La chiusura e la morte

L’importanza del rito 

Questo contributo fa parte di una serie. Il primo articolo è consultabile qui, il secondo qui. 

Mi sono sempre piaciuti i funerali.

Forse è strano dirlo, ma non li trovo affatto tristi, o meglio: per me un funerale non è un fatto triste di per sé. È triste perché incornicia un fatto, quello sì spiacevole, ovvero la morte di una persona cara. Oltre al fatto della morte, dicevo, non lo trovo triste. Al funerale ci si ritrova con chi rimane, si è partecipi di un dolore comune, di un affetto condiviso. Il funerale è anche, quindi, un momento di condivisione, di comunità. 

A me questo piace dei funerali. Se ripenso ai funerali a cui ho partecipato, quello che rimane sono ricordi felici, momenti di risate: gaffe ai discorsi, ritardi, incomprensioni, scherzi e storie («ti ricordi quando…»). Tutti momenti che, forse più della morte stessa, ci ricordano la nostra umanità fallibile e condivisa. 

 

Il funerale è un doppio rito di chiusura. 

È rito di chiusura in quanto ultimo rito di passaggio. Il funerale è una funzione che porta a compimento l’ultimo ciclo della vita di una persona. Per molti è forse l’unico momento rituale a cui partecipano, come i preti non esitano mai a ricordarci («Vedo molti di voi solo ai matrimoni e ai funerali»). Ci sono infatti altri riti di passaggio nella nostra vita: la nascita, il compimento della maggiore età, il matrimonio, per chi lo vuole. Ogni religione ha i suoi, come i sette sacramenti del cattolicesimo o il Bar Mitzvah ebraico. 

Il funerale è un doppio rito di chiusura perché vive all’interno di una comunità, e la comunità è, per definizione, finita, chiusa. Quando vi è un lutto leggiamo spesso: «La cittadinanza tutta si stringe intorno al dolore dei familiari». Il funerale, il lutto, è un momento di condivisione, sì, ma soprattutto di vicinanza: un momento in cui abbiamo bisogno di sentire gli altri, di unirci, di stringerci, di chiuderci appunto. 

Negli scorsi episodi si è detto che la morte è un fatto sociale, nel senso che interpella la comunità nel suo insieme e non solo il singolo soggetto che muore. La morte, vista in quella prospettiva, apre a nuove interpretazioni e comprensioni. Qui, infine, si tratta di chiudere il cerchio e di affrontare la domanda che ne costituisce il cuore: cosa significa comunità? 

 

La comunità tra paura e reciprocità 

Comunità deriva dal latino communitas, a sua volta composto dal prefisso cum- (insieme) e dal sostantivo munus (obbligo, dovere, dono).

La comunità è dunque, nel suo significato originario, una rete di obblighi condivisi, una serie di doni reciproci, dove ognuno è al tempo stesso debitore e creditore.

La nascita della comunità è ossessione per Hobbes che per spiegarne l’origine parte dall’individuo e dalle sue motivazioni più profonde. Nello stato di natura, l’uomo è mosso dalla volontà di sopravvivenza, dalla paura della morte. In tale stato, egli può uccidere l’altro pur di non essere ucciso. La comunità nasce come sospensione di questo stato, e il diritto di uccidere viene delegato al Leviatano per permettere la convivenza tra gli individui. 

La paura della morte spinge gli uomini a vivere insieme: è la nascita dell’individualismo e del razionalismo. È una forma di comunità contrattuale e negativa, fondata sulla paura più che sull’amore: un’alleanza di autoconservazione, non di riconoscimento. Una comunità che esiste per evitare il male, non per condividere il bene. 

Dalla parte opposta della barricata troviamo Rousseau, che vede invece l’uomo come essere naturalmente sociale. La comunità, riprendendo lo zoon politikon di Aristotele, è un elemento costitutivo e inestricabile dell’essere umano.

Siamo in quanto appartenenti a una rete di relazioni.

Queste relazioni, al tempo stesso, limitano ed espandono la libertà individuale, come sottolinea anche Hegel che integra dialettica e libertà: la libertà è sociale poiché reciproca, come due amanti che sanno ciò che l’altro desidera e agiscono liberamente per raggiungere il fine comune. Nel XX secolo Amartya Sen espande e collega libertà e individuo: la libertà non è mai solo capacità di scegliere, ma possibilità effettiva di essere e di fare in un contesto che lo rende possibile. È la comunità, con le sue istituzioni e i suoi legami, a dare forma a queste capacità, ciò che Sen chiama capabilities. 

La morte è la sublimazione di queste due nature umane. La morte è la forma estrema dell’isolamento che la comunità tenta di riassorbire. Il diritto a morire con dignità, di accompagnare chi muore, di stringersi intorno a chi rimane, sono tutte capacità collettive, non atti isolati, dove la comunità è essenziale. 

 

Il limite e il ruolo del rito 

Ma dove si pone il limite? O, meglio, come si pone il limite della comunità? Non possiamo pretendere di avere un’infinita serie di relazioni di dono reciproco. Una coppia di amanti è tale solo se composta da due; una famiglia, comunque la si definisca, ha anch’essa un numero finito di persone; ogni comune ha un numero finito di abitanti. 

Qui torna il rito. Ogni comunità si definisce anche in ragione dei riti e delle usanze che condivide, delle storie che ha costruito e che ripete, raccontandole e attuandole. Una coppia ha il suo ristorante preferito, una famiglia i suoi ritmi giornalieri, un comune una rete di diritti e doveri che accomunano i cittadini. 

La chiusura di una comunità non deve però essere estrema. Una sana chiusura permette anzi un’apertura e un’accoglienza migliori, come ci testimonia il ruolo dell’ospitalità verso lo straniero, carattere fondamentale di molte culture tradizionali (ospite e ostile hanno la stessa radice). 

Per tornare all’argomentazione iniziale, la morte come fatto sociale porta alla centralità della comunità. È questa anche la linea di pensiero di Byung-Chul Han che descrive la morte come un rito. I riti di passaggio, scrive, «strutturano la vita come le stagioni. Chi varca una soglia conclude una fase della vita ed entra in una nuova. Le soglie, come passaggi, ritmano, articolano e raccontano lo spazio e il tempo, rendendo possibile una profonda esperienza dell’ordine». Secondo il filosofo,

la società contemporanea, sempre più aperta, individualista e orientata alla crescita infinita, ha perso la capacità di relazionarsi coi riti collettivi e, soprattutto, di accettare la chiusura e la finitudine delle cose e, conseguentemente, la morte come fatto inevitabile.

 

Cosa ci dice questa riflessione per la comunità di cura 

Per la comunità di cura, la posizione di Byung-Chul Han rappresenta un invito a restituire forma e senso alla fine. La medicina contemporanea, come la società che la ospita, tende a prolungare indefinitamente, a tenere aperto ciò che naturalmente si chiude. In questo orizzonte la morte diventa una sconfitta da evitare, non un passaggio da accompagnare. Ma, come osserva Han, la mancanza di riti di chiusura non elimina la fine, la rende solo invisibile, non elaborabile, e priva la comunità della possibilità di trasformare la perdita in significato. 

Per la comunità di cura, il rito non deve essere nostalgia del passato, ma strumento simbolico per dare forma al limite.

Ritualizzare la fine, con gesti, parole, silenzi condivisi, non deve servire solo a onorare chi muore, ma a sostenere chi resta, riproducendo il senso di comunità. È ciò che consente al gruppo di “mettere un punto”, di riordinare il tempo dell’esperienza, di ritrovarsi. 

Qui si innesta anche la prospettiva di Amartya Sen: la morte, inutile per l’individuo, può essere utile per la comunità nella misura in cui le restituisce la capacità di agire e di dare senso. Una comunità che sa accompagnare la fine, che accetta di vivere anche il limite come parte del suo compito, amplia le proprie capabilities: la capacità di ascoltare, di sostenere, di condividere la vulnerabilità. 

Possiamo chiudere il cerchio e tornare all’esempio virtuoso di Socrate. La sua morte è un atto pubblico, condiviso con i discepoli, quasi un rito di accompagnamento: un momento in cui la parola diventa cura e la comunità si fa testimone del passaggio. La morte di Socrate ci ricorda che la dignità della cura non sta nel vincere la morte, ma nel restare presenti fino all’ultimo istante, dando forma al finire, insieme. 

Forse, in fondo, mi piacciono i funerali perché mi ricordano che siamo ancora vivi insieme. 

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