La famiglia: risorsa nella cura dei DCA

L’approccio del Centro di Mendrisio 

«Io sto benissimo; sono venuta in terapia solo perché i miei genitori hanno insistito. Dicono che sono anoressica». 

È una situazione non insolita che si presenta a uno psicoterapeuta. Come si pone lo specialista di fronte a questa premessa, in cui evidentemente il vissuto soggettivo si presenta in apparente contrasto con quello del contesto familiare? Alcune riflessioni inerenti alla terapia familiare possono costituire un quadro di riferimento. 

La terapia familiare si declina come modalità terapeutica in cui l’individuo e ogni gruppo sociale sono visti in relazione reciproca, come sottosistemi all’interno di sistemi contestuali diversi. Bateson definisce la famiglia come totalità e non come agglomerato di individui; parla di un sistema cibernetico costituito da più membri in relazione gli uni con gli altri e capace di autoregolazione: tale sistema tende ad autocorreggersi per tornare allo stato originario quando nuovi input informativi alterano gli equilibri. Peculiari regole definiscono la possibilità e il range di variazione del comportamento favorendo l’omeostasi attraverso meccanismi che riportano la famiglia allo stato precedente (Bateson, 1972). 

J. Haley descrive la famiglia come un sistema in continua evoluzione, con propri e specifici schemi identitari, che segue un percorso identificabile in fasi e cicli di sviluppo. Il passaggio tra fasi si realizza attraverso eventi che generano crisi nel sistema (perturbazioni), determinando cambiamenti adattivi nei componenti della famiglia e nei rapporti tra essi (Haley, 1976). La crisi può, quindi, costituire, mediante la ridefinizione dei sistemi relazionali pre-esistenti, una concreta possibilità di evoluzione e miglioramento. 

Il coinvolgimento della famiglia nel percorso di cura – come ben viene evidenziato dalla letteratura degli ultimi anni che ha spostato l’attenzione da un «modello che interpretava l’ambiente familiare come fattore causativo della patologia a una concezione della famiglia come importante risorsa di cura» (Abbate Daga et al., 2011) – si rende dunque imprescindibile.  

Tuttavia, all’interno di uno stesso sistema familiare possono coesistere spinte contrastanti e il sintomo può contemporaneamente assumere significati diversi: contribuire al mantenimento dell’omeostasi ovvero stimolare l’attivazione di una situazione di crisi. Nella pratica clinica il terapeuta si muove dunque all’interno di un campo di forze anche opposte che devono essere osservate, comprese, comunicate, condivise ed elaborate dai membri del sistema per avviarne il potenziale evolutivo.  

 

All’inizio del percorso di cura come si presenta la famiglia? 

Il terapeuta si trova davanti a persone che spesso non hanno gli strumenti per decodificare cosa stia succedendo tra di loro; il linguaggio di chi è portatore di un disturbo alimentare si muove attraverso una sintassi e una semantica proprie che sono spiazzanti per l’altro. È disorientante e doloroso accettare che la persona, il figlio, la figlia, che hai nutrito e cresciuto, rifiuti il cibo, simbolo di amore e accudimento.  

 «Non è più lui: prima era estroverso, aveva voglia di uscire, sorrideva… non lo riconosciamo più». 

Gli incontri con i familiari hanno, in primis, l’obbiettivo di accogliere e osservare il sistema così come si presenta, senza giudizio, ma con la curiosità di comprenderne la complessità; si inizia dunque a tradurre il nuovo linguaggio che si è imposto prepotentemente all’interno della famiglia e all’esterno. Laddove non si comprendono le motivazioni sottostanti, l’essere umano è portato a fare delle attribuzioni di senso, che possono però non corrispondere ai veri significati. La complessità del disturbo rischia di venire così ridotta ad una semplificazione che permette tuttavia di spiegare ed esercitare un controllo, sebbene effimero, su ciò che altrimenti risulterebbe incomprensibile. Da questo punto di vista, per esempio, la spiegazione somatica appare più facilmente gestibile e risolvibile, definendo il sintomo come una variabile esterna (ad esempio, problematiche legate alla cattiva funzionalità dell’intestino o inappetenza dovuta ad aspetti organici), posizione questa spesso condivisa anche dal paziente, che non sa ancora capire e spiegare, sulla base della propria storia ed i propri vissuti, ciò che sta vivendo.  

L’assenza di una giusta interpretazione del malessere fa sì che il disturbo si strutturi e si rinforzi all’interno della famiglia mantenendo l’omeostasi del sistema stesso, anche grazie a meccanismi di difesa psichici come la negazione, la proiezione, lo spostamento e la rimozione. I cambiamenti sintomatici del paziente (eccessivo dimagrimento, cambiamenti nelle abitudini alimentari, maggiore isolamento ed irritabilità) vengono così normalizzati ed accettati come caratteristiche della persona fino a quando non si raggiunge una condizione di pericolo di vita. È il rischio somatico che a volte obbliga il sistema a vedere e a chiedere aiuto.  

«Sono stata una mamma troppo distratta… non mi sono accorta che mia figlia ha perso 15 chili in tre mesi» 

«Se penso che in tre giorni io e mia figlia abbiamo percorso 60 chilometri a piedi… e oggi mi dite che lei ha un sottopeso grave… come ho fatto a non vedere?!» 

Non solo la condizione fisica ma anche il comportamento incomprensibile di chi soffre di un disturbo alimentare sollecita la ricerca di una cura. 

«Il momento del pasto è un incubo… continue liti, pianti, minacce, alla fine l’impotenza… non ce la faccio più… Dove abbiamo sbagliato?!». 

«Siamo stanchi dei suoi capricci!», «È una viziata», «Mia figlia fa la furba». 

«Non ne posso più di vederle quella faccia triste a tavola, mi sembra una mummia». 

 

Accogliere il sintomo nel sistema familiare e tradurre il suo significato 

L’obiettivo del terapeuta è quello di far perdere al sintomo la connotazione di “corpo estraneo” o di “scelta volontaria” da parte del paziente e di contestualizzarlo all’interno del sistema familiare che diventa, quindi, la risorsa attraverso cui attribuire significati a ciò che sembra non avere senso. Da qui la possibilità di accogliere il sintomo come la comunicazione di disagi, di vissuti e di storie talvolta non dicibili. La condivisione di tale svelamento permette ad ogni membro della famiglia di esprimere le proprie difficoltà sia individuali sia relazionali (fatica, incomprensione, paura, impotenza, senso di colpa) e di sentirsi meno solo, meno inadeguato, più capace, quindi, di affrontare la complessità. In tal modo la perturbazione dell’omeostasi del sistema assume la valenza trasformativa del cambiamento evolutivo. 

Si dà così avvio a ciò che Recalcati definisce «una condizione essenziale per lo sviluppo psichico ed esistenziale dell’essere umano». Lo psicanalista, infatti, scrive: «la vita umana ha bisogno di casa, radici, appartenenza. Essa non si accontenta di vivere biologicamente, ma esige di essere unanimemente riconosciuta come vita dotata di senso e di valore» (Recalcati, 2017). Il setting terapeutico dovrebbe, quindi, rappresentare quella casa sicura ove è possibile stabilire delle radici e ritrovare un senso di appartenenza smarrito nella storia familiare. In questo contesto il terapeuta assume il ruolo di “riparatore” di quegli “strappi” o “vuoti” che la sofferenza del sé ha creato; diventa l’attivatore della capacità di pensare, esperire e riconoscere l’altro nei suoi bisogni e desideri. 

La famiglia si presta così ad apprendere un linguaggio nuovo in cui sono contemplate parole che prima non appartenevano al vocabolario condiviso; le emozioni possono essere osservate, sentite ed espresse; i segreti perdono la connotazione di “materiale pericoloso/potenzialmente deflagrante” e si trasformano in episodi della vita su cui confrontarsi e di cui parlare; le dinamiche conflittuali possono a poco a poco spegnersi poiché si è compreso il senso del disagio. L’individuo è quindi legittimato ad una più autentica espressione di sé. 

«Non so se è stato positivo nascondere completamente la mia sofferenza durante la grave malattia che mi ha colpito… per l’ennesima volta ho insegnato a mia figlia che le emozioni non si possono esprimere».   

 

Il tempo della cura ha bisogno di tempo 

Il percorso descritto non ha un andamento lineare, ma possiamo immaginarlo circolare e frammentato, ovvero costellato di sentimenti e comportamenti di ambivalenza, di sfiducia e insicurezza che portano il sistema a ritirarsi e ripetere i consolidati meccanismi difensivi. È quindi fondamentale che sia i familiari sia i curanti assecondino il tempo della cura, che non segue i ritmi frenetici della vita (lavoro, scuola, amici) e che necessita di essere compreso e rispettato. Esso rappresenta, infatti, quello spazio di trasformazione da una percezione di sé come non degno di amore e di valore ad una presa di coscienza di sé come individuo visto, ascoltato, accettato ed amato, quindi in diritto di mostrarsi all’altro.  

Infine, lo sguardo del terapeuta deve contemplare un orizzonte esteso che inserisca il sistema famiglia all’interno di un contesto più ampio, quello socio-culturale, che fornisce sollecitazioni e ridefinizioni di ruoli e di identità in continua evoluzione. Ciò genera aspettative reali o immaginate che influiscono sulla definizione di sé. Il percorso di cura deve dunque agevolare la comprensione, la contestualizzazione e il cambiamento sia delle variabili individuali, sia delle loro declinazioni interpersonali, attive nella singola fenomenologia del disturbo.  

«Il disturbo alimentare di mio figlio è stato una brutta esperienza, ma utile per capire meglio lui e me stessa».  

Un pensiero su “La famiglia: risorsa nella cura dei DCA

  1. Lipo slend dice:

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