Il viso che resiste fra le rovine

Il becco del pellicano

Emmanuel Lévinas e la compassione post-empatica dei curanti verso una persona che vive nel degrado

In Lévinas, il volto dell’Altro non è un oggetto da contemplare né un segnale da decodificare perché, nel suo apparire, non chiede di essere spiegato ma di essere riconosciuto come eccedenza, come vulnerabilità che comanda: “tu non ucciderai”. Questo imperativo non è la conclusione di un ragionamento, è l’inizio stesso dell’etica e viene prima di ogni sapere. La responsabilità nasce allora come esposizione asimmetrica: io rispondo dell’Altro oltre ogni misura di reciprocità, mi scopro debitore prima di decidere se concedere o negare.

In medicina questa asimmetria suona familiare perché l’asimmetria pratica tra curante e paziente è strutturale ma, tuttavia, esporsi al posto dell’Altro non significa appropriarsi della sua decisione – e farsi carico della sua ferita non autorizza a sostituirgli la volontà, nemmeno quando lo si fa “per il suo bene”.

L’ospitalità etica non è l’architettura totale del bene del paziente: è il ritiro, sempre faticoso, del nostro desiderio di padroneggiare.

Quando la sofferenza e la precarietà diventano il pane quotidiano, l’empatia affettiva può logorarsi. Si può chiamare “compassione post-empatica” quella benevolenza corretta che sopravvive alla risonanza emotiva pur restando dinamica. In questa postura la cura tende a coniugarsi con la correzione dell’agire per e allora ne deriva soltanto una forma mite di paternalismo: non protezione a ogni costo, ma custodia che non appropri, vicinanza che non soffochi.

In questo senso, l’etica della relazione, se diventa gestione del destino, perde il suo tratto originario e scivola nella verticalità del potere. La figura del “Terzo” di Lévinas (la giustizia, le regole, i diritti, la deliberazione pubblica) entra a temperare la chiamata del viso. In medicina, il “Terzo” sono le procedure del consenso, la valutazione della capacità di discernimento, il principio di proporzionalità, ma anche i familiari, i vicini, la comunità. La compassione post-empatica, se non trova questo contrappeso, tende a sostituire alla giustificazione la nobiltà dell’intento, e così apre un varco al paternalismo. Tutto questo si fa concreto quando l’Altro che ci guarda è una persona con la Sindrome di Diogene. Qui il viso non è quello idealmente pulito delle nostre rappresentazioni morali. È un volto segnato dall’auto-abbandono, circondato da rovine domestiche, sovrastato da accumuli, odori, sporcizia, infestazioni, isolamento. La sindrome, con il suo corredo di rifiuto dell’aiuto, vergogna e rivendicazione di autonomia, mette alla prova la nostra capacità di sostenere l’alterità proprio dove la nostra sensibilità estetica, igienica e sociale soffre di più.

È il caso paradigmatico in cui la compassione post-empatica tende a farsi volontà di pulizia morale e materiale: “non posso lasciarti così, occorre intervenire”. In tal caso, il rischio è quello di trasformare la propria responsabilità in amministrazione della vita altrui, ma l’abbandono è un rischio per sé e per gli altri: se non facciamo nulla, tradiremmo la giustizia, ma se facciamo “tutto”, tradiremmo l’ospitalità. La posta in gioco è mantenere aperto lo spazio stretto in cui responsabilità e giustizia non si annullano a vicenda.

L’atteggiamento, non il protocollo, è la prima terapia.

Si sospende il giudizio morale sul disordine, si separa nettamente la persona dalle condizioni, si domanda che cosa il paziente teme di perdere con l’aiuto. Per qualcuno è il controllo, per qualcun altro è la memoria sedimentata negli oggetti, per altri ancora è il diritto a non essere “normalizzato”. La valutazione della capacità decisionale è un passaggio obbligato che va fatto in modo decision-specific e time-specific, legando la capacità alla comprensione dei rischi e dei benefici concreti delle singole azioni proposte: permettere l’accesso del personale, smaltire un certo numero di oggetti, trattare un’infestazione, spostarsi temporaneamente. Questo lavoro richiede spesso più incontri e, soprattutto, la costruzione lenta di una fiducia attraverso l’ospitalità etica, che accetta il tempo come condizione della cura cercando una riduzione del danno.

C’è poi la cura del curante. La Sindrome di Diogene mette a dura prova sensibilità e identità professionale. Il disgusto, la frustrazione, il senso di inefficacia, la vergogna di “non avercela fatta” alimentano proprio quella “compassione post-empatica” che ci fa stringere i denti e accelerare. Senza una cultura di squadra che legittimi l’ambivalenza, senza supervisione, il singolo clinico diventa prevedibilmente paternalista anche quando ha letto Lévinas. Il tema della dignità, in questi scenari, si carica di significati opposti. Per alcuni la dignità esige ordine, pulizia, decoro; per altri è la possibilità di abitare il proprio caos. L’errore è trasformare la dignità in arma semantica a favore dei nostri progetti. Lévinas ci sottrae a questa tentazione ricordandoci che la dignità è il nome fenomenologico del viso; non è una qualità estetica, è l’irriducibilità di qualcuno che ci guarda. Per questo la bonifica fatta “sulla” persona, contro la sua voce, anche quando produce igiene, può produrre umiliazione, ma anche la rinuncia a intervenire per paura di ferire può essere un torto speculare perché si lascia l’Altro in un pericolo serio in nome della sua libertà nominale. Tra questi due abusi si snoda l’arte difficile della cura: trovare il punto in cui l’intrusione minima necessaria non diventi colonizzazione. Il “Terzo” ritorna con i vicini, il condominio, l’ordine pubblico.

L’Altro non è solo. Il medico è chiamato a spiegare che la casa di uno è anche l’aria di molti, che la libertà finisce sulla soglia dell’altrui incolumità.

Se la casa non può essere resa sicura in tempi ragionevoli, si offre un’alternativa temporanea; se l’alternativa non è accettata, si mostra che cosa accadrà, quando e perché. La trasparenza è il solo antidoto etico alla forza. E la forza, quando davvero inevitabile, va praticata come eccezione, rendicontata, rimediata con gesti di restituzione non appena possibile. Nel tempo lungo, molti pazienti con Sindrome di Diogene accettano solo “aiuti parziali”, ma non è una sconfitta; è la forma concreta, imperfetta, in cui l’ospitalità resiste dentro la giustizia: sovente un’etica dei piccoli passi, una certa “etica del quotidiano”, apparentemente modesta, spesso salva più vite del grande progetto benintenzionato. La compassione che si lascia attraversare dall’empatia e temperare dalla giustizia diventa così pratica e può diventare dinamica e generosamente proattiva nell’ascolto lento, nei linguaggi umili, nei patti minimi, nella riduzione del danno, nella trasparenza dell’eccezione e nella cura dei curanti.

Se l’etica serve alla clinica è perché impedisce alla forza del bene di dimenticare il volto che ha di fronte:

il compito del medico è saper trasformare questa prova in una pratica, proteggendo senza espropriare, accompagnando senza imporre e parlando a viso aperto lasciando spazio anche al/alla paziente. Solo così la “responsabilità asimmetrica” non si piega in dominio e la compassione non diventa il nome educato del potere.

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