La prigionia dei dati e la gioia della meraviglia ritrovata

Terre di ghiaccio, terre di fuoco e terre di vento 

«Datemi una barca, disse l’uomo. E voi a che scopo volete una barca, si può sapere, domandò il re. Per andare alla ricerca dell’isola sconosciuta, rispose l’uomo. Sciocchezze, isole sconosciute non ce ne sono più. Sono tutte sulle carte. Sulle carte geografiche ci sono soltanto le isole conosciute. E qual è quest’isola sconosciuta di cui volete andare in cerca. Se ve lo potessi dire allora non sarebbe sconosciuta».
José Saramago, Il racconto dell’isola sconosciuta, Einaudi, 1997. 

Che strano e pazzerello pensiero mi occupa la mente.

Come sopravvivere, mi chiedo, alla prigionia dei dati e della loro datocrazia e come sperare di ritrovare il volo nella brezza del cielo, che ti apre alla meraviglia?

«Una buona pratica preliminare di qualunque altra – come ci ricorda Chandra Candiani e direi per la vita stessa – è la pratica della meraviglia». Ma come far sopravvivere la meraviglia nel tempo del già detto e in cui tutto deve essere ormai previsto e misurato? Che spazio lasciare ancora all’inatteso, allo stupore della sorpresa?  

Dati, codici, protocolli, linee guida, che governano la vita, pesano quel che rimane dell’anima, prigionieri di misteriose presenze, che Nello Cristianini, in un suo recente saggio, chiama «machine sapiens», «l’algoritmo che ci ha rubato il segreto della conoscenza». Non penso al codice della strada o al Codice civile e nemmeno alle regole che governano le sale ospedaliere della società civile, trasformate sovente in camere chirurgiche, ma a qualcosa che a volte silenziosamente e sempre impercettibilmente ci veste, come fosse un abito da vecchio collegio, per dire e testimoniare chi siamo e che cosa ci facciamo qui. Dunque, una sorta di codice identitario, fatto di numeri e di schede di riconoscimento, che in epoca di grande individualismo e delle ingannevoli mitologie dell’autodeterminazione in ogni campo e in ogni dove, è divenuto invisibile e piccolo, solo un segno, una traccia, una barra d’identificazione.  

Condivido pienamente quanto scrive il filosofo della religione Bernhard Casper: «in quanto uomini, ci troviamo determinati da una formalizzazione onnicomprensiva. Sembra che ci sia lecito essere uomini soltanto in quanto accettiamo di essere funzionari di un sistema, in quanto cioè abbiamo un codice: un codice fiscale, un codice per l’assistenza sanitaria e altri codici digitali che ci rendono funzioni formali di sistemi». Nulla di nuovo, si dirà.

L’uomo è da sempre stato normalizzato, numerato, obbligato in ordini di comportamento e persino di sensibilità, ma nello stesso tempo da sempre ha aspirato a guardare il cielo, a liberarsi dal vincolo che lo stringeva al suolo impedendone il volo.

Un’aspirazione messa a tacere solo in alcuni cupi momenti in cui il grado di intossicazione mentale è stato così invasivo da produrre non più uomini ma cloni o, come diceva Sciascia nel suo Il giorno della civetta, «quaquaraquà» 

Un volo che ha il sapore dell’utopia, di un altrove fatto di altri mondi e insieme il mistero del sogno. Ma come sfuggire oggi a quel vincolo, a quel codice che dice “Io esisto”, senza il quale ci sentiamo smarriti, senza identità? Un codice corporeo divenuto biologico, appartenente al nucleo più profondo e intimo della nostra stessa esistenza. Un codice corporeo che percorre e ordina tutti i nostri comportamenti alimentari, i nostri movimenti dividendoli “scientificamente” in sani o malati, in giusti o sbagliati. Si fabbricano così vieppiù uomini somatizzati, biologizzati, uomini corporei, che realizzano la profezia dello Zarathustra di quel grande diagnostico del nostro tempo che fu Nietzsche quando scriveva «Io sono tutto corpo e nulla fuori di questo». Uomini che cercano comunque la liberazione. Ma dove, come e con chi?  

Queste le domande che si nascondono in tanti malesseri e in tante malattia dell’anima e del corpo del nostro tempo, a cui il curante spesso risponde medicalizzando e farmacolizzando ancor più quel corpo privo di senso. È il Regno della salute totalitaria di cui parlano Roland Gori e Marie-José Del Volgo. Ma da questo Regno come partire? Come assentarsi per un momento senza rimanere prigionieri del miraggio, come partire con il sogno balsamico della vacanza quando anche questa è costretta in comportamenti, mode, stereotipi, codici e carte di credito? Stiamo oramai quasi tutti preparando mentalmente o già concretamente la valigia per le vacanze (sempre più brevi, senza nemmeno il tempo di cambiare sguardo, di sentire altri profumi, di udire altre voci, di lasciare il proprio pensiero soffermarsi sul proprio sogno) e credo tutti nel proprio segreto nutriamo la speranza in un piccolo miracolo, che il più delle volte non si realizzerà, incanalati come saremo nei circuiti del peggiore turismo di massa, ricacciandoci al ritorno in una quotidianità fatta da percorsi sempre più obbligati.  

Una vacanza senza sogno, senza la possibilità di guardare oltre, una vacanza ove depositare solo un corpo stanco e incapace oramai di curarsi con l’ozio (infatti, che vacanze saranno quelle in cui non è possibile fare mille attività dallo sport al divertimento, veri e propri lavori e fatiche del tempo libero ma mai liberato veramente!) con quella passività attiva che abita nel profondo di noi e non nelle cose che si fanno, è una vacanza spesso malata.

Una vera vacanza è quella, indipendentemente da dove si andrà e da che cosa si farà, capace di liberare la mente, di fare posto dentro di sé all’accadere improvviso dell’inatteso che può stupire, meravigliare, a volte anche spaventare, nello stesso tempo quella in grado di permetterci di meditare.

Parola antica e forse oggi desueta, ma sempre abitata dai folletti e dai paesaggi dei nostri sogni. Che questi sogni, veri resistenti al dominio dei codici, ci accompagnino in questi giorni d’estate.  

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