La donna sulla riva

Intervista alla scrittrice, storica e archivista Francesca Corti

Di solito mi piace introdurre queste chiacchierate raccontando come ho conosciuto la persona che risponderà alle mie domande. Nel caso di Francesca Corti, scrittrice, storica e archivista ticinese – attualmente residente in Svezia, a Stoccolma – è stata la casa editrice Salvioni, conoscendo il mio interesse per il tema “scrittura e malattia”, a contattarmi per consigliarmi la lettura del suo libro La donna sulla riva, la cui protagonista Roberta è una quarantaseienne affetta da Sclerosi multipla. Devo ammettere che, per ragioni di tempo, non riesco sempre ad accogliere tutte le proposte che ricevo dalle case editrici. In questo caso, però, la sinossi del romanzo mi ha colpito subito e ho accettato volentieri il suggerimento.

Non volendo anticipare troppo della nostra conversazione – ah, nel frattempo io e Francesca ci siamo anche conosciuti di persona, in occasione di uno dei suoi ritorni in Ticino – vi lascio all’intervista, nella quale troverete non solo domande riguardanti La donna sulla riva, ma anche molte altre questioni su temi legati alle Medical Humanities.

NB: Francesca Corti presenterà La donna sulla riva alla Biblioteca Cantonale di Bellinzona, lunedì 15 giugno alle ore 18.30.

Allora Francesca, ho pensato di iniziare dalla tua biografia. Mi sono letto quella riportata sul risvolto di copertina del tuo romanzo, La donna sulla riva, di cui parleremo più avanti. Dice che sei nata a Como, che hai vissuto in Canton Ticino e che sei storica e archivista. Ultimamente, mi sono molto interessato al tema degli archivi. Per esempio, ho finito da poco di leggere un memoir di Helene Giannecchini, Una straordinaria forma di amicizia (Iperborea, 2026), in cui la scrittrice racconta, tra le altre cose, della sua esperienza di lavoro negli archivi di testimonianze di pazienti HIV-AIDS. Volevo quindi approfondire con te questo argomento: che cos’è un archivio? E cosa significa oggi lavorare in un archivio?

Partirei dicendo che ho frequentato una sorta di grande archivio fin da quand’ero bambina. La casa di mia nonna materna a Faido, in Valle Leventina, era una stratificazione temporale di documenti, oggetti e tracce di vita. Entravi e trovavi di tutto: testimonianze della vita dei miei bisnonni, dei miei nonni o di mia madre e dei suoi fratelli, ma anche oggetti contemporanei. Mia nonna aveva inoltre l’abitudine di raccogliere in casa chincaglierie, abiti e documenti appartenuti a persone defunte di cui i famigliari si sbarazzavano. Io ero profondamente affascinata, ma anche un po’ intimorita dalle stanze di questa casa: racchiudevano degli universi incredibili, stravaganti, ma con un potenziale narrativo enorme.

Questo aneddoto legato alla mia infanzia è significativo perché quando ho poi deciso di studiare storia contemporanea all’Università di Friburgo, proprio nella casa di mia nonna ho trovato degli opuscoli d’epoca sulla tubercolosi, stampati dalla Lega antitubercolare ticinese negli anni 1920-1940. Promulgavano delle indicazioni comportamentali come “non sputare” per evitare la diffusione della malattia che mi colpirono e mi incuriosirono molto. Da lì è nata l’idea di farne l’argomento della mia tesi di laurea.

Ed è stato proprio mentre lavoravo alla mia tesi che ho preso a frequentare assiduamente gli archivi istituzionali, scoprendo una miniera di informazioni straordinaria. I documenti d’archivio consentono di ricostruire una rete informativa complessa: nel mio caso, ho potuto accedere a testimonianze di malati di tubercolosi, ai rapporti del medico cantonale, alle risoluzioni del mondo politico e alle iniziative della società civile. Si può così elaborare una ricostruzione storica fondata, “a ragnatela”, articolata e interconnessa.

All’interno degli archivi ho intravisto anche un potenziale professionale. Quando ho iniziato a lavorarci nel 2008, l’ambiente era ancora fortemente analogico: si utilizzavano inventari in Word e altri strumenti rudimentali. Successivamente ho conseguito un master in archivistica alle Università di Berna e Losanna e ho lavorato in diverse istituzioni, in particolare, per una decina d’anni, all’Archivio delle PTT a Berna. In quegli anni (2016-2022) ho vissuto in prima persona la trasformazione verso il digitale. In quel periodo mi sono occupata soprattutto dell’archiviazione di file video e audio all’interno di sistemi informatici complessi. Oggi, di fatto, il lavoro dell’archivista consiste sempre più nella gestione di metadati.

L’archivio fisico ha ancora un valore oggi? Come sta evolvendo?

Bisogna innanzitutto sottolineare che l’ambizione di digitalizzare tutto il materiale archivistico è irrealistica. I costi di stoccaggio dei dati sono enormi. Inoltre, i formati devono essere aggiornati periodicamente: ciò che viene archiviato oggi potrebbe dover essere riconvertito tra dieci anni, per evitare problemi di obsolescenza. Di conseguenza, gli archivi digitalizzano solo una parte dei propri fondi: quelli senza problemi legati alla protezione dei dati e quelli considerati più rilevanti dal punto di vista dell’utilizzo. In Svizzera, solo l’Archivio federale a Berna ha una politica di digitalizzazione integrale. Tutti gli altri hanno digitalizzato o digitalizzano solo parte dei propri fondi. Quindi, anche se oggi l’utente può accedere facilmente a fonti digitali, la presenza fisica in archivio resta fondamentale. Esistono metri lineari di documenti che non verranno mai digitalizzati e che possono essere consultati esclusivamente recandosi sul posto.

L’archivio rimane quindi uno spazio importante, non da ultimo come presidio della democrazia e della trasparenza, oltre che della memoria storica. È un luogo fondamentale per la cittadinanza, anche se è decisamente poco conosciuto e viene spesso percepito come uno spazio polveroso destinato a qualche noioso topo di biblioteca.

 Come funziona concretamente l’accesso a un archivio? Se voglio approfondire un tema specifico, cosa devo fare?

In Svizzera l’accesso agli archivi è molto semplice, molto più che in altri paesi come l’Italia, dove le procedure sono più burocratiche. Che si tratti di un archivio pubblico o privato, generalmente si contatta l’istituzione via mail o telefono, spiegando il motivo della ricerca. Una volta in sede, si compila un formulario con i propri dati e l’oggetto della ricerca. Poi si accede agli inventari, che oggi sono quasi sempre digitali, e si procede un po’ come in biblioteca: si cercano i fondi pertinenti. Spesso si scopre che i documenti sono correlati tra loro: si parte da un fondo, ma poi si viene rimandati ad altri. A quel punto si ordinano le scatole d’archivio e si consultano i documenti sul posto.

Sempre seguendo linearmente la tua biografia, leggo che sei cofondatrice, insieme a Virginie Serre-Balet, di un’agenzia che si chiama Pépites e che si occupa di scrittura biografica. È un progetto che trovo molto affascinante: raccontare la vita di qualcun altro. Come è nata l’agenzia? E cosa significa per te entrare nella vita di un’altra persona per trasformarla in racconto? E anche: che rapporto hai con Virginie e perché avete deciso di intraprendere questo percorso insieme?

È una domanda che contiene tante dimensioni. Provo a rispondere a tutte.

Pépites ha preso forma durante i miei ultimi due anni di espatrio a Stoccolma, dove vivo attualmente con mio marito e i nostri tre figli. Inizialmente collaboravo ancora a distanza con l’archivio delle PTT a Berna. A un certo punto ho interrotto questa attività per realizzare un’attività compatibile sia con il mio io profondo sia con la mia vita da nomade digitale: diventare biografa. Mi sembrava il momento giusto anche perché, nel mio percorso, avevo già accumulato molta esperienza nella storia orale, cioè nella raccolta di testimonianze. Con gli archivi delle PTT, ad esempio, abbiamo realizzato numerose interviste a ex collaboratori/collaboratrici della posta, dei telefoni e dei telegrafi. Io ero responsabile di questo progetto per la Svizzera italiana. Lanciarmi in un’attività di biografa mi avrebbe quindi permesso di unire diverse passioni: la storia, le storie di vita, la scrittura e la letteratura.

Fin da subito, ho pensato che fosse interessante sviluppare questo progetto insieme a qualcuno, creando una sorta di team di biografe. In questo senso, ho coinvolto Virginie, che è stata mia compagna di studi all’Università. Siamo molto legate – direi quasi sorelle – condividiamo interessi e passioni, tra cui proprio la storia e la letteratura. Lei ha aderito subito al progetto e abbiamo fondato insieme Pépites, la nostra agenzia. Siamo chiaramente ancora agli inizi: abbiamo i nostri primi mandati; non abbiamo ancora un’esperienza molto ampia.

Quello che trovo estremamente affascinante è che ogni progetto di scrittura di una biografia è una storia a sé. Ogni persona che si rivolge a noi ha un modo proprio di raccontarsi e anche aspettative differenti: c’è chi desidera un testo letterario, chi un racconto fattuale, chi ci lascia carta bianca. La vera sfida è trovare la voce giusta per ogni committente. In questo momento, per esempio, sto lavorando alla biografia di due artisti svizzeri: per me è indubbiamente una sfida, perché sono alla ricerca di una biografia letteraria, non convenzionale.

Ad ogni modo, credo che in questo lavoro emerga moltissimo il mio interesse per le storie di vita. Fin da bambina mi affascinava ascoltare gli altri, lasciarmi coinvolgere dai loro racconti, entrare nella loro intimità in modo empatico e rispettoso. Penso che questa disponibilità di ascolto – che sta al centro del lavoro di un/a biografo/a – sia qualcosa di estremamente prezioso nella società contemporanea.

Nel pratico, come funziona? Tu rimani l’autrice della biografia oppure lavori come ghostwriter? E poi: chi si rivolge a voi? Solo persone con vite “straordinarie”, come per esempio questi artisti di cui hai appena parlato, oppure anche persone comuni?

Tendenzialmente lavoriamo come ghostwriter: i diritti d’autore vengono ceduti alla persona che racconta la propria storia. Va detto che in genere queste biografie hanno una tiratura limitata, circoscritta a un contesto familiare; quindi, parlare di diritti d’autore in senso stretto è eccessivo. Il nome che compare in copertina è quello del narratore, mentre noi figuriamo come biografe nelle informazioni che stanno in calce al libro. Esistono però anche casi diversi: alcuni narratori desiderano che il biografo sia riconosciuto come coautore. In questi casi entrambi i nomi compaiono in copertina e si definisce una ripartizione dei diritti. Questo accade soprattutto quando si tratta di progetti con una diffusione più ampia, destinati alla pubblicazione e alla vendita. È, per esempio, il caso della biografia a cui sto lavorando con questi artisti.

Per quanto riguarda la seconda domanda, la possibilità di commissionare una propria biografia esiste per chiunque. Anche una persona con una vita apparentemente “normale” ha un bagaglio di esperienze e storie che può essere interessante raccontare – per sé, per i propri figli, per mettere ordine nel proprio percorso di vita. Detto questo, nella pratica spesso si tratta di persone che attribuiscono un certo valore al proprio vissuto e che hanno il desiderio di trasmetterlo a terzi. Molti, invece, tendono a pensare di non avere nulla di interessante da raccontare. Quindi sì, è un servizio potenzialmente per tutti, ma non tutti sentono il desiderio – o il diritto – di farne esplicitamente richiesta.

Facciamo un gioco: se avessi la possibilità di scrivere la biografia di chiunque, vivo o morto, in questo momento, chi sceglieresti? E perché proprio quella persona?

Bella domanda. Facciamo un uomo e una donna, dai.

Allora, se penso a un uomo, mi piacerebbe moltissimo scrivere la biografia – potendo anche incontrarlo di persona per fargli le domande tête-à-tête, tanto stiamo sognando… – di Marcello Mastroianni. Dico Mastroianni perché sono appassionata di lui come attore, soprattutto nei film della sua maturità, come Oci ciornie o Una giornata particolare: trovo che abbia espresso una straordinaria intensità con estrema naturalezza – è quasi paradossale. E poi perché mi affascina come nelle sue interviste si sia sempre raccontato con grande dolcezza e pudore, senza mai svelarsi completamente. Quasi lasciando intendere di non avere nulla di eccezionale da dire, e questo per una forma di umiltà molto toccante. Mi piacerebbe quindi molto poter conversare con lui, entrare nella sua intimità, nel suo vissuto più profondo.

Per quanto riguarda una donna, la scelta è più difficile, ma credo che vorrei scrivere la biografia di Alfonsina Storni, la poetessa e giornalista argentina originaria di Sala Capriasca, la cui fine tragica è stata resa immortale dalla canzone di Mercedes Sosa Alfonsina y el mar. Quand’ero più giovane, mi sono letteralmente immersa nelle sue poesie d’amore. Credo che sia stata un’antesignana, una donna con ideali risolutamente postmoderni costretta a vivere in una società profondamente conservatrice. Sì, vorrei poterla incontrare di persona e ascoltare la sua voce di donna coraggiosa, intelligente e appassionata.

Tornando al nostro percorso: abbiamo parlato di archivi, del tuo progetto di biografa… arriviamo inevitabilmente alla scrittura. Continuando con la tua biografia si dice infatti che hai vinto il premio letterario Chiara Giovani nel 2002. Si capisce quindi che la scrittura – intesa come scrittura letteraria – è parte della tua vita da molto tempo.  

La scrittura viene da molto lontano. Sono sempre stata una grandissima lettrice, fin da bambina e si dice spesso che chi scrive è prima di tutto qualcuno che legge molto – ed è generalmente vero. I miei genitori avevano una casa piena di libri, quasi una biblioteca: ce n’erano ovunque. Questo mi ha permesso di accedere fin da piccola a moltissime storie. Inoltre, erano molto liberi nei loro consigli di lettura: non imponevano limiti rigidi. Ricordo che a undici-dodici anni avevo già letto tutta la letteratura per l’infanzia, da Verne a Salgari, e mi chiedevo cosa leggere dopo. Mio padre mi diede allora Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino. Per me fu un’esperienza forte: da un lato avevo la sensazione di entrare finalmente nel mondo adulto, dall’altro provavo anche un certo sgomento. Si parlava di guerra, di morte, di sessualità, di amore. Insomma, di temi complessi. Ma, allo stesso tempo, mi sentivo orgogliosa: era come un’iniziazione alla vita dei grandi. Da lì in poi, infatti, ho potuto accedere alla letteratura per adulti.

Ho sempre scritto con una certa facilità, ma la scrittura è diventata centrale tra i sedici e i venticinque anni. In quel periodo ho tenuto un diario in modo costante: era un modo per affrontare gli scompigli dell’adolescenza e del passaggio all’età adulta. Inoltre, su invito dei miei insegnanti di letteratura, ho iniziato a partecipare a concorsi letterari, tra cui il Premio Chiara Giovani, di cui sono stata una volta vincitrice e una volta finalista. Sembrava quindi che le cose stessero andando nella direzione giusta: avevo il sogno di pubblicare, prima o poi, qualcosa di più importante di un semplice racconto.

Poi, però, sono entrata nella vita professionale e familiare e, per molti anni, ho accantonato questa attività. Scrivevo poco, soprattutto testi diaristici. A pensarci bene, niente di interessante. Il punto di svolta è arrivato nel 2022, quando sapevo che ci saremmo trasferiti a Stoccolma per quattro anni. Avrei avuto più tempo, non essendo più inserita in una struttura professionale stabile, e mi sono detta: questo è il momento per tentare di scrivere qualcosa di più consistente. In parallelo mi sono iscritta ai corsi di scrittura della scuola Belleville di Milano, che per me sono stati molto arricchenti. Non solo per gli insegnamenti, ma anche per l’incontro con altre persone che scrivono e leggono quotidianamente. Con alcune di loro sono ancora in contatto.

Ecco, dimmi della scuola di scrittura che son curioso.

È stato un momento di scambio molto utile, soprattutto perché mi ha permesso di “demistificare” la scrittura. Fino a quel momento scrivevo solo in condizioni ideali: silenzio, calma, concentrazione. Ma nella mia vita concreta – da madre di tre figli – queste condizioni sono quasi impossibili da trovare. Ho quindi imparato a scrivere ovunque. Il mio romanzo, La donna sulla riva, l’ho scritto nei bar, nei ristoranti, perfino su una nave da crociera. In un certo senso, credo che la vita sia entrata nel libro proprio grazie a questo: ho smesso di chiudermi in una sorta di torre d’avorio e ho lasciato che la realtà fluisse dentro alla scrittura.

Oggi mi piacerebbe continuare su questa strada. Grazie al lavoro di biografa scrivo ogni giorno e sto iniziando a “piantare i semi” di una nuova narrazione, forse di un prossimo romanzo. Scrivendo il mio primo romanzo ho peraltro imparato che la scrittura è anche (soprattutto?) una questione di determinazione e di costanza: bisogna sedersi ogni giorno e tessere parole.

Ma tornando alla questione scuola di scrittura, ecco, credo sia uno spazio stimolante per chi fosse interessato: prima di tutto perché permette di parlare di scrittura e letteratura e di confrontarsi con gli altri e poi perché aiuta anche a uscire da eventuali blocchi personali. Si fanno molti esercizi, alcuni anche di scrittura sul momento. All’inizio, per me, non è stato facile: avevo una certa inibizione, anche legata alla mia “ticinesità”. Rispetto a chi veniva dall’Italia, percepivo una differenza nel ritmo e nella proprietà linguistica: io magari scrivevo due paragrafi, mentre altri producevano due pagine nello stesso tempo. Oggi esistono molte scuole di scrittura. È quindi importante trovare quella più adatta a ciò che si cerca: c’è chi si concentra su racconti autobiografici, chi sull’introspezione, chi su generi specifici come l’horror…

Quindi a chi volesse scrivere seriamente consiglieresti questa esperienza?

Sì, certamente, per me è stata molto utile. Mi ha permesso di imparare molto e di mettermi alla prova. Ci sono stati anche momenti di sconforto, non lo nego, ma fanno parte del percorso: diventano una sfida personale, un modo per dirsi “posso farcela”.

Accennavi al fatto che hai scritto molta diaristica. Secondo te, chi scrive un diario vuole, in realtà, essere letto?

Bella domanda. Credo di sì. Per esempio, quando scrivevo dei conflitti con i miei genitori, in fondo speravo che mia madre si imbattesse in quelle pagine e leggesse ciò che avevo scritto, per comprendere la profondità del mio disagio adolescenziale. Allo stesso tempo, però, se avessi saputo che le aveva lette davvero, mi avrebbe turbata molto.

Per quanto riguarda un pubblico più ampio, invece, non lo so. Il diario appartiene a una dimensione estremamente intima e non sempre è pensato per essere condiviso. Tuttavia, ora che ci penso, è interessante notare come questa dimensione diaristica sia entrata anche nel mio romanzo: Roberta – la protagonista de La donna sulla riva – scrive delle lettere alla sclerosi multipla, la malattia di cui soffre.

Ti provoco un po’: nella scrittura di un diario, c’è anche un desiderio di “performance”? Tu, per esempio, quanto tenevi allo stile, al modo in cui scrivevi? Oppure, di contro, era solo uno sfogo spontaneo, “di pancia”, sconclusionato e caotico?

Credo che per me fossero entrambe le cose. Da un lato era uno spazio protetto per seguire i moti del mio animo, della mia interiorità. Dall’altro, però, era anche una palestra di scrittura. C’era il desiderio di mettermi alla prova, di capire se valessi qualcosa. Mi capita ancora oggi, anche se raramente, di rileggere pagine scritte vent’anni fa e di riconoscere un’intensità particolare, qualcosa che conserva valore al di là dei contenuti, magari molto personali o adolescenziali.

Arriviamo allora a La donna sulla riva, il tuo romanzo pubblicato di recente, nel 2025, da Salvioni. C’è una cosa che mi ha subito colpito: viene definito “racconto lungo”, ma a me è sembrato a tutti gli effetti un romanzo. Non so se sia una definizione tua o editoriale. Mi chiedo: perché non chiamarlo romanzo?

Dipende molto da come si definiscono le forme narrative. In genere si dice che il racconto sia un’unica storia lineare, mentre il romanzo implica un intreccio più complesso, con più linee narrative o più protagonisti. Nel mio caso, la definizione non è stata data da me, ma da altri, e mi sono adattata. Potrebbe essere definito anche “romanzo breve”: è una distinzione piuttosto fluida e aperta a interpretazioni. Personalmente, non ho una posizione rigida.

Per parlare de La donna sulla riva partirei da un dettaglio, da vero nerd dei libri quale sono: l’esergo iniziale. Hai messo un testo di Jon Fosse, peraltro in francese. È uno scrittore che amo molto, perciò questa tua scelta mi ha subito conquistato. Perché proprio lui? E che ruolo hanno quelle parole rispetto al tuo romanzo?

Devo dire che Jon Fosse l’ho scoperto vivendo a Stoccolma. Nel 2023 vivevo già in Svezia e lui quell’anno ha ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura. Allora, mi sono incuriosita, ho letto delle sue interviste, mi sono interessata alla sua opera e al suo modo di scrivere.

Vivendo un’esperienza immersiva in Svezia, ho trovato estremamente pertinente e poetico il modo in cui descrive l’universo nordico. Perché la dimensione geografica e climatica che si trova qui in Scandinavia è davvero molto particolare: i lunghissimi inverni, il gelo, il silenzio, l’isolamento. Viaggiando tra Svezia e Norvegia, si incontrano luoghi e persone che sembrano vivere quasi in una forma di ascetismo, immersi nel bianco, nel vuoto, lontani da tutto e tutti.

In realtà, il testo che ho scelto e messo in esergo è un breve estratto da una sua pièce teatrale. L’ho trovato solo in francese, non credo che sia mai stato tradotto in italiano, ed è per questo che compare così nel libro. Mi ha colpita molto perché richiama la passione per il teatro della protagonista del mio romanzo, Roberta. Inoltre, ho sentito una forte risonanza tra le parole della protagonista della pièce e la voce di Roberta: sembra qualcosa che lei stessa potrebbe dire.

Un’altra cosa che mi ha colpito è la presenza, alla fine del libro, di alcuni riferimenti letterari. Tra questi compare Questo buio feroce dello scrittore statunitense Harold Brodkey, un testo molto intenso sul rapporto tra scrittura e malattia. Mi interessa capire: che ruolo ha avuto per te questo libro e, più in generale, quanto ti sei nutrita di altre opere durante la scrittura?

Durante la stesura del libro mi sono nutrita molto di altre narrazioni, sia autobiografiche sia di finzione, scritte da autori che affrontano il tema della malattia. Ho letto diversi testi che raccontano il confronto con malattie degenerative e con la progressiva trasformazione del corpo, questo per cercare di avvicinarmi il più possibile all’esperienza di un malato cronico. Il mio romanzo, infatti, non è autobiografico: io non sono malata di sclerosi multipla e non ho persone vicine che ne soffrono. Ho quindi dovuto fare un lavoro sia di documentazione sia di immersione emotiva. In questo senso, il libro di Brodkey è stato fondamentale. Lui ha una scrittura estremamente intensa, perché questo libro l’ha scritto nell’ultimissimo periodo della sua vita, quando ormai sapeva che l’AIDS non gli avrebbe lasciato scampo: nelle pagine finali si ha l’impressione di vedere la morte che gli si avvicina, inesorabile. Si percepisce il suo desiderio di lasciare una testimonianza ultima, di grande valore umano e letterario. Leggerlo, mi ha sicuramente aiutata a cogliere aspetti importanti per costruire il personaggio di Roberta.

Entriamo nel cuore del romanzo. La tua è la storia di una donna sulla quarantina, Roberta, appunto, che scopre di avere la sclerosi multipla. È una storia di finzione, dicevi. Mi chiedo allora: da dove nasce questa scelta? Ci sono ispirazioni reali oppure è tutto completamente inventato?

In realtà, la questione va un po’ ribaltata. All’inizio non volevo raccontare la sclerosi multipla in sé. Quello che mi interessava davvero era il tema dell’abbandono all’interno della coppia: cosa succede quando, dopo anni di relazione, uno dei due si ammala gravemente? Questo tema nasce da esperienze indirette: da giovane avevo incontrato una coppia che viveva una situazione simile e, in seguito, mi sono imbattuta in articoli di cronaca che raccontavano casi reali, spesso di donne abbandonate dal partner dopo una diagnosi di malattia. Partendo da questo nucleo – l’abbandono – ho dovuto chiedermi quale malattia potesse permettermi di costruire la storia. Documentandomi, ho scelto la sclerosi multipla perché è una malattia estremamente volubile, imprevedibile, quasi “camaleontica”. Questo mi ha permesso di farla diventare, in un certo senso, un antagonista narrativo, una presenza con cui la protagonista deve confrontarsi e che cerca di esorcizzare.

A proposito di costruzione narrativa: nel libro alterni una narrazione in terza persona a parti più intime, diaristiche, rivolte alla malattia, scritte in prima persona dalla protagonista Roberta. Da dove nasce questa scelta?

Facendo diverse prove di scrittura, mi sono resa conto che questa duplice prospettiva funzionava meglio. La parte più diaristica, rivolta direttamente alla malattia – che viene in qualche modo personificata – mi permetteva di entrare profondamente nell’interiorità di Roberta, nelle sue emozioni, nei suoi conflitti più nascosti, nelle pieghe e nelle piaghe della sua psiche. Allo stesso tempo, la narrazione in terza persona mi aiutava a mantenere un equilibrio, a dare respiro al racconto. Solo introspezione sarebbe forse stato un racconto troppo intenso per il lettore; solo narrazione esterna, invece, avrebbe rischiato di far perdere profondità emotiva alla storia.

È una scelta che ho trovato molto efficace: le due dimensioni si completano e permettono di entrare nella storia da prospettive diverse, arricchendo molto il testo. Quando si scrive un romanzo che affronta una malattia, tra l’altro relativamente frequente come la sclerosi multipla, ci si espone inevitabilmente a una questione: la legittimità. Cioè: perché raccontare una malattia che non si vive in prima persona? Che diritto si ha di appropriarsene narrativamente? E come rispondi a chi potrebbe sollevare questa obiezione? Ti è mai capitato, per esempio, che un malato o una malata leggesse il libro pensando fosse autobiografico e poi reagisse con delusione o disagio nello scoprire che è finzione?

Certo. La questione della legittimità esiste, ma a mio avviso non deve diventare paralizzante nel voler affrontare un progetto narrativo di questo tipo. Nel mio caso mi ha aiutato molto il fatto di avere già lavorato su temi legati alla malattia, anche se da un punto di vista storico, con studi sulla tubercolosi e sulle istituzioni sanitarie ticinesi. Questo mi ha abituata a un lavoro di ricerca serio, basato sull’incrocio delle fonti. Per questo romanzo ho fatto lo stesso: una ricerca accurata e responsabile, un incrocio delle voci e delle fonti. Ho poi fatto leggere il manoscritto ad alcuni medici che mi hanno dato il nulla osta finale, in particolare rispetto ai contenuti medico-scientifici. Nel caso specifico della sclerosi multipla bisogna anche dire che non esiste un solo modo di viverla. È una malattia che può avere evoluzioni estremamente diverse a seconda del paziente. In questo senso, come scrivo nella nota finale, il romanzo racconta uno dei possibili percorsi, tra i molti immaginabili. Non si tratta di una verità biografica. È un tentativo di avvicinarsi al vissuto di chi affronta questa malattia, nel modo più rispettoso possibile.

Dopo la pubblicazione hai ricevuto reazioni da parte di persone malate? Qualcuno è venuto da te a raccontarti la propria esperienza o a contestare la rappresentazione?

Non direttamente da persone affette da sclerosi multipla; almeno, non per ora. Però diverse lettrici e lettori mi hanno scritto o avvicinato durante le presentazioni del libro dicendo di aver vissuto la malattia di un familiare molto vicino – un padre, un marito – e di essersi riconosciuti profondamente nella storia. Si sono identificati nel personaggio di Roberta e nelle sue emozioni. In un caso particolare, una persona mi ha detto di aver ricevuto da poco una diagnosi di una malattia grave e di aver trovato nel libro un aiuto per comprendere meglio ciò che stava vivendo. Per ora le reazioni sono state più o meno queste, ma penso che possano arrivarne altre, anche diverse, in futuro. Chissà.

Personalmente trovo insensato parlare di una sorta di “appropriazione culturale” in questo contesto – o meglio, “appropriazione di malattia”. Ritengo che lo scrittore possa affrontare qualsiasi tema senza dover giustificare le proprie scelte.

Certo! Però capisco anche la posizione opposta, soprattutto quando si tratta di malattia – un tema molto sensibile. Io credo sia comunque importante distinguere tra esperienza diretta e costruzione narrativa e dichiarare esplicitamente il tuo intento come scrittore.

Che poi, in realtà, io non definirei il tuo libro come “un romanzo sulla sclerosi multipla”. Certo, la malattia è presente, ma il tema più potente che emerge durante la lettura è a mio avviso quello che riguarda il rapporto di coppia. Mi ha colpito molto questo aspetto, parlando di coppia: nel libro non c’è mai un giudizio esplicito nei confronti del marito di Roberta, che a un certo punto – mi concedo un piccolo spoiler –  fugge da lei improvvisamente, abbandonandola. È una scelta consapevole? Che posizione hai rispetto a questo gesto?

Credo anche io che sia questo il vero nucleo del libro. Nel tempo ho cambiato completamente prospettiva su questo tema. A diciott’anni avevo una visione molto giudicante, anche per la mia formazione in una scuola cattolica, dove la responsabilità morale del matrimonio è considerata un nucleo inviolabile. Poi, con il tempo – diventando madre, vivendo una relazione stabile – ho percepito che la realtà è molto più complessa e sfumata. Non esistono risposte univoche. All’interno di una coppia, di fronte a una malattia grave, possono esistere infiniti modi di reagire. Per questo non ho ritenuto opportuno giudicare. Mi interessava piuttosto esplorare le crepe, le contraddizioni, le ambivalenze. Il fatto che Thomas abbandoni Roberta non significa necessariamente che smetta di amarla. La figura di Thomas, infatti, resta volutamente sfumata.

Molti lettori mi hanno detto che vorrebbero sapere cosa succede a Thomas dopo, o se torna. In effetti, mi piace molto lasciare i finali aperti. È qualcosa che permette al lettore di interrogarsi: “Cosa farei io in una situazione del genere?”. Ecco, sì, per me il vero centro del libro non è tanto la malattia, quanto questo nodo relazionale e morale. Credo che sia proprio questo a rendere il romanzo interessante: la possibilità di discutere non solo della malattia, ma delle scelte umane, dei giudizi, delle eventuali responsabilità.

Ti faccio un’altra piccola provocazione: hai mai pensato a cosa sarebbe cambiato se fosse stata una donna ad abbandonare un uomo malato?

Sì, me lo sono chiesta prima di iniziare a scrivere. Credo che la ricezione sarebbe stata diversa. Anche oggi, probabilmente, il giudizio cambierebbe a seconda del genere dei personaggi. Io però ho scelto di restare fedele a una realtà statistica: sono gli uomini che più spesso abbandonano le partner malate. Ma è evidente che si tratta anche di un tema culturale, profondamente legato ai ruoli di genere.

Volevo chiederti qualcosa anche rispetto alla geografia del libro. Nel romanzo i luoghi sono molto definiti, legati alla tua esperienza e ai territori in cui sei cresciuta: l’estremo nord, in territorio svizzero, del lago Maggiore. Avrebbe funzionato anche in uno spazio più sospeso, meno connotato?

Ti dirò che la collocazione geografica della storia di Roberta mi ha provocato diverse notti insonni. Fin dall’inizio avevo deciso, consapevolmente, di ambientare la storia in un contesto lacustre, perché è un paesaggio che conosco bene e che sento profondamente mio: il Lago Maggiore, ma anche altri laghi della mia vita – qui a Stoccolma, il Malären. Avevo l’impressione che questa aderenza a un paesaggio ben definito potesse dare profondità al vissuto della protagonista. Poi, nella scelta del luogo preciso, ho esitato a lungo tra diverse sponde e territori. Alla fine, è stata una suggestione legata alla biografia di un grande scrittore che mi ha portata verso il Gambarogno, la sponda opposta rispetto a quella in cui sono cresciuta: una sponda che per anni ho guardato dalla terrazza di casa senza conoscere davvero. Si tratta di un episodio minore e poco conosciuto della vita di Dario Fo, ma che per me è stato illuminante. Da bambino Dario Fo viveva a Sesto Calende, dove il padre lavorava come ferroviere. D’estate, era solito andare in vacanza dagli zii a Pino Tronzano, il villaggio che si trova dirimpetto a Brissago, il paese in cui sono cresciuta. Suo zio amava indicargli Brissago e raccontargli che quel paese si trovava in Svizzera e che lì i tetti delle case erano fatti di cioccolata e che i bambini ci salivano sopra e ne mangiavano dei pezzi per merenda. Dario Fo, evidentemente, sgranava gli occhi di meraviglia a immaginare quel paese della cuccagna. Poi, un giorno, i suoi zii lo portano veramente in gita a Brissago. La delusione di Dario Fo è enorme: i tetti di Brissago non sono fatti di cioccolata e i bambini non se li mangiano per merenda. Eppure, inconsciamente capisce che l’immaginazione è molto più potente di qualsiasi realtà. Questo episodio mi ha fatto capire che “dovevo” ambientare la storia di Roberta sulla sponda opposta rispetto a quella su cui avevo vissuto. Mi interessava proprio questa dinamica: ciò che si vede da lontano, ciò che si immagina, e ciò che si scopre solo attraversando. In questo senso il Gambarogno diventa anche una dimensione mentale, oltre che geografica: uno spazio sospeso in cui realtà e immaginazione si mescolano.

Ma quindi è una scelta narrativa oltre che biografica?

Sì, assolutamente. È una scelta che crea una sorta di “geografia emotiva”. Vira Gambarogno non è solo un luogo reale (dove, tra l’altro, sono stata per un giorno intero a scattare fotografie, registrare suoni, scrivere appunti, captare impressioni), ma uno spazio costruito dallo sguardo, dalla memoria e dall’attesa. Questa componente appare anche nel romanzo, nella scena in cui il nonno indica a Roberta i luoghi e i paesi sulla riva del Locarnese. È un gioco di specchi. Di immagini più o meno reali, più o meno inventate, più o meno sognate che si rincorrono incessantemente da una sponda all’altra.

Io, La donna sulla riva, lo definirei un “romanzo borghese”.

Ma… direi solo in minima parte. È vero che ho frequentato e amato molta letteratura borghese, da Moravia a Bassani, da Modiano a Natalia Ginzburg. Questo si riflette forse nei miei personaggi e nelle loro vite: sono persone che si muovono in un mondo medio-borghese, di relativo benessere, che peraltro mi è familiare. Forse mi sarebbe più difficile scrivere di mondi completamente marginali o periferici, non perché non mi interessino, ma perché richiederebbero un altro tipo di immersione. Tuttavia, ritengo che non ci siano altre componenti “borghesi” nel mio romanzo. Per definizione, la borghesia si interessa all’avere più che all’essere; all’apparire e al possedere più che agli ideali. In questo senso, si può dire che i genitori di Thomas, il marito di Roberta, sono fortemente borghesi. Ma per le loro scelte di vita, per il loro modo essere e di porsi, di riflettere su sé stessi e sul proprio vissuto, Roberta e Moreno, in parte anche Thomas, sono semplicemente e profondamente umani. O almeno è quanto vorrei trasparisse dal mio libro.

A livello di tono, ho notato una vicinanza alla tradizione letteraria francese.

Sì, può essere una suggestione interessante. Sono ormai oltre vent’anni, cioè dai tempi dell’Università, che leggo assiduamente letteratura francese in lingua originale. Ci sono quindi forse atmosfere e sensibilità che possono ricordarla, ma le etichette semplificano sempre un lavoro che nasce in modo più complesso, non credi?

Quanta ragione che hai e quanta colpa che ho io ad appiccicarle sempre… mannaggia alla mia mente scientifica, che tutto vuol categorizzar!

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