La violenza ostetrica vista dalla curante

Intervista a cura di Laura Lazzari Vosti

Questo contributo fa parte della serie “I tabù della maternità. Un percorso Medical Humanities”, a cura di Laura Lazzari Vosti: il primo numero è consultabile qui.

Intervista a Monya Todesco Bernasconi

Che cos’è la violenza ostetrica e come viene percepita dal personale medico?

Quando parliamo di violenza in generale ci riferiamo a un’estrema forma di aggressione apportata con lo scopo di causare danno. Per questo motivo il personale medico percepisce la definizione di violenza ostetrica come un’accusa diretta e ingiustificata. Spesso si dimentica che oltre all’abuso fisico o psichico inflitto di proposito, anche le cure senza consenso, il mancato rispetto della sfera privata e della dignità personale, la discriminazione e l’abbandono fanno parte della definizione di violenza ostetrica. Questi aspetti della violenza ostetrica non vengono sempre individuati ed evitati.

Quali sono gli aspetti relazionali e di cura che devono essere garantiti per ottenere un’esperienza di parto positiva?

In un momento della vita di grande intensità e sensibilità come quello della gravidanza, del parto e del post-parto un approccio rispettoso della dignità e della sfera privata della donna è fondamentale. La creazione di un rapporto di fiducia tra la donna e il curante contribuisce in maniera incisiva sull’esperienza di parto. Per questo motivo i modelli di cura che garantiscono una continuità di cura come quello della levatrice aggiunta sono particolarmente efficaci nel garantire un’esperienza positiva di parto.

Che cosa c’è di sbagliato nella cultura del parto, oggi, e come possiamo contribuire come curanti e come società a migliorarla?

Negli ultimi due decenni stiamo assistendo a un’evoluzione senza precedenti del ruolo delle aspettative e dell’autodeterminazione dei pazienti. Anche nell’ambito dell’ostetricia la conoscenza dell’anatomia e della fisiologia da parte delle donne e l’accesso facilitato a informazioni di ogni genere contribuiscono ad accrescere l’autodeterminazione. Medici, levatrici e personale di cura sono ispirati e motivati da un forte desiderio di aiuto verso il prossimo. Con il progresso tecnico e scientifico della medicina si dimentica a volte di considerare in quale situazione e contesto sia opportuno mettere in atto tutti i mezzi a disposizione. È il caso della cultura del parto. Dopo i grandi progressi medici del secolo scorso che hanno portato a ridurre la mortalità delle donne e dei neonati, si assiste solo ultimamente e in maniera discreta a una riflessione sugli interventi necessari durante il parto.

Si sta intervenendo per cambiare questa cultura del parto nell’ambito della formazione dei medici (di base e continua)? Se sì, in che modo?

A livello di formazione universitaria temi come l’etica professionale e l’evidenza scientifica vengono trattati in modo molto esaustivo negli ultimi anni a differenza di solo tre decenni fa. La nuova generazione di medici è la stessa delle donne che partoriscono. Temi come quello dell’autodeterminazione fanno parte della propria quotidianità. Lo scoglio più grande si trova all’interno delle strutture sanitarie. La mole di lavoro, le restrizioni finanziarie e le regolamentazioni istituzionali spesso non lasciano spazio a un accompagnamento personalizzato del parto. In questo ambito l’atteggiamento e l’attenzione nei confronti della cultura del parto dei responsabili dell’ostetricia all’interno dell’istituzione (come il primario e i capi servizio) fanno da modello per accrescere la sensibilità sul tema delle future generazioni. L’equilibrio tra sicurezza (medica e giuridica) e rispetto delle aspettative della paziente è molto delicato e non sempre possibile da raggiungere.

Il Professor Loïc Bourdeau, che abbiamo incontrato lo scorso anno, organizza seminari di medicina narrativa nell’ambito di un progetto interdisciplinare che coinvolge Irlanda, Svezia e Lituania volto a sensibilizzare gli operatori sanitari e le operatrici sanitarie su questo tema. Che cosa ne pensa? Simili laboratori vengono organizzati anche in Svizzera?

Non ero a conoscenza di questi seminari del Professor Bourdeau e non conosco modelli simili in Svizzera. La violenza in ostetricia è comunque diventata un tema all’interno della Società Svizzera di Ginecologia e Ostetricia e viene trattata nell’ambito di diversi corsi di formazione.

Condivide l’osservazione che in Svizzera si vive in una società basata sul “rischio” e l’esperienza del parto è fortemente medicalizzata anche nel caso di gravidanze fisiologiche?

La pratica del parto medicalizzato anche in situazioni di gravidanze fisiologiche è ancora molto comune in Svizzera. Il monitoraggio continuo dei battiti fetali con il cardiotocogramma o l’uso di ossitocina per aumentare le contrazioni sono degli esempi di medicalizzazione molto diffusi. Assieme ai vantaggi di questi metodi in casi definiti, si possono provocare una serie di interventi successivi dannosi in caso di impiego inappropriato.

Quali sono le soluzioni che avete implementato per fare sentire le vostre pazienti ascoltate e per rielaborare l’esperienza del parto in caso di necessità?

Un metodo semplicissimo è motivare la donna a stilare una lista dei desideri per il parto. Il semplice gesto di prendersi il tempo necessario per riflettere aiuta la donna a confrontarsi con il tema e la rende più cosciente del proprio ruolo attivo. In questo processo, sarà anche portata a considerare le alternative a sua disposizione. Non si tratta di raggiungere punto per punto ciò che viene scritto. Si tratta di uno spunto per discutere con il personale curante le proprie aspettative e condividere le proprie priorità. La promozione di un accompagnamento continuo da parte di una levatrice aggiunta lavora in modo ancora più personalizzato ed efficace su questo aspetto.

Le nostre levatrici e i nostri medici sono a disposizione per appuntamenti aggiuntivi indirizzati a riepilogare, capire e rielaborare l’esperienza del parto. Molto spesso un evento può scuotere emotivamente il personale, ma essere elaborato senza problemi dalla coppia. Altre volte un parto, che per il personale si è svolto senza complicazioni, ha creato dei grossi traumi nella paziente o nel partner. Per questo motivo l’offerta è aperta a tutte le coppie.

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