La ricerca senza umiltà non è scienza, ma solo arroganza

Un contributo dal terzo numero dei Quaderni delle Medical Humanities 

Questo articolo è tratto dal terzo numero dei Quaderni delle Medical Humanities, in uscita a giugno 2024 e dedicato alla parola Umiltà. Per maggiori informazioni e per abbonarsi: Quaderni delle Medical Humanities. 

L’umiltà dovrebbe essere, insieme alla curiosità, motore principale della scienza che, invece, negli ultimi anni preferisce la popolarità al reale progresso scientifico, preferisce dispensare certezze, che nella scienza non esistono, invece di avanzare a piccoli passi. 

Nel 1938 Albert Einstein, per aiutare il collaboratore Leopold Infeld a guadagnare qualcosa, scrisse con quest’ultimo un saggio che sarebbe diventato famoso: L’evoluzione della fisica. Infeld, durante la stesura, confidò ad Einstein la sua preoccupazione per il fatto che, sulla copertina del libro, il suo nome sarebbe apparso accanto a quello dello scienziato più rinomato al mondo.

Einstein, cercando di alleviare le sue preoccupazioni, gli rispose: «Non è il caso di preoccuparsi, ci sono anche lavori sbagliati con la mia firma».

Einstein sapeva non solo che gli errori si possono commettere, ma che sono parte di qualsiasi percorso di ricerca scientifica. E soprattutto che non c’è e non ci deve essere nessun imbarazzo nell’ammetterli. Un esempio emblematico di questo atteggiamento è l’introduzione della costante cosmologica, inizialmente considerata dallo stesso Einstein come il «più grande errore» della sua carriera. Era il 1917. Il celebre fisico, nel tentativo di modellare l’universo come statico secondo le concezioni prevalenti, inserì una costante arbitraria nelle sue equazioni della relatività generale per contrastare l’espansione o contrazione dell’universo che le equazioni suggerivano. La scoperta di Edwin Hubble nel 1929, che dimostrava invece l’espansione dell’universo, sembrò confermare l’errore di Einstein nell’introduzione di questa costante. 

Tuttavia, il concetto di errore in scienza è complesso e multiforme, non si limita a meri sbagli di misure o deduzioni: si estende a teorie e ipotesi che, sebbene potenzialmente errate al momento della loro formulazione, possono rivelarsi preziose nel contesto di una comprensione più ampia della realtà. In questo quadro, l’errore di Einstein sulla costante cosmologica è rivelatore. Benché fosse stata introdotta – erroneamente – per adattarsi a una visione ormai superata dell’universo, la recente scoperta che l’espansione dell’universo sta accelerando ha fatto riemergere l’ipotesi della costante cosmologica che descrive proprio questa accelerazione: a dimostrazione che ciò che può sembrare un errore in un dato contesto, possa acquistare nuovi significati e valori in seguito.

L’errore, quindi, si trasforma da fallimento a tassello cruciale nel progressivo ampliamento della nostra comprensione dell’universo.

Scrivo questa ampia introduzione per discutere di un concetto tanto semplice quanto negletto nella comunità scientifica moderna: l’umiltà nella scienza. Intesa come atteggiamento senza il quale non può esserci scienza, perché la scienza va avanti per progressi e per errori, afferma oggi qualcosa che più avanti potrebbe essere rivisto e modificato. Non può pretendere certezze, ma al massimo tendervi, e chi la porta avanti deve farlo con una mente aperta e pronta all’errore, errore che deve essere visto come opportunità per approfondire, cambiare, ricominciare, non come macchia da lavare, vergogna da nascondere, tratto di debolezza umana o professionale.  

L’umiltà nella scienza si potrebbe facilmente riassumere nell’assunto ormai diventato celebre in tutto il mondo, «So di non sapere» di Socrate, con cui il filosofo greco intendeva di essere consapevole (So) di non possedere un sapere definitivo (di non sapere), un’ignoranza che in realtà lo spinge genuinamente a volerne sapere di più. Al contrario, la scienza che afferma in modo perentorio di aver scoperto cure definitive, che diffonde certezze assolute sulla base di risultati relativi, che esalta casi singoli come se valessero per tutti, che afferma di trovare cure quando ancora si trova in fase preclinica della sperimentazione, che gioca a pubblicare di più, piuttosto che meglio, che preferisce non pubblicare gli studi negativi, è una scienza che ha dimenticato l’umiltà e ha abbracciato l’arroganza. E con arroganza non c’è progresso.  

 

L’“incertezza” del metodo scientifico 

La scienza avanza con il metodo scientifico, un approccio sistematico all’indagine del mondo naturale, ma che non garantisce la certezza. Questo perché la scienza è intrinsecamente incerta a causa della complessità dei fenomeni naturali e dei limiti umani. Gli scienziati usano modelli per spiegare i fenomeni naturali, ma questi modelli sono semplificazioni e idealizzazioni che non possono catturare perfettamente la complessità del mondo reale. E questa incertezza non è un ostacolo al progresso scientifico, ma piuttosto una risorsa.  

Gli scienziati – quelli che fanno bene e umilmente il loro lavoro – riconoscono che le spiegazioni scientifiche non possono mai raggiungere la certezza assoluta, perché si presenteranno sempre nuove prove e spiegazioni migliori.

La comunità scientifica lavora per stabilire un consenso sulla migliore spiegazione possibile sulla base delle conoscenze del momento. Perché la questione non è se possiamo sapere tutto, ma se possiamo saperne abbastanza per prendere le giuste decisioni. 

Un esempio è la pandemia da COVID-19. Nei primi mesi la comunità scientifica non aveva risposte, neanche mezza risposta, su cosa causasse questa malattia. Ogni giorno si aggiungevano pezzi di conoscenza. Oggi se ne sa molto di più di quattro anni fa e tra quattro anni è molto probabile che conosceremo ancora meglio come agisce il virus SARS-Cov-2 che causa questa malattia. Il punto è saper comunicare questa incertezza nei propri lavori scientifici, saper formare il pubblico di riferimento (i pari o il pubblico generale) ad accettare questa incertezza come passo da fare per avere sempre meno dubbi su un dato fenomeno. Ai tempi della pandemia, invece – e la questione è peggiorata in questi anni – molti scienziati, ricercatori e anche molti professionisti sanitari hanno fatto a gara a chi dava più certezze, con pochissimi dati a disposizione. 

Lì, l’umiltà intellettuale – se esercitata – avrebbe dovuto invece frenare gli entusiasmi, comunicando al grande pubblico che per il momento poco si sapeva e che si sarebbe fatto di tutto per saperne di più, ma di certezze non ve ne erano.

Ma i media non sanno comunicare l’incertezza e il pubblico, poco formato sul metodo scientifico e con un basso livello di alfabetizzazione sanitaria – tra i più bassi in Europa – non ha gli strumenti per accettare l’incertezza come risposta.

 

La corsa sfrenata alle pubblicazioni, ma solo di studi positivi

In tutto questo, la corsa sfrenata in nome del “publish or perish”, pubblica o muori, una vera epidemia che sta colpendo da anni la comunità scientifica internazionale, non può che infierire il colpo fatale al concetto di umiltà di cui stiamo parlando. La pressione a pubblicare frequentemente e su riviste ad alto impatto può portare a concentrarsi sulla quantità piuttosto che sulla qualità, incentivando i ricercatori a privilegiare i risultati positivi e le scoperte sensazionali rispetto all’umiltà intellettuale e alla trasparenza sui limiti del loro lavoro. Un fenomeno che sta peggiorando: negli ultimi dieci anni i ricercatori che pubblicano più di 60 articoli sono quadruplicati e qualche anno fa Nature ha pubblicato un articolo sul numero crescente di autori che pubblicavano almeno un articolo scientifico a settimana: si è passati dai 387 del 2016 agli oltre 1200 nel 2022.  

Senza contare l’altro tedioso fenomeno delle paper mills (cartiere in inglese). Nel mondo accademico, le “cartiere” sono organizzazioni che si dedicano alla produzione e alla vendita di articoli scientifici falsi, i quali vengono poi venduti a ricercatori disposti a pagare per apparire come autori. Questo sistema truffaldino rappresenta un’attività redditizia per le cartiere, ma allo stesso tempo offre una scorciatoia allettante per i ricercatori che si trovano sotto pressione per pubblicare lavori accademici. Ma non finisce qui. Ci sono altri sistemi che stanno affossando la qualità della ricerca a favore della popolarità: dalle riviste predatorie che ingannano abitualmente i ricercatori costringendoli a pagare tariffe elevate per l’open access con scarsi benefici, ai ricercatori stessi che aggiungono i loro nomi ad articoli con cui avevano poco a che fare (a volte per scherzo) e quelli che suddividono un articolo in più articoli più piccoli, occupando prezioso spazio di pubblicazione. 

Oltre alle cartiere e alla fretta di pubblicare male e subito, c’è un altro fenomeno inquietante che affossa definitivamente il concetto di umiltà nella scienza: la pessima abitudine di non pubblicare gli studi negativi, cioè quelli che non confermano l’ipotesi di partenza in modo sufficientemente robusto. Succede per diverse ragioni, tra cui la percezione che i redattori delle riviste e i revisori paritari siano prevenuti nei confronti dei risultati negativi, la convinzione che i risultati negativi non siano altrettanto interessanti o significativi di quelli positivi e la pressione a pubblicare solo risultati positivi per assicurarsi finanziamenti e avanzamenti di carriera. Questo fenomeno, noto come bias di pubblicazione, può portare a una letteratura scientifica distorta, a stime fuorvianti dell’efficacia dei farmaci e a uno spreco di risorse nella ricerca. È chiaro qui il danno che tutto questo può portare alla ricerca scientifica e quanto qui l’umiltà sia finita schiacciata sotto il peso del prestigio, della carriera, del business, con buona pace del progresso. 

 

«Ci insegnano a vantarci dei nostri risultati» 

La mancanza di umiltà nella scienza è qualcosa che viene tacitamente insegnato, fin dall’università. O almeno così sostengono i ricercatori Rink Hoekstra e Simine Vazire che, in un commento pubblicato qualche anno fa su Nature Human Behavior, affermavano come il processo di pubblicazione dei risultati su riviste scientifiche fosse ben lungi dall’essere in stile “raccontare le cose così come sono”. È tutto molto più arrogante. «Penso che implicitamente ci venga insegnato a vantarci dei nostri risultati», affermava Hoekstra. 

Per gli autori, gli scienziati dovrebbero essere disposti a riconoscere che potrebbero sbagliarsi, dotarsi cioè di quell’umiltà intellettuale di cui discettiamo qui. Questo approccio umile va oltre la trasparenza, scrivono gli autori. «Possedere i nostri limiti… implica l’impegno a metterli in primo piano, a prenderli sul serio e ad accettarne le conseguenze».

Ma è lo stesso sistema di pubblicazione e di carriere a non sollecitare l’umiltà nella scienza.

Poiché la carriera degli scienziati spesso dipende dalla pubblicazione di articoli di ricerca su riviste di alto livello, questi possono sentirsi spinti a esagerare le loro scoperte. Gli scienziati potrebbero esaltare la novità di uno studio, armeggiare con le statistiche per oscurare le incertezze nei dati, sorvolare su esperimenti falliti o implicare che i risultati teorici siano più vicini all’applicazione nella vita reale di quanto non lo siano in realtà. E la cosa peggiore è che il processo di pubblicazione premia questo comportamento. Molti editori e revisori che danno il via libera agli studi tendono a dare priorità alle narrazioni chiare rispetto a quelle più sfumate. Alla certezza piuttosto che all’incertezza. Il cambiamento deve iniziare da questi “guardiani”, sostengono Hoekstra e Vazire. 

 

Come essere umili già nella scrittura dell’articolo 

I limiti di una scoperta dovrebbero essere ben esplicitati nello studio che si pubblica. Perché uno studio che non esplicita i suoi limiti in modo esaustivo non dovrebbe nemmeno essere pubblicato. Per farlo in coscienza e serenità bisognerebbe però educare sia gli editori sia i lettori di questi studi (pubblico generalista incluso) a pretendere di leggere questi limiti e a non vederci nulla di male, anzi! E soprattutto, educare i media a saper leggere gli studi, evitando di scambiare correlazioni per cause (correlation is not causation) o di esaltare casi isolati come verità applicabili a tutta l’umanità. In questo senso, Hoekstra e Vazire hanno scritto nel commento prima citato una serie di raccomandazioni che tutti gli autori e autrici di pubblicazioni dovrebbero seguire. Già a partire dal titolo e dall’abstract, si dovrebbero delineare chiaramente i confini dello studio, evitando affermazioni più forti di quanto giustificato dai dati, ad esempio claims causali senza adeguate evidenze. Nell’introduzione andrebbe evitata l’esagerazione della novità della ricerca e l’uso selettivo delle citazioni per creare un falso senso di coerenza nella letteratura esistente. Nei risultati è cruciale una trasparenza totale, fornendo informazioni dettagliate, grafici esplicativi e misure dell’incertezza dei dati. Le analisi andrebbero presentate calibrando opportunamente la forza delle conclusioni in base a quanto erano effettivamente pianificate a priori. Nella discussione, l’incertezza statistica andrebbe rigorosamente incorporata nelle conclusioni narrative. Andrebbero riportati anche i risultati potenzialmente più “compromettenti” per le proprie ipotesi. Le interpretazioni alternative dovrebbero essere presentate nella loro forma più convincente. Capite che tutto questo richiede uno sforzo di umiltà che i ricercatori, in buona parte, non hanno più. 

Per formare una nuova generazione di scienziati, umili ma creativi, sarebbe utile mostrare sin dagli studi universitari i fallimenti, le false partenze e i percorsi accidentati che hanno caratterizzato molte delle più importanti scoperte scientifiche. Questo aiuterebbe a smantellare l’idea naïve della scienza come semplice raccolta metodica di dati incontestabili.  

Come disse Richard Feynman, premio Nobel per la fisica: «Imparate dalla scienza a dubitare degli esperti. In effetti, posso anche definire la scienza in un altro modo: la scienza è credere nell’ignoranza degli esperti». 

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