Le difettose

I tabù della maternità. Un percorso Medical Humanities

Questo contributo fa parte della serie “I tabù della maternità. Un percorso Medical Humanities”, a cura di Laura Lazzari Vosti: il contributo precedente è consultabile qui.

Questo mese proponiamo un estratto tratto dal libro di Eleonora Mazzoni, Le difettose, pubblicato da Einaudi nel 2012.

Eleonora Mazzoni ha partecipato a una delle serate sui Tabù della maternità, intitolata “In becco alla cicogna! Fertilità e tecniche di fecondazione assistita”. L’incontro può essere rivisto qui.

Capitolo primo

Un giorno sì e uno no mi sputo per strada alle 5,50. La notte è ancora viva, densa come olio. La città sgorga lentamente: alcune finestre si aprono, qualcuno esce dai por toni, poche macchine scorrono. Il tac tac veloce dei miei tacchi rimbomba sull’asfalto a ritmo del cuore.
Con il 170 impiego una mezz’ora fino a Termini. Da lì in un’altra mezz’ora l’86 mi porta dove il valore delle case diventa così alto da escludere un mio acquisto in zona per il resto della vita.
Arrivo alle 7,15, puntuale. Detesto i ritardi.
Prima di farmi inghiottire dalla porta girevole mi do un’ultima passata di cipria e un tocco di lucidalabbra. Voglio arrivarci bella. Forte. Salgo la scalinata divorando i gradini a due a due, percorro il lungo corridoio di grani glia, quattro scalini del mezzanino e a sinistra, ingresso a vetrata, di nuovo a sinistra, ingresso piccolo, sempre dritto fino all’anta di formica bianca che ci vuole un bel colpo di spalla per aprire.
Eccole lì. Di vista ormai le conosco quasi tutte. Nell’angolo in fondo, tutta addossata al marito, siede la nordafricana con i piedi e le mani arabescati d’henné e lo sguardo color pece. Sempre in disparte si mette la cicciona con i capelli biondi e una marcata ricrescita scura. Vicino alla finestra la rossa con delle terribili scarpe da ginnastica fosforescenti. Chissà quanti anni ha questa signora che si veste sobriamente fino alle caviglie e poi sfoggia scarpe stralunate. Trentacinque buoni buoni. Di faccia sembra più giovane. Rigidità da botulino, forse, ma le mani non mentono. E la moretta con il naso aquilino?
Oggi ho poca voglia di parlare, me ne sto defilata e aspetto Katia. Mi rintano in una delle seggiole di plastica rigida, che a forza di starci sopra si intorpidisce il sedere, e leggo. Mi sono portata il mio Seneca. Apro il primo libro delle Lettere a Lucilio ma intanto guardo le altre.
Al gruppo si aggiunge una ragazza nuova, bruttina, con le spalle striminzite e un bel seno grosso valorizzato dalla scollatura. Potrà avere ventisette, ventotto anni a essere crudeli. Questa secondo me ce la fa.

– Che angoscia, – esordisce ed emette un piccolo gemito.

– Forza e coraggio, – le risponde Licia, la nostra veterana. Licia mi sta simpatica: primo, ha quarant’anni, che per noi sono i «famigerati quaranta», secondo, non ha perso la verve, anche se è solo la bocca a sorridere, mai gli occhi. Mi fa tenerezza il suo sguardo da cane stanco, increspa to dagli improvvisi fastidi di chi non si capacita che siano passati dieci anni senza risultati.
Mi squilla il cellulare. È Marco. Vado a schiacciarmi vicino alla finestra.

– Tutto bene?

– Sì, amore. Grazie che hai chiamato.

– Che combini?

– Prova a immaginare, – e rido.
Marco è in ansia ma cerca di nasconderlo, come faccio io. Però ci telefoniamo in continuazione, senza che il nostro dialogo decolli mai verso una meta precisa.
L’ho incontrato a fine 2004 a casa di Veronica, a una di quelle sue feste bizzarre in cui la persona più sobria era un signore peloso di mezz’età vestito da rosa rossa. Io e lui eravamo gli unici fuori posto.

– E tu che fai?

– Qui o nella vita?

– Tutt’e due.

– Qui sono capitato per sbaglio, con un amico. Le feste di solito non le sopporto. Nella vita sono un ricercatore. Di economia politica. Vuoi bere qualcosa?

– Cingolani al 65 –. Finalmente l’infermiera comincia l’appello. – Abete al 64.
Un raggio di sole entra tagliente dal finestrone, rendendo ancora più irreale il bianco dei soffitti, delle pareti, del linoleum, delle sedie, delle porte. Sembra di stare in un manicomio più che in una sala d’aspetto.

– Neri al 67.
E se mi hanno chiamata mentre ero al telefono? Deglutisco l’ansia.
Stamattina le ragazze sembrano più quiete del solito. Parlano di lavoro o dell’ultimo film visto in tv, spettegolano di qualche personaggio dello spettacolo, alcune azzardano un commento d’attualità e stranamente non fanno cadere il discorso su centri, percentuali, indirizzi e numeri di telefono con relative opinioni, classifiche e consigli.

– Mia madre vuole che smetta, – dice la moretta sfogliando una rivista di moda. – Mi considera un mostro. Dice che quello che faccio è contro natura e contro il volere di Dio. Non mi sento un mostro, io.

– Dicono che Brad Pitt abbia lasciato quella di Friends perché lei non riusciva a dargli un figlio, – continua la moretta.

– Il problema era di lui o di lei? – s’informa Licia.

– Di lei. Brad poi li ha avuti i figli, con la Jolie. Pure parecchi.

– Bisogna vedere in che modo. In America, figurati.

– Ma le labbra della Jolie sono finte o vere? – chiede sempre la moretta, indicando la foto di copertina.

– Finte, – risponde senza esitazioni Licia e passa la rivista alla rossa.

– Non saprei.

– Finte, – rimarca la bruttina.

– Sì, finte, – dice la moretta, riprendendosi la rivista.
Con la rettifica della rossa, «in effetti sembra una papera», artificio batte natura quattro a zero.

– Adnane al 66 e Tramonti al 64.

– Scusi, – blocco gentilmente l’infermiera. – Mi sono allontanata un attimo. Non è che per caso ha chiamato Carla Petri?

– No, signora, sono i primi nomi che chiamo, faccia la brava, vada a sedersi.
Detesto questo tono. Non sopporto di essere rimproverata, non l’ho mai sopportato neanche da mia madre. Abbasso lo sguardo su Seneca.
Dal fondo del corridoio sguscia fuori Battisti, passo felpato e mani in tasca. Quando mi sfila davanti accenno un sorriso. Lui tira dritto.
Tranquillo, dottore. Non sono paranoica come la Berardino, che due giorni fa le ha telefonato disperata alle tre di notte perché era sicura di non farcela neppure stavolta. In questo periodo sono un po’ ansiosa, è vero. Forse troppo. Sicuramente più del normale. Con tutte le medicine che mi inietto da oltre un mese cos’altro pretende? Però non si preoccupi, non la disturberò. E lei potrebbe usare più gentilezza. Almeno con me. Io la uso sempre.

– Ciao ragazze! Siete favolose! – fa la sua entrata in scena Katia, tutta trafelata e con la voce squillante.

– Sei in ritardo. È successo qualcosa? – chiedo, facendole cenno di sedersi vicino a me.

– Ho preso l’autobus sbagliato.

– Dove volevi scappare?
Ho un debole per Katia. Mi piacciono i suoi venticinque anni e i suoi ricci nervosi. Assomiglia alle mie allieve. Non sono una di quelle persone che stando con i giovani si illude di essere più giovane. Anzi, ogni giorno la loro presenza mi ricorda la distanza che ci separa. Ma accetto la mano che mi danno, come in montagna quando qualcuno ti aiuta a tenere il passo. Mi mancheranno in questi dodici mesi di aspettativa che mi sono presa all’università. O meglio, mi mancano già. Ma ho bisogno di spazio.
«Diventa padrone di te stesso», sono le prime parole che Seneca rivolge a Lucilio. Regalandomi questa matassa di giorni, anch’io ho iniziato il mio percorso di saggezza. Ho sempre fatto. Lavorato. Prodotto. Realizzato. Ora devo solo vivere e aspettare. Con il rischio che non succeda nulla. Ma non voglio neppure pensarlo. Mi aggrappo a Katia, che si avvicina con un caffè.

– Giuliani al 67. Baroni al 64. Giuliani. Giuliani al 67.

– Che nenia, questa infermiera, – dice Katia.

– Giuliani!

– Ho voglia di alcol. Più tardi ci prendiamo un aperitivo? – le chiedo.

– Sì. Anche se con tutte queste medicine mi sento gonfia come una gallina d’allevamento. Quelle con la luce accesa ventiquattro ore su ventiquattro per produrre più uova.

– Sai che non riesco più a mangiare il pollo? Mi sembrerebbe di mangiare la mia carne gonfiata dal Gonal-F.

– Per fortuna abbiamo il pick-up venerdì e lunedì il transfer.

– Sì. Per fortuna insieme fino alla fine! – e le do un bacio sulla guancia.
In genere non bacio nessuno. Ma se fossi rimasta in cinta di Carletto al liceo, oggi avrei una figlia della stessa età di Katia.

– Giuliani al 67. C’è Giuliani? Giuliani al 67. Giuliani.

– È proprio un disco rotto… Ma chi è la Giuliani?

– Arrivo! – urla una ragazza tracagnotta mentre esce dal bagno.
È sui trenta, direi. Non porta bene la sua età. Troppo grossa e afflosciata. Non più di trenta, però, si capisce dallo sguardo.

– Petri al 66.

– Finalmente, – ed entro con il vigore che mi procura sempre il rumore della battaglia.
Stamattina la Tini ha gli occhi così truccati che non se ne deduce l’espressione.

– È il suo secondo tentativo, giusto? – mi chiede.

– Yes.

– Sempre qui anche il primo?

– Yes.

– L’altra volta nessun risultato.

– Yes, all right.

– A quest’età i successi non superano il dieci per cento.

– Mi sono sempre considerata un’eccezione, – dico io.
La Tini non dice niente.

– La vita è fatta di casi particolari. I casi generali non mi interessano, – insisto.
La Tini non dice niente. Abbassa gli occhi per compilare l’impegnativa.
Vuoi la guerra, dottoressa?

– Le statistiche sono necessarie più al nostro bisogno di ordine che alla lettura della realtà, – mi ostino. – I Romani erano terrorizzati dal caos. A differenza dei Greci…
La Tini alza gli occhi dall’impegnativa.

– La donna è programmata ancora oggi per raggiungere il picco della fertilità tra i quattordici e i vent’anni. Poi inizia il declino. Lento, inesorabile. La natura non si adegua ai modi di vivere che cambiano. Non esistono lifting alle ovaie. A quarant’anni i risultati sono bassissimi. A quarantadue quasi nulli.
La Tini riabbassa gli occhi, io la guardo allibita.
Nei reparti di Procreazione medicalmente assistita la vecchiaia arriva improvvisa come un gancio che ti stende al tappeto. Qui non ci sono sconti. Che possiamo procrea re fino a età avanzata è una balla, un business per spillare soldi a nullipare attempate e infelici. Ho trentanove anni e due mesi. Ogni volta che entro da questa porta me lo ricordo. E mi sento spacciata.

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