La sindrome Gregor Samsa

La patologia cronica come metamorfosi  

Praga, 14 ottobre 1911 
Si è rotta una diga, Franz. «Aneurisma», ha borbottato il dottore. Un uomo sulla cinquantina, il dott. Kozel, gentile ma impenetrabile: i suoi occhi sfuggono a tal punto lo sguardo che nessuno di noi sa dirne con certezza il colore. Chissà da quanto si andava organizzando nel cervello di Gregor questa sacca di energia potenziale. «Un colpo di stato tanto segreto quanto devastante. Intima media e avventizia in complotto tra loro possono fare più danni della peggior cospirazione tra potere legislativo esecutivo e giudiziario». Il dott. Kozel vede intrighi dappertutto, ma siamo all’inizio del nuovo secolo, ho replicato io, in piena Belle Époque, andiamo di certo verso il migliore dei mondi possibili! Non credi anche tu Franz? 

Mi domando se le emicranie che spesso sfrattavano mio fratello dal tempo, confinandolo nel buio immobile della sua stanza, non fossero un segno che abbiamo colpevolmente sottovalutato. Il dott. Kozel ha sostenuto che «no, in nessun modo, oggi, possiamo prevedere la rottura di un aneurisma cerebrale». Lo ha detto con un tono talmente lieve che, per un istante, mi è sembrato un fatto di cui rallegrarsi. Persino Gregor ignorava di portare, nel dentro del dentro di sé, ripiegata tra una circonvoluzione e l’altra, un’oscura massa d’ombra che si gonfiava e gonfiava in un una marea talmente potente da distruggerlo al trabocco. Com’ha potuto sfuggirgli? Può essere stato così sordo a se stesso mio fratello? Lui attento ad ogni dettaglio, sollecito ad ogni necessità, pronto ad ogni richiesta, persino la più inespressa? Gregor ha avuto in sorte una delicatissima raffinata sensibilità. Ah, Franz, non c’è dono più subdolo, chi lo riceve limita le proprie potenzialità per dedicare ogni briciola di sé al groviglio di aspettative, mandati, bisogni, lotte famigliari. Il vincolo che lega i sensibili al bene altrui è più ambizioso e scellerato di qualunque “patto con il diavolo” si possa immaginare. Un guerriero indifeso Greg, fin dai primi giorni di lavoro si è dovuto costruire un esoscheletro con cui affrontare la spietata logica efficentista della ditta, ha tenuto la sua vulnerabile emotività cucita nel rovescio di quella corazza e ha funzionato: nessuno lo conosceva, tutti lo invidiavano. 

Pian piano ha ripianato i nostri debiti, papà ha lasciato il lavoro in banca e la mamma si è concessa l’aiuto di una domestica. Ha finito di pagare le rate del mio violino e sottovoce, con la tremante tenerezza di chi teme che un desiderio, se espresso, mancherà l’appuntamento con la realtà, mi aveva promesso l’iscrizione al conservatorio: «Studierai nella scuola dove ha insegnato Dvorák, sarai il vanto della nostra famiglia, Gerti», aveva sussurrato sognante. Ci ha resi rispettabili e ora noi lo teniamo rinchiuso nella sua stanza, come il più immondo degli insetti. Del resto, ne sono certa, se potesse farlo, sarebbe lui stesso a chiederci di nasconderlo. Si può essere privati in modo più improvviso, insensato e feroce di tutto quello che con fatica e infinita dedizione è stato costruito giorno dopo giorno? 

«È nelle pieghe confortevoli del benessere che maturano e si schiudono le uova della disgrazia» dice il dott. Kozel scuotendo la testa. Il pensiero geometrico del dottore rende tutto perfettamente logico: ci parla affascinato di Paul Broca, di agnosia della parola, di aree cerebrali e territori di competenza. Secondo il dottore l’immobilità raggricciata del braccio destro e la gamba, ridotta ad un semplice bastone, sono «l’arcaica testimonianza della primordiale lotta alla forza di gravità, finalmente slatentizzata e rinforzata dalla malattia. Per l’essere primitivo che ora è Gregor – dice – tutto si riduce ad azione-reazione, ad arco-riflesso. Soggiogata dalla forza degli archetipi, ogni funzione superiore è, per il momento, abolita. Persino deglutire – ci avverte – potrebbe essere dannoso. Il paziente si trova pericolosamente sporgente su un declino di specie». Nulla sorprende il nostro medico, ma io, Franz, guardo mio fratello con lo sgomento di chi vede la parte umana di un centauro cadere in piena corsa da cavallo. Nessuna lezione di neuroanatomia può lenire questo orrore. Nessun ardore conoscitivo può spiegare lo sconcerto davanti all’afasia affamata di Gregor: fruga disperato parole, ma ad ogni tentativo affoga muto. Dalla sua bocca solo suoni secchi, gutturali «ccc ddd ttt». «La consonante pura è impronunciabile senza la suggestione di un respiro vocalico», scriveva Platone nel Teeteto. 

Ci hanno insegnato che in principio era il Logos, l’Archè di ogni realtà, cosa capita a chi perde la parola? Viene rispedito ai margini del creato? Fin oltre la genesi? Il dott. Kozel ha già incarcerato Gregor in una diagnosi che lo condanna all’infermità. Al sicuro nel suo camice, riesce a percepire il tragico sfumare di ogni scopo che si apre davanti a mio fratello? Che ne sa il dottore dell’angoscia di “soli al mondo” degli invalidi della terra? Del terror-panico di chi più che inutile diventa onere, il dottore che ne sa? Niente, Franz, non ne sa un bel niente, con occhi freddi e asciutti osserva il cervello di Greg ridotto a una feritoia, e continua imperturbabile a snocciolare insegnamenti: «Il nostro cervello è altamente specializzato, tanto fragile quanto potente, i danni di un’emorragia cerebrale sono devastanti proprio in ragione della complessità di quest’organo principe, una sindrome emiplegica non potrebbe colpire un essere elementare come un’ameba o un anellide. Perciò vi chiedo, signori Samsa, scambiereste la vostra vita evoluta con quella di un paramecio per garantirvi la certezza di non incorrere nella patologia nervosa?» Complimenti dott. Kozel! Davvero una trappola seducente! La malattia di Gregor sarebbe quindi un mero incidente statistico con cui paghiamo il prezzo della nostra evoluzione cerebrale? Sono certa che la nostra vita sia più misteriosa di questo “poco”. 

Perché è sempre l’ottusità dei sani a porre la lanterna sull’insania? Come vedi, Franz, qui stiamo vivendo un incubo. Mandami presto tue notizie dal Wiener Allgemeines Krankenhaus. 

Tua,
Greta Samsa  

 

Vienna, 8 novembre 1911
Una “toccatina”, Gerti, la morte vi ha fatto visita, ma non ha voluto prendersi tuo fratello. Lo ha solo toccato, lasciandolo a trasformarsi davanti ai vostri occhi. È quello che fanno tutte le malattie che non passano: non si guarisce, non si muore, si cambia. So di cosa parlo, Gerti, come sai mi trovo al reparto malattie respiratorie croniche del Wiener Allgemeines Krankenhaus. A Gregor manca la parola, a me il respiro. La Genesi individua l’Archè nel Logos, Anassimene è convinto che il principio originario di ogni cosa sia lo Pneuma, per Talete è l’Acqua, per Anassimandro l’Ápeiron. Come vedi per ogni elemento arcaico vitale, c’è il suo inventore. Perciò non essere spaventata dall’afasia di Gregor. Scoprire termini, ideare parole, è solo un modo per spezzettare l’infinito in nomi, battezzare ogni cosa non è altro che una strategia di contenimento, per mandare giù a frammenti, a morsi, a sorsi, a dosi molto piccole tutta la potenza del cosmo, un modo per inghiottire la nostra insignificanza. “Tubercolosi”, per esempio, è solo una parola e non dice di me, né della malattia che mi consuma. Senza nulla togliere al bacillo di Koch, ho escogitato una spiegazione molto più appropriata del mio male; la storia è questa: il cervello non riusciva più a tollerare le preoccupazioni e i dolori che gli erano imposti e disse: «non ne posso più, ma se c’è ancora qualcuno a cui importi conservare il totale, mi tolga un po’ del mio peso e si potrà campare ancora un tantino». Allora si fecero avanti i polmoni, che tanto non avevano molto da perdere. Le spaventevoli trattative tra polmoni e cervello hanno finito per portarmi qui.  

Come vedi la malattia polmonare è solo uno straripare della malattia mentale: i veri agenti patogeni che mi tormentano e mi fanno marcire nella mia insonnia sono l’angoscia senza riparo, lo sconquasso interiore, la paura del fallimento. Questi vecchi diavoli dormono di giorno con un occhio solo e con l’altro spiano la loro buona occasione per pungolarmi, la notte è di certo loro complice. D’altro canto, sarebbe sciocco ribellarsi, il sonno è l’essere più innocente che ci sia e l’uomo insonne il più colpevole. Che sia l’ansia o il micobatterio a confinarmi tra i malati cronici, poco importa, resta il fatto che, esattamente come Gregor, mi trovo degradato a ombra da limbo, equidistante dai confini irraggiungibili di guarigione e morte. Viviamo così, in un interludio perenne verso non si sa cosa.  

Eppure, io sento di essere fortunato. Come sostiene Virchow: «È Vienna la nuova Mecca della medicina», non più Parigi. Claude Bernard, Louis Pasteur e Charcot hanno passato il testimone a Škoda, Rokitansky, Breuer e Freud. È qui che oggi nascono le teorie più interessanti. Freud ha appena detto: «Sono necessari uomini che abbiano il coraggio di pensare cose nuove prima di poterle provare». Dopo la rivoluzione Copernicana del Cinquecento e quella Darwiniana dell’Ottocento, la nuova grande intuizione del ventesimo secolo è che siano la mente e le emozioni a guidare il cervello e non viceversa, la creatività umana trae origine dall’accesso conscio alle forze inconsce sottostanti. Nel salotto dei Zuckerkandell, patologi, musicisti, pittori, medici e letterati lavorano insieme in un’integrazione continua tra scienza ed emozione. Nietzsche ci ha messi in guardia dai «dotti dagli occhi freddi e asciutti, davanti ai quali ogni uccello giace spennato» e il nuovo ambiente culturale viennese ha capito che occorre aprirsi al dubbio, abbandonarsi alla vertigine e procedere per intuito, folgorazioni, strappi e accensioni. Arte e medicina si accorgono di giocare sullo stesso tavoliere, dama e scacchi mischiano finalmente i pezzi, in palio c’è il concetto stesso di “malattia”. In tutte le discipline si rinuncia alla bellezza per indagare nel profondo ogni manifestazione corporea del terrore: Berg e Schönberg svincolano l’espressione musicale dall’armonia tonale e concretizzano l’uso sistematico della dissonanza. Schiele dipinge soggetti spigolosi e sconnessi, i suoi autoritratti con braccia e gambe contorte e accartocciate ricordano le fotografie delle pazienti isteriche di Charcot pubblicate dall’ospedale della Salpêtière. Schnitzler intuisce che, nel raccontare la storia clinica di un paziente, il medico, compie un’opera letteraria.  

Non lo nego, in tutto questo vi è un certo pericolo di interpretazione selvaggia, che allontana dall’osservazione e va verso una più o meno ingenua ideologia espressionista: «quale che sia l’intensità dell’orrore, esso non supera mai il divertimento e la furibonda gioia del cantastorie». Ma è solo così che ci emancipiamo dalla tirannica misura di un referto anatomico, solo così celebriamo quella fiamma centrale che dentro di noi rimane intatta e ride anche nella sventura. Più pericoloso del canto delle sirene c’è solo il loro silenzio, il disincanto. Quindi Gerti, se vuoi aiutare Gregor, non avere paura della sua deformità, trova solo un modo per esprimerla.  

Saffo definiva Eros “tessitore di miti”, ecco, Gerti, se ami tuo fratello, sii per lui una tessitrice di miti, raccontagli la sua stessa trasformazione come fosse una delle feroci metamorfosi dell’antichità che amavamo tanto tradurre al liceo. Tutti dovrebbero inventare storie, non perché tutti siano artisti, ma affinché nessuno sia schiavo della narrazione altrui. Dilata le grate del determinismo logico del dott. Kozel, Gerti, fai in modo che Gregor possa riconoscersi oltre il muro della patologia diagnosticata. Trova il punto di discontinuità tra il reale e il possibile, il punto cieco in cui la realtà di ciò che siamo scompare dentro la possibilità di ciò che potremmo essere e là, nel quinto angolo del quadrato, semina un racconto, una coraggiosa metafora che non tema di violare il codice di pertinenza dei “sani”, che permetta alla malattia di esprimersi in tutto il suo orrore e a Gregor di identificarsi nel suo nuovo stato di esistenza. Non temere la ripugnanza, amica mia, ricorda le parole di Rodin: «Non c’è niente di brutto nell’arte, eccetto quello che è privo di carattere, ossia quello che non propone una verità interna o esterna». 

Scrivimi presto. 

Tuo, 

Franz K. 

 

Praga, 21 maggio 1912
È difficile, da questo finale, dire quanto mi manchi Gregor. La sua assenza immensa brucia di un dolore tale da cambiare il respiro. Perché con lui non sono scomparsi anche gli estenuanti ricordi che mi assalgono alle spalle? Perché con lui non è finita anche la tenera, micidiale somiglianza che ci affratella? Mi guardo allo specchio e vorrei solo cancellarmi. Non detesto solo l’aspetto, Franz, odio il mio innegabile sollievo, mi disgustano i crudeli pensieri che spesso non riuscivo a tacere mentre aiutavo Gregor a coricarsi: «Stenditi, bestia rotta, dormi creatura zoppa, oppure muori, siamo esausti, non ne possiamo più del tuo stare male senza ritorno». 

Ho seguito il tuo consiglio, Franz, mi sono lasciata andare: una narrazione a oltranza, al di là di ogni decoro. Ho raccontato a Gregor che una mattina svegliandoci, lo abbiamo trovato tramutato in un enorme orribile insetto. Ma la verità è che una metamorfosi ancora più spietata ha trasformato noi, giorno dopo giorno, in immondi esseri ingrati, vigliacchi e brutali. Stamattina, dopo più di sei mesi dalla sua prima visita, la morte è tornata da noi, questa volta non ha lasciato residui e l’involontario senso di liberazione che proviamo è puro piombo, una colpa tanto pesante quanto impunita. 

«Polmonite ab ingestis» secondo il dott. Kozel, «Questione di pneuma!» direbbe Anassimene. Ah, Franz, non siamo fatti per morire a trent’anni, ma cosa resta di una rondine quando si spezza il patto che la lega al suo volo? Persino le conchiglie preferiscono trasformarsi in sabbia quando la voce del mare cessa di abitarle. Come poteva Greg continuare a vivere nell’angusto abitacolo che era diventato il suo corpo? Tutto il Gregor passato si era ammucchiato di lato, per far posto a quello nuovo, deforme, implorante come una ferita aperta e pervaso dal tanfo marcio della paura. «Una persona non è che l’evolversi di un andamento danzante di neuroni cerebrali, se quest’armonia sinaptica si interrompe, l’individuo può morire senza saperlo, o peggio, essere in vita senza accorgersene». Vergognosamente abbasso lo sguardo, per una volta sono d’accordo con il dott. Kozel.  

Mi hai sempre detto, che il tempo è solo un’astrazione, solo un significato che imponiamo al movimento e hai ragione, Franz, ma ora so che i vivi non possono fare a meno di quest’illusione. Un infermo cade fuori dal tempo, per Gregor le ore non avevano più direzione o misura, nessun orientamento, non un prima o un dopo, un davanti o un dietro, un sopra o un sotto, per lo scarafaggio che era diventato, persino il cielo poteva non pendere più dall’alto. Eppure, ieri sera, la sua ultima, c’è stato un istante in cui il tempo di Gregor si è svegliato. È stata la fantasia in si minore di Telemann, l’avevo preparata per l’esame di ammissione al conservatorio, ma da quando mio fratello si era ammalato, non l’avevo più suonata. Troppo delicata, per l’orrore che ero diventata. Ieri ho voluto riprovarla. È stato come accendere una candela nel buio, per un attimo l’elemento più debole ha tenuto sotto scacco le tenebre: un coltello alla gola della notte. Gregor ha avvertito il bagliore e trascinando il corpo come un materasso fradicio è uscito dalla sua stanza per ascoltarmi. Mi piace pensare che il suono del violino che aveva scelto per me lo abbia aiutato a cedere finalmente alle petulanti lusinghe della morte. Io ho di nuovo voglia di suonare, e anche di danzare, Franz, perciò ti prego torna presto da me a Praga, lasciati alle spalle l’Allgemeines Krankenhaus e le sue seducenti teorie. Il contrario di un letto di ospedale è ballare una Giga. 

Tua,
Greta 

 

Necrologio di Milena Jesenká per Franz Kafka dal giornale Národní listy, 6.6.1924
L’altro ieri*, presso la clinica Kierling a Klosterneuburg (Vienna) è morto il dottor Franz Kafka, scrittore di lingua tedesca vissuto a Praga. Qui lo conoscevano solo in pochi, giacché egli era un solitario, un uomo sapiente, spaventato dal mondo; già da anni soffriva di una malattia ai polmoni e, sebbene la curasse, ciononostante la alimentava consapevolmente e la pungolava coi pensieri. Quando anima e cuore non sopportano più il peso, il polmone se ne prende metà così che il carico sia perlomeno distribuito in modo più uniforme, aveva scritto una volta in una lettera. Tale era la sua malattia. Essa gli forniva una delicatezza quasi incredibile e una raffinatezza intellettuale senza compromessi, in modo quasi spaventoso, ma lui, l’uomo, aveva caricato tutta la sua intellettuale angoscia vitale sulle spalle della sua malattia. Era timido, impaurito, gentile e buono, eppure i libri che ha scritto sono atroci e dolorosi. Percepiva il mondo pieno di demoni invisibili che dilaniano e annientano l’essere umano indifeso. Egli era troppo perspicace, troppo saggio per poter vivere; troppo debole per lottare, debole come lo sono le persone nobili e belle che non sono capaci di intraprendere la battaglia contro la loro paura per l’incomprensione, la cattiveria e la menzogna intellettuale perché conoscono in anticipo la loro incapacità e, nella sconfitta, svergognano il vincitore. Conosceva gli uomini come solo un essere di grande sensibilità nervosa può conoscerli, uno che vive da solo e che, in modo quasi profetico, riconosce l’altro con un solo colpo d’occhio. Conosceva il mondo in modo insolito e profondo, anzi era egli stesso un mondo insolito e profondo. Scrisse i libri più significativi della moderna letteratura tedesca; in essi c’è la lotta della generazione contemporanea di tutto il mondo, anche se non sono scritti con parole tendenziose. Sono libri a tal punto veri, nudi e dolorosi che, anche laddove si esprimono simbolicamente, sono quasi naturalistici. Sono pieni dell’asciutta ironia e della sensibile visione di un uomo che ha osservato il mondo con così tanta chiarezza da non riuscire a sopportarlo e, se non voleva fare concessioni, come accade agli altri, e salvarsi nei diversi e più nobili errori della ragione o dell’incoscienza, allora doveva morire. Il dottor Franz Kafka scrisse il frammento Il fochista (pubblicato in ceco in Červen di Neumann [1]), primo capitolo di un romanzo meraviglioso ancora inedito; La condanna, il conflitto tra due generazioni; La metamorfosi, il libro più forte di tutta la letteratura tedesca moderna; Nella colonia penale e gli schizzi Meditazione e Un medico di campagna. L’ultimo romanzo, Davanti al tribunale, sotto forma di manoscritto, è già da anni pronto per la stampa[2]. È uno di quei libri che, letti fino in fondo, lasciano l’impressione di un mondo così perfettamente segreto che ogni parola è superflua. Tutti i suoi libri descrivono la paura di incomprensioni misteriose, di colpe senza movente tra gli uomini. Fu un artista e un uomo dalla coscienza talmente sensibile da riuscire ad ascoltare anche dove gli altri, sordi, si ingannavano ritenendo di essere al sicuro. 

Note

* Nota alla traduzione. Il testo tradotto è quello contenuto nel volume F. Kafka, Briefe an Milena, erweiterte und neu geordnete Ausgabe, herausgegeben von J. Born und M. Müller, Fischer, Frankfurt am Main 2015¹⁵, pp. 379-381. Eventuali note a piè di pagina sono anch’esse tradotte dall’edizione citata. 

[1] Milena intende il settimanale “Kmen”, edito anch’esso da S. K. Neumann. 

[2] Si intende Il processo, di cui Milena conosceva solo la parabola Davanti alla legge. Dell’ultimo romanzo di Kafka, Il castello, evidentemente non sapeva alcunché. 

5 pensieri su “La sindrome Gregor Samsa

  1. Massimiliano Dadda dice:

    Uno scritto davvero notevole, ricco di riferimenti, e che si erge al di sopra del mero racconto scientifico, fornendo spunti di riflessione interessanti e ponendosi come metafora delle trasformazioni a cui inevitabilmente si va incontro vivendo. Complimenti alla scrittrice!

  2. Vittorio Iorno dice:

    Ho letto attentamente questo racconto in modalità epistolario. Trovo geniale il paragone tra i pre-socratici e l’Europa del primo Novecento con un continuo rimando, come se si stesse svolgendo una partita di tennis tra la sorte del personaggio e la vita di Kafka. L’epilogo, lungi dall’essere conclusivo, è un inno al Fato, alle Parche, con una unica via d’uscita: la metamorfosi. Tutto estremamente godibile

  3. CRISTINA dice:

    ho amato tantissimo questo tuffo nel passato che per le sue riflessioni filosofiche e scientifiche è molto più attuale di quanto si possa pensare

  4. Mireille dice:

    Grazie mille,
    meno male Kafka viene ancora ricordato… povero Gregor e poveri noi.
    Un plauso speciale alla bravissima scrittrice!

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