La danza della nostalgia

Un racconto dall’Accademia per le Medical Humanities 

Alla fine di ogni Accademia si richiede alle partecipanti e ai partecipanti di elaborare un testo libero su un tema a scelta, sulla base delle riflessioni sviluppate nel percorso. Non ci sono regole “accademiche” da seguire, solo una, esistenzialista: scrivere su qualcosa che si sente nella mente e nel cuore, che possa essere un gesto di cura. Nel tag “Accademia” condividiamo alcuni di questi elaborati sviluppati nelle nostre Accademie. 

In un piccolo villaggio nascosto tra le malinconiche e sinuose colline, dove l’aria stessa sembrava intessuta di nostalgia e i suoni del vento si mescolavano con il sussurro dei ricordi, viveva un uomo anziano di nome Luca. La sua vita, un tempo intrecciata con quella della sua amata Giulia, ora lasciava dietro di sé un’eco lontana, un’ombra di un passato che sembrava sbiadire con il trascorrere del tempo. Le notti scivolavano via come ombre sfuggenti, mentre Luca si ritrovava ad affrontare il silenzio che permeava tutta la sua casa, un silenzio che pareva un’improvvisa tempesta nel cuore di un vecchio albero. 

«Ho dormito di fianco al tuo respiro migliaia di notti ed ora non ci sei, sono vuoti i miei sogni. Molti i sogni che abbiamo realizzato, ma ve ne sono ancora miriadi da essere sognati. Ogni notte è come cercarti in un labirinto, corrervi dentro, al buio, e non sentire più il tuo respiro; che era tranquillità, era a casa. Ogni notte è come se il buio e l’angoscia avessero il sopravvento, mi schiacciassero. Il dolore lancinante. Eravamo due mondi che col tempo ne avevano creato uno nuovo e, come nell’equazione di Dirac, adesso il nostro mondo è uno ed è qui, anche se tu non ci sei. Sogno di sognarti, sogno di abbracciarti, toccarti. Ho dormito col tuo respiro addosso ogni notte. Non vi è più riposo per me, non vi è sogno né speranza. Come foglie d’autunno, anche io cado al suolo e aspetto che la mia ora sia lieve e che mi avvicini a te, di nuovo, per sempre». 

Ogni stanza era impregnata del profumo della sua presenza, un’essenza che persisteva nonostante la sua assenza fisica, riportando Luca ad un tempo in cui la felicità sembrava una compagna costante, non una fugace illusione. Le pareti intorno a lui erano come pagine di un libro, che narravano la storia di un amore intenso e di una vita trascorsa insieme. Le vecchie fotografie sul comodino raccontavano di sorrisi congelati nel tempo, mentre gli oggetti sparsi per la casa erano testimonianze mute di una routine che ora sembrava lontana anni luce. Le giornate di Luca scorrevano lente come l’acqua di un ruscello pigro, mentre si perdeva nei ricordi degli anni passati insieme. Le passeggiate mano nella mano lungo i sentieri circondati da alberi rigogliosi e il profumo del pane appena sfornato che invadeva la cucina, erano frammenti preziosi di un passato che si faceva sempre più sfumato ma che bruciava vivido nel suo cuore. Era nei colori caldi dell’autunno che vedeva riflessi i momenti più dolci della loro vita insieme. Le foglie cadute sembravano dipingere il loro amore sul terreno, un ricordo vivido di una stagione ormai lontana. Era in quei momenti di silenzio che le parole della lettera, che Giulia aveva scritto per lui molti anni prima, giocavano tra le pareti della sua mente come in un incantesimo che lo avvolgeva e lo cullava nel loro amore eterno. Parole che si mescolavano con il vento che sibilava tra gli alberi, portando con sé l’eco della voce dolce gentile che lo chiamava per nome. 

«Dolce amore mio, questi pochi anni passati insieme hanno dato finalmente un senso alla mia vita. I giorni prima grigi e dettati dalle regole della mente, dal dovere, finalmente si sono colorati del nostro amore, della meraviglia di scoprire le sorprese che ogni giorno insieme ci riserverà. Abbiamo solo vent’anni, ma so per certo che la profondità del legame che mi stringe a te è speciale, gioioso, forte come radici nella terra. Se penso al nostro futuro lo vedo splendere dei colori accesi del sole, dei sorrisi a crepapelle e della speranza che sia con te, per sempre. Se da ragazza avevo paura di quelle parole, per sempre, adesso lo auspico, un per sempre insieme. So che ci saranno anche temporali nella nostra vita ma nonostante tutto ci ritroveremo mano nella mano a superarli. Sei tutto ciò che ho sempre sognato e ciò che vorrò per la vita da qui alla fine. Ti amo con tutto il mio cuore. Giulia». 

Il tempo spingeva altri giorni, spingeva ore e settimane. Le rughe dure sul volto di Luca pian piano iniziavano ad ammorbidirsi. Erano stati i figli a fargli conoscere Omar, uno psicologo della zona. Era passato un anno nel quale si era chiuso, aveva evitato tutti. Un lungo anno nel quale Luca aveva dovuto ricostruire la sua vita da solo, comprendere come rimettere insieme i pezzi della sua mente e del suo cuore esplosi in mille frammenti sparsi tra le pagine dei ricordi della vita. Iniziò contro la sua volontà le sedute con Omar, uno psicologo, al quale non poté sottrarsi; fu obbligato dai figli: «papà, ormai non ti riconosciamo più: non sorridi, non ci chiami, sei depresso, così ti lascerai morire. Devi uscire da questo lutto. O iniziamo insieme, magari con l’aiuto di un esperto, o crediamo sia necessario ricoverarti».  

Fu uno scossone per Luca, che distratto dal suo dolore non si accorse di essere rimasto in sospeso per tutto quel tempo; dalla sua vita, dai suoi figli, dal mondo. Con Omar, Luca esplorò la profondità del suo dolore e la dolcezza dei suoi ricordi passati, riuscì finalmente a tirare fuori il dolore e la disperazione che chiusi in lui avevano dipinto tutto di nero e grigio. Un giorno, dopo qualche mese di incontri e dopo i primi fuggevoli sorrisi, Omar gli chiese: «pensi che Giulia sarebbe felice di vederti così? Senza passioni? Senza obiettivi? Senza speranze? Io penso che anche adesso vorrebbe vederti felice e con la passione che ti ha sempre caratterizzato. Incanala la tua forza, le tue energie in qualcosa che potresti amare e che sarebbe piaciuto ad entrambi». 

Quelle domande, insieme alle riflessioni fatte insieme quel giorno, fecero scattare un clic, diedero vita a quel cambiamento che sarebbe dovuto avvenire per trovare un po’ di serenità, nonostante tutto. Omar concluse la seduta con un compito ben preciso: «pensaci e se decidi che ne vale la pena, osservati intorno e cogli ciò che ti dà gioia, speranza, voglia di futuro e lì inizia lavorare, a creare. Te lo meriti. Ci vediamo la prossima settimana».  

Fu per Luca una settimana diversa, era come se una ghianda fosse caduta sulla sua testa dalla sommità dell’albero a tutta forza, un colpo intenso. Quello che sentiva era nuovamente la voglia di fare qualcosa per sé, per Giulia, qualcosa che la rendesse felice, fiera di lui. Pensò per qualche giorno alle cose che Giulia amava, alle sue passioni, poi, come ogni giorno, anche quella sera volse lo sguardo verso la foto sul comodino, come per augurarle buona notte, prima di spegnere la luce. Era lì che lo guardava sorridente, immersa nella luce, teneva tra le mani le sue bellissime rose, il fiore che più amava. Fu facile capire in quel momento a cosa si sarebbe dedicato.  

Con il passare dei giorni Luca trovò conforto nell’abbraccio della natura circostante. Iniziò a coltivare un piccolo giardino sul retro della casa, dove le rose sbocciavano come frammenti di speranza in un mare di desolazione. Ogni fiore raccontava una storia d’amore e rinascita, portando con sé la promessa di una nuova primavera, di un nuovo inizio che avrebbe reso omaggio al legame che lui e Giulia avevano condiviso per così tanti anni. Con passione e dedizione, Luca si immerse nello studio delle rose, diventando un esperto nel loro mondo complesso e delicato. Attraverso anni di cura amorevole, sviluppò una nuova varietà di rose dalla tonalità soffusa e dai profumi avvolgenti che chiamò la ballerina, come gli piaceva chiamare amorevolmente Giulia. 

Tra le sue mani nodose, le rose prendevano vita, cullate dalla sua attenzione amorevole. Ogni petalo era un ricordo intessuto con il filo dorato dei loro giorni insieme e ogni fiore che sbocciava sembrava portare con sé una parte della sua anima che apparteneva a Giulia. In quel giardino, dove il tempo sembrava fermarsi, il dolore si trasformava in dolce malinconia. Luca trovò un rifugio per la sua anima stanca, un luogo in cui la presenza di Giulia era viva e palpitante, come un battito delicato nel cuore della natura stessa. 

Passarono ancora sette anni di serena malinconia. Quel giorno di primavera, l’alba era di un rosa candido e romantico, il figlio passò come ogni mattina per salutarlo. Lo cercò in casa ma non c’era, lo trovò nel suo meraviglioso giardino. Era appoggiato al muro, sembrava seduto sul terreno, aveva un’espressione serena, quasi un sorriso, aveva tra le mani la prima ballerina della stagione, la prima sbocciata, la sua amata ballerina. Gianni lo guardò con tenerezza e lo accarezzò sul viso, pensò che finalmente la sua anima avrebbe potuto danzare tra i profumi e i colori delle sue rose, finalmente, per l’eternità, abbracciato alla sua Giulia. 

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