Infermiere in casa anziani

Infermiere di serie B? 

Nell’immaginario collettivo di chi opera nel settore sanitario si è diffusa in passato la falsa credenza che un percorso professionale in una casa per anziani fosse una scelta di secondo piano rispetto all’attività in un ospedale acuto. Tuttavia, operare a stretto contatto con gli anziani pone stimoli e richiede capacità molto peculiari: da una parte, ad esempio, vi è la sfida di gestire persone che sono alla fine della vita, con tutte le complessità pratiche e psicologiche che questo comporta; dall’altra, la relazione curante-curato è molto più complessa e profonda, dal momento che il residente – per definizione – passa un tempo molto più lungo nella struttura rispetto ad una struttura acuta. 

Spesso e volentieri, quando ci si riferisce alla professione infermieristica, si ha la tentazione di voler classificare gli infermieri utilizzando le categorie sportive, distinguendo, quindi, quelli di serie A da quelli di serie B. Questa affermazione sottintende, pertanto, che vi siano settori più o meno importanti e quindi che i professionisti che vi lavorano siano più o meno preparati. 

Prima di entrare nel merito dell’argomento e comprendere dunque se tale distinzione ha ancora – se mai ne avesse avuto – senso, credo sia indispensabile fornire alcuni dati demografici che caratterizzeranno il prossimo futuro e che, quindi, avranno un forte impatto sul fabbisogno quantitativo e qualitativo di personale curante. 

Gli studi dimostrano chiaramente che vi è, e vi sarà, un incremento sensibile della terza e della quarta età; assisteremo quindi al fenomeno dell’aumento della speranza di vita in buona salute, ma anche di un crescente numero di persone che vivono la propria quotidianità con una malattia cronica, con polipatologie, e con malattie dementigene. Se ci rapportiamo alle realtà ticinese, i dati statistici dimostrano palesemente che, tra il 2018 e il 2030, di fronte ad un incremento della popolazione globale del 6%, ci sarà un aumento del 31% nella fascia degli ultra 65enni, del 23% nella fascia 65-79 anni, e del 50 % nella fascia degli ultra 80enni (dati USTAT). Il nostro Cantone presenta il tasso più elevato rispetto alla media nazionale.   

Queste persone si vedranno, quindi, costrette ad interagire costantemente con il sistema sanitario e, parte di queste, necessiteranno di strutture di lunga degenza. I sistemi sanitari e la medicina sono e saranno dunque confrontati con un’importante nuova prospettiva, con un modello di domanda-offerta in continua evoluzione, con un cambiamento nella gestione degli assistiti all’interno delle strutture sanitarie e socio-sanitarie e, di conseguenza, con un nuovo fabbisogno di personale curante con competenze tecniche, relazionali, e interdisciplinari; caratteristiche non in antitesi, ma complementari.  

Storicamente, il mondo della cura ha sempre convissuto con il binomio tra il modello clinico e quello assistenziale; il primo in capo al medico e il secondo all’infermiere. L’invecchiamento della popolazione, la sempre maggiore complessità e fragilità dei pazienti, presuppone che la risposta a questi nuovi bisogni non si possa limitare unicamente ad un unico professionista che lavora con il modello detto a silos, ovvero caratterizzato da un’autonomia gestionale, ma va affrontata con una tipologia di presa in carico, più che multidisciplinare, interdisciplinare.  

Nel vasto mondo sociosanitario è indubbio che vi siano discipline, anche infermieristiche, più orientate verso la tecnica (citiamo ad esempio la terapia intensiva, le sale operatorie, i servizi di primo intervento), e altre dove si sviluppa maggiormente la relazione con il paziente/utente/residente. La realtà odierna e l’esperienza, per contro, ci dimostrano che anche nei contesti di cronicità, quali ad esempio la geriatria di lungo-degenza, dove si è sempre ritenuto che la relazione fosse il bisogno prevalente, sempre più spesso assistiamo a una richiesta di competenze più tecniche. Lo stesso ragionamento vale per le realtà professionali maggiormente tecniche, dove anche la relazione assume un valore rilevante. La soluzione consiste nel trovare il giusto equilibrio tra le due competenze, senza per questo classificarle per importanza, e categorizzando chi vi lavora. 

Quando ci riferiamo al mondo delle case per anziani, l’enorme sfida che si vive quotidianamente è quella di conciliare il proprio ruolo in un luogo dove la cura deve evidentemente essere presente, con l’aspettativa e l’obiettivo di essere in contemporanea anche luogo di vita. È palese che, in questo contesto, la relazione con il residente riveste un’importanza fondamentale. Tale relazione, che potremmo definire a volte in termine semplicistico tra curante e curato, è ancor più complessa e profonda nella misura in cui la durata di degenza è sicuramente maggiore di quella di una struttura acuta. Inoltre, questa dinamica si complica e si arricchisce ulteriormente anche della relazione con il familiare e/o la persona di riferimento del residente.  

Un’altra prerogativa che caratterizza l’attività di chi presta la propria opera a stretto contatto con gli anziani è senza dubbio la gestione di persone che si trovano nella fase finale del proprio ciclo di vita. Il potenziamento dei servizi di assistenza e cura a domicilio ha permesso alle persone anziane di poter rimanere più a lungo presso il proprio domicilio, posticipando quindi l’entrata in un istituto, quando le risorse personali e familiari sono completamente esaurite. Se, da un lato, questa realtà è una grossa conquista sociale, d’altro canto la complessità clinica e la fragilità del nuovo residente sono sempre più evidenti quando avviene l’ingresso nelle strutture.  

Un altro aspetto che differenzia l’attività nelle case per anziani rispetto ad altre strutture socio-sanitarie è la questione relativa alla presenza della figura medica. Se in ambito ospedaliero tale figura è costantemente presente e funge, quindi, quale supporto e confronto con il ruolo infermieristico – anche in un’ottica di approccio sistemico – nelle case per anziani tale figura non opera all’interno dell’istituto, in quanto ogni residente si riferisce al proprio medico di famiglia. Il personale infermieristico si deve quindi confrontare con numerosi medici, con approcci di cura e visioni diverse, e spesso la reperibilità del medico non è immediata. 

L’analisi della letteratura ha ampiamente dimostrato il ruolo chiave dell’infermiere nella continuità delle cure. L’infermiere, adeguatamente formato e specializzato, risulta essere il vero fulcro nei processi di continuità per l’utenza e per la sua famiglia, sostenendoli nelle decisioni, nei rapporti con la rete, e favorendo l’accesso alle molteplici strutture sociosanitarie. La relazione più continuativa ed intima che costruisce con l’utente favorisce l’alleanza terapeutica di quest’ultimo, permette di valutare costantemente eventuali alterazioni cognitive, nonché riconosce nuovi bisogni aggiuntivi a quelli medici e di altre categorie professionali quali, ad esempio, l’assistente sociale, il neuro-psicologo, ecc.  

Quando poi decliniamo queste funzioni infermieristiche nel contesto geriatrico, e in particolare in quello di lungo degenza, ecco che l’infermiere nell’ultimo decennio ha vissuto un rilevante processo di professionalizzazione nella gestione del residente anziano. In particolar modo ricoprendo un ruolo significativo negli ambiti di gestione della fragilità e della complessità dell’anziano, nella presa in carico globale, nella promozione dell’auto-cura, nel supporto alla rete parentale e nel mantenimento della continuità assistenziale. 

Nelle cure di lunga durata la missione dell’infermiere è dunque quella di prendersi cura della persona anziana secondo un approccio olistico, considerando le relazioni sociali e il contesto ambientale, nel rispetto della volontà e della dignità dell’assistito. In quest’ottica la comunicazione, l’interazione e la relazione con il paziente/residente risultano fondamentali e sono parte indispensabile del processo di cura. L’ascolto del paziente/residente, infatti, non solamente permette l’interpretazione dei suoi bisogni assistenziali, ma consente anche la cura dell’aspetto sociale e psicologico della malattia.  

Per raggiungere l’ambizioso obiettivo di soddisfare le esigenze di questa fascia sempre più ampia di popolazione, è fondamentale disporre di vaste conoscenze sull’invecchiamento e sui problemi che l’anziano si trova ad affrontare. Pertanto, la professione infermieristica sarà protagonista di un nuovo modello di assistenza basato sulla presa in carico globale e di promozione e prevenzione attiva dell’invecchiamento.   

Alla luce di tutte queste considerazioni, l’eterno dilemma dell’infermiere di serie A e quello di serie B è parte di un retaggio storico assolutamente senza senso e anacronistico. La realtà alla quale assistiamo è quella di una professione infermieristica che vuole e deve racchiudere tutta una serie di competenze, da quelle tecniche a quelle relazionali, sapendole declinare non a dipendenza del settore nel quale ci si trova ad operare, ma piuttosto all’utente al quale ci si trova di fronte; essendo perfettamente coscienti che sempre più sovente si tratta di un paziente anziano.    

Un pensiero su “Infermiere in casa anziani

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