La relazione: tra desideri e bisogni
Ascoltare per prendersi cura: riconoscere bisogni e desideri nella relazione d’aiuto
Questo contributo fa parte di una serie. Il precedente articolo è consultabile qui.
7 Agosto 2025 – Libertà, Comunicazione, Disabilità, Educazione, RelazioneTempo di lettura: 7 minuti
7 Agosto 2025
Libertà, Comunicazione, Disabilità, Educazione, Relazione
Tempo di lettura: 7 minuti
Il riconoscimento dei bisogni e dei desideri, cioè essere in grado di distinguere tra ciò che la persona curata desidera e ciò di cui ha bisogno, permette di offrire un accompagnamento autentico, senza proiezioni o imposizioni. Evitare di sostituirsi può essere la chiave. Ciò accade nelle professioni legate alla sanità, come anche nei contesti educativi.
Comprendere significa porci domande circa l’agito dell’Altro:
se il mio utente con deficit intellettivo e difficoltà nella gestione della rabbia, in un laboratorio protetto (e dunque produttivo) improvvisamente si mette ad urlare, cosa sta comunicando? Sta dimostrando un bisogno di riconoscimento che porta una necessità di sentirsi sicuro attraverso l’Altro, oppure non desidera più lavorare e quindi è la sua modalità per sospendere il “compito” che lo annoia?
Non sempre è evidente investigare verbalmente con l’Altro, non sempre la persona è in grado di identificare le proprie richieste per poi elaborare e mostrarle in maniera funzionale.
E noi stessi, professionisti della Cura, siamo davvero in grado di identificare ciò di cui gli altri hanno bisogno?
Siamo davvero così onniscenti? E noi, in fondo, cosa necessitiamo nella relazione con l’Altro? E soprattutto, lo accettiamo? Interpretare i bisogni, identificare i desideri, costruire delle azioni concrete e sociali permette all’individuo di perseguire i propri obiettivi all’interno della nostra società.
Questi due termini – bisogno e desiderio – sembrano rincorrersi, aggrapparsi l’uno all’Altro per poi lasciarsi nuovamente andare. Noi esseri umani agiamo sempre in direzione di qualcosa, pure quando ci sforziamo a stare nel nulla. Anche allora, lo scopo profondo è il benessere. Una volta soddisfatti i bisogni primari, abbiamo bisogno di sentirci in sicurezza, di provare un senso di appartenenza, di accrescere la nostra autostima. Eric Berne, psichiatra e innovatore nel campo della psicologia, ha studiato il comportamento umano attraverso l’Analisi Transazionale, un modello che offre una chiave di lettura chiara e accessibile delle dinamiche relazionali. Ha osservato che il comportamento umano è determinato da vari tipi di “fame”. Dai suoi studi, i bisogni primari sono essenzialmente tre: la fame di stimoli sensoriali (la stimolazione dei neonati è fondamentale per la loro sopravvivenza), fame di riconoscimenti (lo sguardo che riconosce crea un livello psicosociale fondamentale, in quanto necessitiamo che qualcuno riconosca la nostra esistenza) e la fame di struttura (abbiamo bisogno di definire una struttura temporale di vita).
Maslow, nel 1954, ha rappresentato a sua volta una piramide che evidenzia i bisogni primari, quelli sociali e quelli del Sé. Questi ultimi legati all’autorealizzazione, alla creatività, all’accettazione ecc. vengono spesso considerati, nella nostra società, desideri. A volte addirittura “capricci”. In realtà sono bisogni dell’individuo importanti. Per cui, se si può dire che il bisogno è una necessità essenziale per la stabilità dell’individuo, vi sono dubbi sul significato dei desideri individuali. Desideriamo vivere appieno la nostra vita, di perseguire i nostri sogni, di stare bene veramente. Di seguire il nostro istinto, di coccolarci quando siamo stanchi. Il desiderio si colloca tra una tensione interna e una carica che porta verso la soddisfazione di esso. E per tale motivo, si può realmente dire che un desiderio sia meno importante di un bisogno? Perché dobbiamo pregiudicarlo? Se una persona desidera un letto morbido, ma può comunque soddisfare il suo bisogno di sonno sul pavimento, è da giudicare? La qualità di vita incide sicuramente rispetto al tema del desiderio, soprattutto nell’ambito della Cura.
Per cui, se qualcuno dovesse dirmi, dopo che mi sono appartata con l’utente che urlava, “guarda che lo stai assecondando, desiderava unicamente stare un po’ da solo con te”. La mia riflessione andrebbe dapprima sul bisogno reale che vi sta dietro, ma poi questo episodio potrebbe solo rappresentare un importante spunto per tematizzare, riflettere, comprendere. Andare oltre e verbalizzare ciò che accade nella relazione. La prossima volta che urlerà, se si dovesse trattare di una richiesta, lo sosterrò a chiederlo verbalmente e lui saprà perfettamente perché: il comportamento era già stato tematizzato in precedenza. L’autonomia è fondamentale, ma spesso per raggiungerla è necessario l’intervento dell’operatore. Imparare a destreggiarsi riconoscendo le proprie priorità diviene allora esercizio quotidiano per compensare la frustrazione. Questo sia per chi esplicita richieste, che per chi le accoglie.
Perché il desiderio non sta in silenzio, urla al mondo.
Prendersi Cura di Sé significa dunque riconoscere ed accogliere sia i propri bisogni che desideri, porre un’adeguata riflessione circa questi e poi agire per soddisfarli. Se so quali sono i miei desideri, non li confonderò con quelli dell’altra persona. Prendersi Cura dell’Altro significa dunque agire con empatia cercando di riconoscere, tematizzare e favorendo il percorso autonomo affinché l’Altro possa evidenziare le proprie risorse. Possiamo dunque “progettare occasioni” (Vergani, 2024) per accogliere tutte queste dimensioni nella pratica di Cura.
Bibliografia
E. Berne, A che gioco giochiamo, Bombiani, Milano, 1964 .
A. H. Maslow, A theory of human motivation, Psychological Review, New York, 1943, p. 370-396.
M. Vergani, Dizionarietto di filosofia per educatori, Editrice Morcelliana, Brescia, 2024, p. 95-100
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