La dura madre. Quando non puoi salvare

Medici d’autore

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Ci sono libri che raccontano la malattia. Altri raccontano la cura. Poi esistono romanzi più rari, capaci di mettere in crisi entrambe.

Perché mostrano ciò che accade quando chi ha passato una vita a formulare diagnosi, interpretare sintomi e comunicare prognosi si ritrova improvvisamente dall’altra parte del letto. Dalla parte dell’attesa. Della paura. Dell’impotenza.

È lì, in quel confine stretto tra speranza e accettazione, che si muove Il sole tramonta a mezzogiorno (Castelvecchi, 2021), il romanzo di Anna Cantagallo. La medico scrittrice vive a Roma ed esercita da oltre trent’anni come neurologa e fisiatra, specializzata in riabilitazione neurologica e neuropsicologica. Dopo una lunga produzione scientifica e divulgativa, è approdata in età matura alla narrativa con Arazzo familiare (Castelvecchi, 2021), primo capitolo di una saga familiare. Segue Il sole tramonta a mezzogiorno e l’ultimo della trilogia, Kintsugi (Castelvecchi, 2024). Ciò di cui vi racconterò qui, è il secondo movimento: premiato da inedito al Milano International nel 2021, Il sole tramonta a mezzogiorno è un romanzo di una profondità straordinaria. Non sorprende che a scriverlo sia una specialista del cervello e delle sue lesioni: il coma, la coscienza, ciò che resta di una persona quando il corpo respira ma la mente tace sono il suo mestiere quotidiano. Qui, però, quel sapere non rassicura. Ferisce.

Il sole tramonta a mezzogiorno cela un significato scomodo, ma fondamentale. Perché, prima ancora di essere un romanzo, è un viaggio dentro una delle domande più difficili della Medicina: cosa rimane del medico quando la scienza non basta più?

«Mentre ti operavano ho immaginato le mani del chirurgo frugarti dentro il cranio. Vedevo, addirittura, la tua arteria lacerata dalla frattura dell’osso temporale. Mi sembrava che quel rumore che mi attraversava le tempie fosse il tuo sangue che scorreva libero, dilatandosi nella teca cranica e nella dura madre, oltre l’abbraccio di difesa dalle meningi, abbraccio come quello di una madre per la sua creatura. È questo che fa una madre no? Difende, protegge, abbraccia. Il tuo sangue inondava la dura madre. E inondava anche me. Madre. Dura».

Miei cari lettori. Avrete capito subito, da queste righe, che chi parla non è una madre qualunque in attesa fuori da una sala operatoria. È un medico. Come la scrittrice. Una che le mani del chirurgo le conosce, che di quei nomi (osso temporale, teca cranica, dura madre, meningi) possiede il lessico, la fisiologia, l’esperienza. Notate quel doppio fondo: dura madre. Ho fatto qualche ricerca: in anatomia questa è la più esterna e robusta delle meningi, la membrana che protegge l’encefalo. Letteralmente “madre dura”. Ma Cantagallo la fa scivolare, in tre parole secche, dal referto al rimorso. «Madre. Dura». La narratrice è stata, appunto, una madre dura.

È in questa torsione, dove il termine tecnico diventa confessione, che si riconosce la mano di chi cura e scrive insieme.

La trama è essenziale e spietata. Marigiò, medico, veglia la figlia incinta che giace in un coma irreversibile dopo un trauma cranico. Ma Marigiò non è mai stata davvero una madre: ha scelto la carriera, l’America, la libertà dai legami, lasciando che a crescere la figlia fossero i due nuovi genitori adottivi, Antonio e Rosa. Il romanzo è scandito da un conto alla rovescia: i capitoli portano il nome di un “Distacco” che diminuisce di numero in numero, avvicinando l’istante in cui si stacca la vita. E in cui, dalla ventottesima settimana, potrebbe nascere la bambina che cresce nel ventre della figlia. Come ha raccontato l’autrice, alla radice c’è il tema della maternità negata: il cammino delle donne verso la “luce” intellettuale e professionale che porta con sé un’ombra nella sfera più intima del femminile. In copertina, una giovane donna sospesa tra due finestre: la vita e la morte.

Cantagallo non scrive un semplice romanzo di malattia. Costruisce un’intensa indagine interiore in cui il punto di vista medico e quello materno si sovrappongono, a volte si scontrano, rivelando tutta la complessità emotiva di chi cura e di chi, allo stesso tempo, è travolto dal dolore.

La narrazione si fa strumento per esplorare il confine tra razionalità clinica e urgenza affettiva, tra il sapere scientifico e il bisogno insopprimibile di speranza.

Attraverso la protagonista, l’autrice mette in scena il conflitto tipico di molti medici umanisti scrittori: la consapevolezza professionale dei limiti della cura si scontra con l’impossibilità personale di arrendersi. Il coma della figlia (riconosciuta dalla madre solo quando prossima alla morte) diventa così metafora di un’attesa che congela il tempo, mentre una nuova vita preme per nascere, in un ossimoro esistenziale potente quanto il titolo stesso del libro.

Il cuore del libro, per le Medical Humanities, batte in quei momenti in cui Marigiò riconosce, nei gesti altrui, ciò che lei stessa ha fatto innumerevoli volte. Quando il chirurgo esce dalla sala operatoria, sfinito, lei gli legge in faccia la notizia prima ancora che la pronunci. E lei sa, da dentro, che cosa significhi essere lui:

«Nessun corso, nemmeno il sostegno di un qualche collega esperto ti prepara alla comunicazione dolorosa. Vorresti solo scomparire davanti alla sofferenza dei parenti che aspettano una buona notizia. La professionalità di un medico si annulla quando si toccano le emozioni».

Ecco una verità che nessun manuale di semiotica insegna e che la Letteratura, invece, sa dire: la comunicazione della cattiva notizia è una soglia per cui non esiste addestramento. Cantagallo la guarda da entrambi i lati della stessa porta: da chi l’ha varcata per anni in camice e da chi ora, nel corridoio, ne riceve il peso. Ed è quando si trova “da quest’altra parte” che il sapere medico rivela il suo paradosso più crudele:

«Quando sei da quest’altra parte, si accantonano tutte le nozioni scientifiche e si buttano all’aria i ragionamenti. La speranza apre la via al sogno del miracolo e al prodigio che potrebbe riannodare il nastro del tempo. Da medico so che il miracolo è impossibile, eppure spero».

«Da medico so che il miracolo è impossibile, eppure spero». In questa sola frase si concentra tutta la tensione del romanzo: il punto in cui la conoscenza non basta, anzi diventa una condanna a sapere troppo. Marigiò conosce le percentuali, le diagnosi, l’irreversibilità; eppure il suo essere madre, quella madre che era mancata, la getta nel territorio della speranza irragionevole, lo stesso che da clinica imparava a “compatire” negli altri.  Questo romanzo è una gemma rara. Soprattutto per il luogo in cui si inserisce la nostra rubrica. Mostra come la letteratura dei medici umanisti possa restituire dignità narrativa al vissuto di chi si trova “dall’altra parte” (sia il paziente sia il familiare) senza ridurlo a caso clinico. Cantagallo indaga con onestà il senso di colpa, il rimpianto, la rabbia e la tenerezza che accompagnano la relazione di cura quando questa si fa personale e totalizzante.

Nelle pagine di Cantagallo, la diagnosi incontra il perdono, la prognosi si misura con la speranza, la competenza scientifica scopre di non poter sostituire la relazione umana. È probabilmente questo il contributo più autentico del romanzo: ricordarci che la Medicina, quando incontra la Letteratura, non diventa meno scientifica. Diventa semplicemente più consapevole della complessità delle persone che ha davanti. E forse è proprio qui che il sole del titolo smette davvero di tramontare. Non perché il dolore venga sconfitto, ma perché la parola riesce a fare ciò che nessuna terapia potrà mai garantire:

restituire significato all’esperienza della sofferenza.

È questo, in fondo, uno dei compiti più alti della letteratura dei medici. E Anna Cantagallo lo assolve con una sensibilità rara, offrendo a noi lettori non soltanto un romanzo intenso, ma una riflessione profonda su ciò che significa continuare a prendersi cura dell’altro, anche quando non esistono più risposte semplici.

Mi sorge una riflessione spontanea, dopo aver letto questa storia così commovente. Forse ogni vera relazione di cura contiene anche un rischio: scambiare per gabbia ciò che voleva essere protezione, o per carceriere chi, in realtà, è prigioniero dello stesso dolore. Marigiò arriva troppo tardi a questa consapevolezza, davanti alla figlia sospesa tra vita e morte: non tutto ciò che amiamo può essere salvato, non tutto ciò che comprendiamo può essere liberato. È qui che l’amore di questa madre si è mostrato nella sua forma più pura: non come richiesta di ritorno, ma come scelta di presenza.

Anche quando l’altro non può più parlare, scegliere, tornare.

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Una risposta a “La dura madre. Quando non puoi salvare”

  1. Elena Rosciani

    Un’analisi attenta che tocca corde di risonanza pura. Una storia commovente vista con gli occhi di chi ha saputo cogliere, tra le righe, sentimenti profondi, consapevoli ma anche sconosciuti. Complimenti per questo contributo.

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Un pensiero su “La dura madre. Quando non puoi salvare

  1. Elena Rosciani dice:

    Un’analisi attenta che tocca corde di risonanza pura. Una storia commovente vista con gli occhi di chi ha saputo cogliere, tra le righe, sentimenti profondi, consapevoli ma anche sconosciuti. Complimenti per questo contributo.

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