La normalità dell’eccesso

Tutti sanno e nessuno parla

Cosa possiamo fare, davvero, per cambiare il sistema?

Tu, dottore. Entri in studio, chiudi la porta, ti siedi. Davanti a te hai una persona. Non un caso clinico, non un numero di assicurato, una persona. Ti racconta un dolore, una paura, un sintomo che magari è banale per te, ma un tarlo notturno per lei. “Signora, è tutto a posto. Però, se vuole, le faccio fare una risonanza”. Ecco, fermati un secondo. Se vuole? Se vuole chi? Lei o tu? È medicina difensiva? È prudenza? È insicurezza? È abitudine? È comodità? O, più sottilmente, è quel pensiero che scivola via leggero: tanto paga la cassa malati. Tu, dottore, come ti poni quando cerchi una verità giusta? Non la verità assoluta, non la diagnosi più spettacolare, ma quella necessaria, quella proporzionata, quella etica.

E se ti fermassi a ricordare quella lezione. Sì, proprio quella in cui ti hanno insegnato che un’anamnesi fatta bene e un esame fisico fatto bene sono già metà della diagnosi? Se davvero ascolti, se davvero visiti, magari ti accorgi che quell’esame non è proprio essenziale. Sai benissimo che ogni esame ha un costo, non solo economico. Un costo in termini di tempo, di ansia, di possibili falsi positivi, di percorsi che si aprono come cunicoli senza fine. Sai anche che il sistema non è infinito. Eppure, quanto è facile delegare al macchinario la responsabilità del dubbio.

Infine, quando i costi esplodono, quando i premi aumentano, quando il sistema scricchiola, si punta il dito e spesso contro i terapisti; troppi trattamenti, troppe sedute, troppa fisioterapia. Qualcuno però il lavoro lo prescrive e noi, fisioterapisti, lo eseguiamo. O meglio: lo confezioniamo.

E tu, terapista. Quando prepari un programma terapeutico, cosa stai facendo davvero? Stai costruendo un percorso su misura o stai riempiendo un’agenda? Stai dosando carichi, tempi, progressioni in base alle reali esigenze di chi hai davanti o stai tappando buchi tra una disdetta e l’altra? Ti ricordi l’esame d’ammissione a scuola? Quando ti hanno chiesto: “Perché vuoi fare questo meraviglioso lavoro?”. Hai forse risposto: “Per arricchirmi”? “Per diventare imprenditore”? “Per massimizzare il numero di sedute per metro quadrato”? Oppure, hai parlato di cura, di relazione, di accompagnamento?

A sud delle Alpi, diciamolo senza ipocrisie, forse il problema non è il numero di studi, che devono sopravvivere, il problema è quando l’etica del curante si piega all’avidità del singolo. Abbiamo dimenticato, o progressivamente abbiamo volontariamente accantonato, il principio di economicità sotto il motto rassicurante: tanto paga la cassa malati.

C’è poi un fenomeno curioso che meriterebbe quasi uno studio a parte. Negli ultimi anni sono comparsi studi, centri medici e centri riabilitativi privati che sembrano avere sempre meno a che fare con la medicina e sempre più con l’imprenditoria. Ambienti impeccabili, materiali di pregio, arredi di design, sale d’attesa che ricordano più la hall di un boutique hotel che un luogo di cura. Tutto molto elegante, naturalmente. Viene quasi voglia di chiedere un aperitivo mentre si aspetta la visita. L’attenzione all’immagine è tale che, a volte, viene il dubbio che la prestazione sia diventata un dettaglio dell’allestimento.

Qualcuno arriva persino a fare pubblicità, cosa che, ricordiamolo, sarebbe vietata, vantando con orgoglio fatturati milionari. Come se il successo di una struttura sanitaria si misurasse in milioni e non nella qualità della cura. E lo si fa con una certa disinvoltura, proprio mentre una parte crescente della popolazione fatica a pagare premi assicurativi sempre più alti, gonfiati proprio dai costi della salute. C’è qualcosa di paradossale nel vantarsi pubblicamente di guadagni straordinari mentre si opera dentro un sistema che molti cittadini percepiscono ormai come economicamente soffocante.

A volte viene da chiedersi se non stiamo lentamente confondendo due mestieri molto diversi: quello di curare e quello di fare business.

E quando questa confusione diventa normale, forse è il segnale che stiamo davvero perdendo il lume della ragione.

Io cittadino pago i premi e la cassa paga me. Sembra un cerchio perfetto. In realtà è un circuito che si autoalimenta fino a consumarsi, un sistema autodistruttivo in cui siamo complici; chi prescrive e chi esegue. Quando poi qualcosa non torna, il barile si scarica sui pazienti. “Ne approfittano”, “vanno dal medico per qualsiasi cosa”, “sono al pronto soccorso per passare il pomeriggio”. Davvero? Che colpa ha un paziente se ha paura? Se non è in grado di interpretare un sintomo? Se un dolore al petto, per lui, non è “probabilmente muscolare” ma è l’ombra di un infarto? Un medico non va forse anche lui dal meccanico perché non capisce il significato della spia accesa sul cruscotto della sua Porsche? O dovrebbe forse sentirsi dire: “Ma dai, è solo una lucina, non esagerare”?

La verità è che la competenza crea responsabilità. Se tu sai leggere il corpo, hai il dovere di insegnare almeno qualche parola di quel linguaggio a chi al contrario di te non lo conosce.

Io comincio da me. Metto al servizio dei pazienti le mie competenze e il mio tempo per dare loro strumenti di lettura. Per renderli più autonomi. Questo perché non esistono parole più chiare del linguaggio del corpo, una volta che si è imparato a leggerlo. E un paziente che capisce è un paziente che consuma meno, sceglie meglio, si spaventa il giusto.

E tu, paziente. Se noi non ci arriviamo, prova a metterci del tuo. Sii critico. Chiedi sempre una spiegazione. “Perché devo fare questo esame? Perché questa terapia? Perché dieci sedute e non cinque?”. Comportati come quando scegli un ristorante: cerchi qualità, presenza, attenzione. E se entrando hai la sensazione di essere finito in un fast food, pensaci bene. È tutto bello, veloce, moderno, ma il mal di pancia potrebbe essere dietro l’angolo. Richiedi persone, non schermi, mani, non elettrodi. E ricordalo: la mezz’ora o l’ora di trattamento sono tue. Anche solo un minuto in meno è tempo sottratto a te. Il terapista sta esclusivamente solo con te, per tutta la seduta. Anche con la famosa macchinetta elettrica, il terapista è lì con te. Presente. Attento. Coinvolto. E vedrai che la macchinetta, magicamente, non verrà più usata.

Una saggezza africana, riportata sul muro di Berlino, recita: «Viele kleine Leute, die in vielen kleinen Orten viele kleine Dinge tun, können das Gesicht der Welt verändern». Traduciamo in italiano: «Molte piccole persone, in molti piccoli luoghi, che fanno molte piccole cose, possono cambiare il volto del mondo».

Siamo etici. Non come slogan da appendere in sala d’attesa, ma come pratica quotidiana. Comincia tu, che stai leggendo, a fare la cosa giusta e vedrai che le cose possono cambiare.

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