La riva che resta
Il becco del pellicano
21 Agosto 2025 – Osservatorio, Dolore, Etica, Medical Humanities, MorteTempo di lettura: 6 minuti
21 Agosto 2025
Osservatorio, Dolore, Etica, Medical Humanities, Morte
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Nel percorso del morire, le categorie bioetiche come l’autonomia, la beneficenza, la non maleficenza e la giustizia appaiono talvolta carenti, in particolare quando la vita “ancora è” e “già si ritira”: una riva che mi piace chiamare bagnasciuga, una riva instabile, continuamente riscritta dalle onde, una soglia fenomenologica ed eticopratica su cui malati, familiari e curanti negoziano senso, ruoli, doveri.
Mettere al centro questa soglia significa assumere che il finevita non è solo un fatto clinico o decisionale, ma un evento temporale, narrativo e anche estetico.
In tal senso, le medical humanities diventano allora non un “abbellimento” umanistico, bensì un dispositivo epistemico e normativo per precisare ciò che dobbiamo all’altro mentre la sua vita defluisce.
Per descrivere meglio questo concetto,
vi propongo tre sguardi provenienti da tradizioni culturali diverse e capaci di nominare, ciascuna, un tempo distinto della perdita:
la saudade portoghese, affetto ambivalente di mancanza desiderante che illumina l’anticipazione, cioè la fase in cui si comincia a perdere l’altro prima che egli sia morto, trasformando l’anticipo del dolore in una continuità narrativa; per il giapponese nagori, invece, il “resto che persiste”, dà lingua alla soglia stessa: è il presente che si ritira lasciando tracce sensoriali dense, ancora vive; infine, la coppia occidentale malinconia/nostalgia sembra strutturare il dopo: è l’etica dei doveri verso chi resta. Sullo sfondo, potremmo intravvedere una compassione laica che funge da virtù regolativa: non certo una pietà paternalistica, ma un’attenzione riflessiva, dinamica e responsabile della vulnerabilità altrui, compatibile con la giustizia e con un’idea relazionale dell’autonomia.
L’etica clinica ha a lungo privilegiato il momento della decisione: il consenso informato, la pianificazione anticipata delle cure, la proporzionalità terapeutica. Ma il morire è un processo e, come tale, comporta tempi qualitativamente diversi. La metafora del bagnasciuga, una traduzione concreta dell’idea turneriana di liminalità, ci indirizza a pensare norme e virtù in movimento: la linea tra mare e terra non è un tratto, è un’oscillazione e così dovrebbero essere anche i nostri doveri, perchè essi non si esauriscono nel “rispettare l’autonomia” o nel “non arrecare danno”, ma cambiano forma mentre il paziente passa dall’“ancora per poco” al “già non più”.
La saudade ha una funzione temporale primaria: è la presenza dell’assenza prima dell’assenza.
Nel finevita, chi accompagna (e talora anche lo stesso paziente) “sente” già la mancanza dell’altro: un’esperienza spesso colpevolizzata o tacitata perché giudicata prematura, come se solo la morte autorizzasse il lutto. Leggere questo sentire alla luce della saudade ci potrebbe consentire di depatologizzare il lutto anticipatorio: non è rinuncia alla speranza, ma è soprattutto lavoro di continuità e dal punto di vista bioetico, ciò si manifesterebbe nel dovere positivo di abilitare dei contratti di memoria (non soltanto disposizioni terapeutiche, ma disposizioni narrative). La compassione laica qui sarebbe l’arte di legittimare questa anticipazione, di dare parole, tempi, spazi alla mancanza e che s’affaccia, senza precipitarla nel linguaggio della patologia.
Se la saudade guarda il futuro della perdita dal presente, nagori nomina un’altra esperienza: quella del presente già intriso di passato.
In giapponese, nagori designa la traccia sensibile di ciò che è appena passato: l’ultimo sapore di una stagione, il residuo di un suono, di una luce. Nel bagnasciuga clinico del morire, nagori sarebbe la parola per gli ultimi gesti (una carezza che ancora risponde, l’odore di casa che entra in stanza, la musica che il corpo e i suoi sensi riconoscono malgrado tutto).
Prendere sul serio nagori implica, sul piano normativo, riconoscere un valore morale minimo a questi resti sensoriali. Ciò non significa estetizzare il morire, ma attribuire rango etico alla loro protezione quando sia ragionevole: evitare che l’ipertecnologia li annulli come irrilevanti, programmare spazi di silenzio e intervalli, registrare preferenze minime (luci, suoni, odori, oggetti) come parte integrante della cura, dove la compassione laica non è un sentimento vago, ma: è la disposizione regolata a custodire i resti con proporzionalità, creando spazi, tempi e competenze.
Una bioetica della soglia è quella che riconosce il bagnasciuga come luogo proprio del suo esercizio:
non un punto, ma un intervallo; non un principio, ma principi in relazione; non un’emozione generica, ma una virtù regolata. Saudade ci insegna che il lutto può essere anticipato senza essere patologizzato, come memoria attiva; nagori che il presente del morire è fatto di resti eticamente rilevanti; malinconia e nostalgia che il compito verso chi resta è distinguere, accompagnare, istituzionalizzare senza medicalizzare il tutto.
Per quanto riguarda le medical humanities, dovremmo ricordarci che “umanizzare” è una parola che abbiamo ormai logorato, usandola in modo troppo vago e superficiale e, nel fine-vita non si tratta di aggiungere “umanità” dall’esterno, ma di riconoscere l’umanità già all’opera nella quotidianità clinica e di dotarla di strumenti concettuali e procedurali adeguati. In fondo, prendersi cura del bagnasciuga significa accettare che nessuna linea resti ferma, e che compito della bioetica sia proprio stare su quella riva mobile, tenendo insieme, ogni volta, principi, storie, resti e memorie.
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