che permette a due persone, terapeuta e paziente, di costruire un linguaggio comune. Senza quel linguaggio, anche la miglior evidenza scientifica resta muta.
L’evidenza, quella vera, ci dice una cosa chiarissima: l’efficacia di un trattamento è direttamente proporzionale al grado di comprensione del paziente. Comprensione del problema, del percorso, dei limiti e delle possibilità.
Ma la comprensione non è un download istantaneo. Non avviene per osmosi tra un esercizio e un elettrodo. Richiede dialogo, continuità, relazione. Richiede tempo.
E qui nasce il cortocircuito. In questo cortocircuito non è in gioco soltanto una scelta organizzativa, ma un principio etico preciso. Secondo l’etica professionale, la deontologia, secondo il quadro normativo, ma soprattutto per rispetto, la cura dovrebbe fondarsi su due criteri indissociabili: efficacia ed economicità. E, non o. Non sono alternative tra cui optare a seconda delle convenienze del momento, né valori negoziabili. Sono obblighi simultanei. L’economicità non autorizza la rinuncia all’efficacia, così come l’efficacia non giustifica pratiche che ignorino l’uso responsabile delle risorse. Separarli, o peggio contrapporli, significa tradire il senso stesso della cura.
In Ticino, ma non solo, assistiamo alla proliferazione di megacentri di fisioterapia: strutture grandi, luminose, ben arredate, piene di macchinari luccicanti e promesse silenziose. Centri che devono essere mantenuti, riempiti, ammortizzati. E quando una struttura cresce, cresce anche la necessità di strategie per amplificare i fatturati. Le statistiche lo confermano senza troppi giri di parole: più il centro è grande, più la creatività economica entra in gioco.
Il paziente così viene accolto, registrato, indirizzato… e spesso posteggiato.
Posteggiato in palestra con un programma standardizzato o posteggiato davanti a una macchina che vibra, pulsa, stimola, magnetizza, promette. Posteggiato mentre il terapista, quello vero, quello con mani e cervello, è altrove, impegnato a “ottimizzare le risorse”.
Intanto, le sedute si assottigliano. Il tempo diventa una variabile scomoda. Le terapie manuali, lente, faticose e poco scalabili, cedono il passo ad apparecchiature di terapia fisica, elettrica, meccanica, magnetica e chi più ne ha più ne metta. Tecnologie dalla validità spesso opinabile, ma dalla grande versatilità commerciale. Curano tutto, o magari niente, ma permettono di trattare più pazienti contemporaneamente: un piccolo miracolo gestionale.
Il rigore scientifico, in questo scenario, sembra diventare relativo. Non scompare, no; si adatta. Si piega quel tanto che basta a giustificare strategie traballanti ma economicamente vantaggiose. La relazione terapeutica, che richiede tempo e presenza, viene descritta come un valore “aggiunto”, quando in realtà è il Valore. Tuttavia, è un valore sconveniente: non si moltiplica, non si accelera, non si delega a una macchina.
E così ci si ritrova in sale bellissime, piene di apparecchi moderni, dove il paziente rimane solo a chiedersi se “quel coso lì” farà davvero qualcosa per il suo problema. Gli schermi sono accesi, le lucine lampeggiano, eppure manca qualcuno che spieghi, che ascolti, che colleghi i sintomi alla storia di quella persona.
I pochi momenti trascorsi con il terapista diventano frammentari. Spesso il terapista è sempre diverso, non per cattiva volontà, ma per semplice necessità organizzativa: evitare buchi in agenda, coprire turni, massimizzare l’efficienza. Il risultato è che nessuno conosce davvero il decorso, e il paziente si ritrova a raccontare ogni volta la stessa storia, come se fosse la prima pagina di un libro che nessuno ha mai voglia di leggere fino in fondo.
Il palleggio del paziente tra più terapisti, presentato come una necessità organizzativa, è in realtà lontanissimo da qualsiasi idea credibile di etica professionale. Non tutela la continuità della cura, non migliora l’efficacia del trattamento e non risponde a un interesse terapeutico reale. È difficilmente giustificabile sul piano clinico e lo è ancor meno su quello deontologico. Trova una spiegazione coerente solo in una logica: il desiderio di evitare vuoti nelle agende e di massimizzare i guadagni, anche quando questo avviene a scapito della qualità della cura.
Eppure, per un paziente la scelta di uno studio di fisioterapia dovrebbe essere, almeno idealmente, razionale.
Cerchiamo mani che lavorano e visi che relazionano. Se troviamo più elettrodi che mani, e più schermi che facce, forse vale la pena fermarsi un attimo e fare un piccolo approfondimento, perché non può esistere qualità delle cure senza relazione.
La fisioterapia ci pone, come terapisti, in una posizione privilegiata. Abbiamo la possibilità di entrare in empatia con il paziente, tocchiamo il suo corpo, ascoltiamo il suo dolore, spesso molto prima che qualcuno gli abbia dato parole sensate per descriverlo.
Possiamo capire le origini dei sintomi, non solo biomeccaniche ma anche emotive, contestuali, esistenziali. Possiamo interpretare i meccanismi del dolore perché conosciamo la persona che lo prova. Questo privilegio comporta però una responsabilità: la fiducia. Essa non è uno slogan da brochure. È una costruzione lenta, fragile, fatta di coerenza e presenza. E no, non si costruisce in venti minuti.
In medicina, e ancor più in riabilitazione, la fretta è compatibile solo con l’urgenza. In tutti gli altri casi è quasi sempre sinonimo di superficialità. Superficialità clinica, relazionale, etica.
Forse è tempo di dirlo chiaramente, anche a costo di sembrare nostalgici o controcorrente:
la fisioterapia non è una catena di montaggio. Non è un parco macchine. Non è un algoritmo di esercizi replicabili all’infinito. È un incontro. E come tutti gli incontri che contano davvero, ha bisogno di tempo.
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Una risposta a “Il tempo che manca, il conto che torna”
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Complimenti vivissimi all’articolista Simone Gianella. Ha centrato il problema che mi coinvolge da mesi con un familiare che soffre, curato all’interno di un sistema sanitario che non sa più mettere al centro la persona bensì il denaro, l’efficienza finanziaria, una distribuzione spezzettata dei compiti tra un indescrivibile numero di persone …”curanti” dove tutti e nessuno è responsabile. Il paziente è completamente disorientato, incapace di conoscere chi è responsabile del suo caso…
Diffondete l’articolo oltre la rivista specializzata. Potrà far riflettere tutti: dal personale di cura ai politici, a tutti i cittadini che si trovano anno dopo anno confrontati con premi di cassa malati divenuti insopportabili!
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