La mente in versi: il chiaroscuro di Franco Villa
Medici d’autore
18 Maggio 2026 – Medical Humanities, Arte, Dolore, Narrazioni, PsichiatriaTempo di lettura: 13 minuti
18 Maggio 2026
Medical Humanities, Arte, Dolore, Narrazioni, Psichiatria
Tempo di lettura: 13 minuti
Ci sono testi che non si leggono per essere “capiti”, ma per essere attraversati. La poesia – quando è autentica – non offre spiegazioni, ma apre spazi. Spazi di risonanza, di riconoscimento, talvolta di disorientamento. È in questa dimensione che si colloca Come le onde del mare, raccolta di poesie e prose pubblicata nel 2023 da Franco Villa.
Psichiatra torinese, classe 1947, Villa costruisce nel tempo un percorso coerente e appartato, in cui la scrittura accompagna la pratica clinica senza mai sovrapporsi a essa. Dalla prima raccolta Frutti tardivi (Golem, 2014), premiata con il Premio Cesare Pavese nel 2015, fino ai lavori successivi – Nei dintorni di Colono (Ananke, 2017) e, in edizioni private, Ombre vane (2018), Gli occhi cercano la luce (2019), Il profumo dei giacinti (2020), La notte dalle mille luci (2021) – emerge una voce riconoscibile, capace di tenere insieme essenzialità espressiva e profondità riflessiva. Non possiamo non considerare che nel 2016 Villa abbia ottenuto nuovamente il Premio Pavese per la poesia inedita: un segnale di profonda maturazione ma soprattutto di conferma del valore letterario di questo medico umanista scrittore.
Esiste una linea sottile e potente che unisce la pratica psichiatrica all’ascolto profondo della parola poetica. È su questa linea che cammina da anni Franco Villa, la cui opera letteraria rappresenta una delle voci più intense e coerenti della letteratura medica contemporanea piemontese.
Franco Villa ha esercitato per decenni la psichiatria, professione che ha profondamente segnato il suo sguardo sul mondo e sulla condizione umana. La sua produzione letteraria, iniziata in età matura, si è rivelata sorprendentemente ricca e feconda. Come le onde del mare è un’opera definitivamente matura, nella quale poesia e prosa si alternano e si compenetrano, offrendo al lettore un respiro ampio e ondulatorio, proprio come suggerisce il titolo. Il mare, qui, non è semplicemente un’immagine evocativa. È una figura della mente. Il moto ondoso diventa metafora di un pensiero che non procede in linea retta, ma per ritorni, per accumuli, per sospensioni. In questo senso, la scrittura di Villa appare profondamente coerente con lo sguardo psichiatrico: non cerca la linearità, ma accetta la complessità, l’intermittenza, la discontinuità.
In Come le onde del mare Franco Villa torna con forza al mare come metafora centrale: metafora dell’inconscio, della memoria, del tempo che avanza e ritira, della psiche umana che non conosce quiete definitiva. Le onde diventano l’immagine perfetta della mente – a volte calme, altre tempestose e distruttive – che lo psichiatra osserva con sguardo clinico e al tempo stesso profondamente empatico.
Lo “sguardo medico” di Villa non è mai freddo né distaccato. È invece uno sguardo che penetra nelle pieghe più intime dell’esistenza, capace di cogliere la fragilità, la malinconia e la tenace ricerca di senso dell’essere umano. Le sue poesie e prose brevi oscillano tra il lirico e il meditativo, tra il ricordo personale e la riflessione universale sulla precarietà della vita, sulla perdita, sull’amore e sulla luce che nonostante tutto continua a cercarci. Ve ne trascrivo giusto una. Vi racconterò poi la mia, di sensazione.
Chiaroscuro serale
Micio è stato male,
il micio antico, luminoso,
color delle foglie d’autunno.
È andata così: ora, forse,
pregando Dio, si può raccontare.
Era d’agosto, e all’improvviso:
guarda, sembra che non respiri.
Che respiri a fatica. Il diaframma, guarda.
D’un tratto il felice giorno vien meno,
s’intenebra, in pochi istanti, un silenzioso cielo.
Eppure è così dolce, così paziente,
con quegli occhi grandi,
più grandi e lucenti del solito,
con quel musino affilato.
Quanta tristezza si sparge, un’ombra di morte,
tutt’intorno a noi, su ogni cosa.
Versamento pleurico, ipertiroidismo,
dell’altro ancora.
Ma sta molto meglio adesso,
Anna cura il malatino,
lo circonda d’amore,
fa che si accosti a noi la felicità d’una volta.
Da poco, di nuovo, ha gli occhi lieti, vagabondi,
color del cielo stellato.
Di nuovo, lo vediamo venire, sul buio,
zitto zitto accucciolarsi in grembo,
far le fusa, come un piccolo mantice.
Leggero è il respiro, grazie a Dio.
Diciamolo, il testo si muove su un registro apparentemente semplice, la malattia di un gatto domestico, ma apre, in realtà, uno spazio di riflessione molto più ampio.
La malattia non è astratta, non è metafora: è evento concreto, che coinvolge il corpo, il respiro, la possibilità stessa della presenza.
Eppure, nello stesso tempo, non esaurisce il senso del testo. La diagnosi non chiude, ma convive con la dimensione affettiva, con la fragilità condivisa, con quella forma di attenzione che nella pratica clinica si traduce nella Cura con la c maiuscola. La figura del gatto “antico, luminoso” non è semplicemente oggetto di cura. Diventa un centro emotivo attorno a cui si organizza la percezione del mondo: quando il respiro si fa incerto, “il felice giorno vien meno”, e il paesaggio stesso si oscura. La malattia, dunque, non riguarda solo il corpo del piccolo paziente, ma modifica lo spazio condiviso, il tempo, la qualità dell’esperienza.
Nella seconda parte della poesia, il movimento cambia. La presenza della cura – incarnata in modo concreto nella figura di Anna (moglie di Villa) – introduce una possibilità di ritorno. Non una guarigione trionfale, ma una riconquista fragile dell’equilibrio: il respiro che si alleggerisce, il gesto quotidiano delle fusa, il corpo che torna a farsi presenza. È qui che il testo raggiunge il punto significativo per le Medical Humanities. La cura non è descritta come intervento tecnico, ma come relazione che ricostruisce senso.
Il dato clinico resta, ma non è più centrale: ciò che conta è la trasformazione dello sguardo, la possibilità di tornare a riconoscere una forma di vita condivisa.
In questo equilibrio tra diagnosi e affetto, tra linguaggio medico e linguaggio poetico, si coglie uno dei tratti più autentici della scrittura di Franco Villa. Non una poesia “sulla” malattia, ma una poesia che “abita” la malattia senza ridurla, restituendone la complessità e, soprattutto, la dimensione umana.
Come in molta della migliore letteratura medica (ormai ci stiamo abituando qui) anche in Villa la scrittura diventa strumento terapeutico: non solo per l’autore, che elabora attraverso la parola le sue esperienze professionali e umane, ma anche per il lettore, invitato a riconoscersi nelle onde del proprio mare interiore. La sua è una poesia essenziale, mai gridata, che procede per immagini nitide e suggestioni profonde, tipica forse di chi ha passato una vita ad ascoltare silenzi e racconti di sofferenza.
Franco Villa rappresenta perfettamente quella figura del medico umanista che non separa mai la cura del corpo (o della mente) dalla cura dell’anima. La sua produzione, costante e sincera, testimonia come la letteratura possa essere per il medico non un’attività collaterale, ma una prosecuzione naturale del proprio mestiere: un modo diverso di prendersi cura. Come le onde del mare è un libro che invita alla lettura lenta, a quell’ascolto attento che Villa ha esercitato per decenni come psichiatra. Un libro che conferma come la voce di questo medico torinese sia ormai una delle più autorevoli e coerenti nel panorama dei medici scrittori italiani contemporanei.
Cari lettori, care lettrici. Questa è una piccola raccolta ma chiede tempo e disponibilità. Non si impone, ma si lascia avvicinare.
E, come accade con il mare, è solo sostando che si comincia davvero a comprenderne il movimento.
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