“Le parole per dirlo”

Intervista a Marina Riccucci, professoressa associata presso il Dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica dell’università di Pisa e studiosa dei rapporti fra letteratura e malattia mentale.  

Ho conosciuto Marina Riccucci grazie allo psichiatra e scrittore Paolo Milone, protagonista dell’intervista uscita il mese scorso. Paolo mi ha suggerito di contattare Riccucci, professoressa di Letteratura presso l’università di Pisa, in quanto studiosa di argomenti che lui sa essere di mio grande interesse, ovverosia i legami tra letteratura e malattia – mentale, in questo caso. Dato che i consigli degli amici si ascoltano sempre, non ho perso tempo e ho chiesto subito alla professoressa se le andava di fare due chiacchiere a proposito del suo lavoro di insegnamento e ricerca.     

Marina come mai hai iniziato ad interessarti alla letteratura che parla di malattia e come mai in particolare la scelta della malattia mentale? 

Ho iniziato a interessarmi a questi temi qualche anno fa, con un corso rivolto agli studenti della Laurea Magistrale in Italianistica, che avevo intitolato proprio La malattia mentale e la letteratura. Conoscevo già da tempo Isabella Tobino (nipote di Mario Tobino, n.d.i.), attuale Presidente della Fondazione Mario Tobino. Mario Tobino, nel 1953, ha pubblicato Le libere donne di Magliano. 

Avevo già incontrato Isabella in precedenza, perché avevo portato i miei studenti a visitare l’ex ospedale psichiatrico di Maggiano. Non si trattava allora di un corso dedicato alla malattia mentale, ma ritenevo che fosse importante, in quel momento, entrare in contatto con quella realtà. Una realtà vicina a Pisa, che tra l’altro non ha mai avuto un manicomio. Quindi ho pensato: andiamo a conoscere questo mondo, quello di Maggiano. 

Da quel primo contatto con Isabella, l’anno successivo ho deciso di dedicare un corso interamente alla letteratura che restituisce la malattia mentale. Ho tenuto, quindi, un corso sostanzialmente incentrato su Mario Tobino. 

Piano piano, come accade quando si fa didattica, è nata anche la ricerca. Parlare agli studenti significa trasmettere contenuti, e questi contenuti devono essere frutto di un lavoro a monte: bisogna selezionare, nel mare magnum delle informazioni, ciò che è davvero significativo e trasformarlo in sapere condiviso. 

Così, leggendo Tobino, mi sono posta la domanda: chi sono e perché scrivono, gli psichiatri scrittori? Da lì è partita un’indagine che si è via via allargata, nella mente e nella pratica. Anche perché, se da un lato esiste una bibliografia molto ampia e articolata sulla letteratura in ambito psicopatologico o psicoanalitico, dall’altro c’è pochissimo sul tema della letteratura e della malattia mentale in senso stretto. Mi riferisco alla psicosi, al disturbo psichiatrico, alla vera e propria perdita della salute mentale. 

Da questa esigenza è nata l’idea di organizzare un convegno internazionale che si è svolto in due giornate tra Pisa e Maggiano, nel febbraio del 2023. È stato un evento molto partecipato, con interventi di esperti in ambito clinico-medico, studiosi di storia della medicina, psichiatri scrittori e critici letterari. È stato un lavoro profondamente interdisciplinare, culminato nella pubblicazione di un volume che raccoglie gli atti. 

Da allora ho continuato ad approfondire il tema specifico dello psichiatra scrittore, su cui oggi sto concentrando le mie ricerche. Probabilmente in autunno uscirà un libro che offrirà una panoramica su questi autori, di alcuni dei quali finora si sa molto poco. Conosciamo numerosi testi scritti da pazienti, che raccontano la loro esperienza manicomiale o di disagio psichiatrico e conosciamo testi letterari che affrontano il tema, spesso però con una certa reticenza. La malattia mentale, in fondo, fatica ancora a trovare le parole per dirsi. Nonostante la grande diffusione di pubblicazioni negli ultimi vent’anni lo dimostra: penso a Paolo Milone, Giacinto Buscaglia, Franca Pezzoni, Eugenio Borgna… 

Mi sto dunque concentrando su questo filone, che nel frattempo è cresciuto al punto che il 15 gennaio di quest’anno ho presentato una richiesta di finanziamento al dipartimento presso cui lavoro. Si tratta degli LSR, cioè Laboratori Seminariali di Ricerca, che i dipartimenti finanziano quando riconoscono un progetto come rilevante dal punto di vista scientifico. Il laboratorio è stato approvato e finanziato e il 19 e 20 giugno di quest’anno c’è stato il primo seminario di rendicontazione. 

È un progetto in espansione, in continua evoluzione. Sto avviando contatti anche con il Ministero, per ottenere visibilità e supporto, e siamo prossimi alla firma di una convenzione con il progetto Carte da Legare 

Il titolo che ho deciso di dare a questa intervista “Le parole per dirlo” è, in realtà, il titolo del convegno internazionale del 2023 a cui hai appena fatto cenno. Vorrei me ne parlassi un po’ di più? Per altro, ci tengo a segnalare ai nostri lettori che il testo nato da quell’esperienza si chiama Le parole per dirlo. La malattia mentale: luoghi, persone, narrazioni. Atti del Convegno (Pisa University Press) è pubblicato da Pisa University Press e raccoglie gli interventi di molti relatori che hanno partecipato al convegno. 

Le parole per dirlo è una citazione del famoso libro di Marie Cardinal, uscito negli anni Settanta, che è a tutti gli effetti una pietra miliare per quanto riguarda i temi di cui ci occupiamo, anche se declinati prevalentemente sul versante psicologico e psicanalitico. Il volume Le parole per dirlo. La malattia mentale: luoghi, persone, narrazioni. Atti del Convegno l’ho curato insieme a Elena Zamperini e Sara Di Carlo, due giovanissime studiose con cui ho lavorato fianco a fianco alla revisione dei contributi ed è disponibile per l’acquisto.  

Il convegno ha avuto un’adesione vastissima: hanno partecipato moltissime persone, provenienti da ambiti diversi, tutte attratte dal tema della malattia mentale nella sua relazione con la letteratura, la storia e la clinica. 

Una delle presenze significative è stata quella di chi lavora negli archivi, in particolare sulle cartelle cliniche degli ex manicomi. All’interno dell’LSR, infatti, abbiamo dedicato una sezione proprio allo studio delle cartelle cliniche dell’ex ospedale psichiatrico di Maggiano: un lavoro che, nella prospettiva da noi adottata, non era ancora stato affrontato in maniera sistematica. Sono intervenuti anche alcuni psichiatri scrittori, ovvero medici che, esercitando la professione psichiatrica, sentono l’urgenza di raccontare la malattia mentale. A questo proposito, esiste un’associazione molto attiva, quella dell’Associazione Medici Scrittori Italiani, nata nel 1952 su iniziativa di un cardiochirurgo torinese. All’interno di questa realtà si distingue la categoria degli psichiatri scrittori, che, a differenza di altri medici scrittori, quando scrivono, parlano direttamente della loro disciplina. 

Ci sono stati anche interventi di storia della medicina e contributi legati all’utilizzo del web per la promozione della salute mentale. Un esempio molto significativo è quello di Cristina Lasagni (professoressa di Comunicazione all’Università della Svizzera Italiana, come è piccolo il mondo! N.d.i.) e della sua Psicoradio, una testata radiofonica bolognese, formata da persone con disagio psichico. Loro sono intervenuti personalmente ed è stato un momento bellissimo e indimenticabile, uno di quelli che ti restano dentro. Il contributo è stato pubblicato negli atti del convegno. 

Una delle cose più belle è stata anche la partecipazione attiva dei miei studenti, sia del corso di Informatica Umanistica sia della magistrale in Italianistica. Gli studenti di informatica, ad esempio, hanno lavorato alla digitalizzazione delle cartelle cliniche di Maggiano, studiando come cambia la loro struttura dal 1890 al 1978. Hanno progettato un prototipo di archivio digitale che hanno poi presentato durante il convegno. 

C’è stata anche una sezione interamente dedicata alla letteratura: abbiamo tracciato un bilancio di quanto la letteratura italiana ha raccontato, finora, del disagio mentale. È stato sorprendente scoprire, per esempio, che uno dei primissimi testi in cui compare un riferimento a un disturbo psicotico è una novella del Novellino, una raccolta anonima del Duecento. Ci sono stati interventi su autori come Tobino, Carmelo Samonà, Poggio Bracciolini, a testimonianza della profondità e dell’ampiezza del tema. 

Tra i tanti momenti intensi, un altro in particolare mi ha colpita, anche per il suo lato comico. Avevo chiesto ad Ascanio Celestini di partecipare, per parlare del suo libro La pecora nera. Alla fine, non è potuto venire fisicamente, così abbiamo organizzato una videointervista. Solo che, dopo averla conclusa, mi sono accorta che all’inizio non avevo premuto “registra”. È stato un momento di panico totale. Pochi minuti dopo, mi chiama Ascanio e mi dice: «Sai, ho l’impressione che l’intervista sia venuta un po’ banale. Rifacciamola?». E io: «Perfetto, tanto non l’ho registrata!». È scoppiata una risata collettiva, con i miei studenti che scherzavano: «Professoressa, lei proprio non è capace con la tecnologia!». Per fortuna, abbiamo rifatto tutto e ne è nato un dialogo bellissimo. Ascanio è intervenuto anche in diretta al convegno, non ha voluto limitarsi alla proiezione dell’intervista, e si è creata una connessione umana e intellettuale molto forte. 

Insomma, è stata un’esperienza intensa, ricca, attraversata da momenti emotivamente profondi e da tante scoperte. Ma soprattutto ci ha restituito con chiarezza quanto ancora ci sia da fare, da studiare e da comprendere su questo tema così complesso e fondamentale. 

Come per te, il mio interesse per la letteratura che parla di malattia è grande. Tuttavia, a differenza tua – sicuramente anche per questioni di formazione – io mi concentro molto sulla letteratura recente, contemporanea direi. Tu invece, non solo. Ho spulciato per curiosità il syllabus del tuo corso all’università di Pisa “Follia e malattia mentale: un itinerario nella letteratura italiana” e i primi tre testi proposti sono: Dante Alighieri, Inferno, canto XI; Giovanni Boccaccio, Decameron, giornata X, novella X; Ludovico Ariosto, Orlando furioso, canti I, VIII, XXIII e XXIV; mi spieghi la ragione di questo percorso che parte da Dante e arriva fino ai giorni nostri?  

Questa è una domanda bellissima e racchiude in sé un fascino incredibile, che è poi quello che ha dato il via a tutta la mia ricerca. La domanda nasce così: qual è il primo testo della letteratura in cui, inequivocabilmente, si parla di malattia mentale? 

Il testo in questione, dicevo anche prima, è una breve novella del Novellino, una raccolta anonima di racconti brevi risalente alla fine del Duecento. Racconta di una lezione tenuta da Taddeo Alderotti, uno dei medici più celebri del suo tempo, agli studenti dell’Università di Bologna, dove insegnava Medicina e Anatomia tra il 1270 e il 1280. Durante la lezione, Alderotti legge da un testo medico del tempo che chi mangia melanzane per nove giorni consecutivi diventa pazzo. Uno dei suoi studenti decide di mettersi alla prova. Questo episodio, apparentemente semplice, segna l’inizio della letteratura che parla esplicitamente di malattia mentale. 

Per chi ha una formazione come la mia, andare a rintracciare il primo testo che contiene un riferimento chiaro a un disturbo psicotico è quasi un imperativo categorico. Da lì è cominciato il mio percorso. Mi sono poi chiesta se le grandi voci del Trecento – Dante, Petrarca, Boccaccio – avessero lasciato tracce letterarie che restituissero, in qualche forma, la malattia mentale. 

In Petrarca, sorprendentemente, non ho trovato nulla. In Dante, che non parla esplicitamente di malattia mentale, ho cercato di analizzare il sintagma matta bestialitade contenuto nell’XI canto dell’Inferno. È un passaggio controverso, una vera crux interpretationis della critica dantesca. Dante, in quel punto, sta elencando i peccati che determinano la disposizione delle anime nei cerchi infernali, ma questa matta bestialitade non trova poi riscontro altrove nella struttura dell’Inferno: non è chiaramente un peccato, e se non è un peccato, potrebbe essere una malattia. Ammalarsi, infatti, non è un atto colpevole. Sarà Boccaccio a riprendere quella matta bestialitade dantesca nell’ultima novella del Decameron e a costruirci su un racconto. 

Lì, nella matta bestialitade di Inferno XI, ho visto un’apertura. La matrice è aristotelica: Dante sta citando l’Etica Nicomachea, e da qui ho avviato uno studio personale, poi confluito nella relazione che ho presentato anche negli atti del convegno. Curiosamente, l’unico autore che riprende questa espressione è Boccaccio, nell’ultima novella del Decameron. Ma, a parte il Novellino, non troviamo altri riferimenti espliciti alla perdita della salute mentale, alla condizione psichiatrica vera e propria, fino all’Ariosto.  

Con Orlando Furioso, infatti, arriva finalmente un episodio centrale: la follia di Orlando. Solo recentemente, però, questo episodio è stato considerato in chiave clinica, come espressione di un disturbo psicotico. Anche su questo c’è ancora molto da fare, e per fortuna sono già stati avviati studi interessanti. 

Dobbiamo poi attendere il 1589 per trovare il primo testo della letteratura italiana che tratta in modo diretto la malattia mentale come condizione clinica: si tratta de L’ospidale de’ pazzi incurabili, scritto da un frate lateranense, Tommaso Garzoni. In quest’opera l’autore descrive casi clinici osservati all’interno degli ospedali che accoglievano quelli che venivano definiti “pazzi incurabili”, istituzioni che saranno, più tardi, identificate come manicomi. 

Questo percorso letterario e storiografico per me era imprescindibile. Naturalmente è anche legato, in parallelo, agli studi medici, perché bisogna considerare ciò che la medicina dell’epoca conosceva, scriveva e trasmetteva. È uno studio ancora tutto da costruire: comprendere cosa dalla medicina classica – quella di Galeno, di Ippocrate – venisse usato per parlare della malattia mentale, in termini concettuali e linguistici. 

Taddeo Alderotti sicuramente conosceva i testi canonici della medicina antica, ma bisognerebbe andare a verificare in modo approfondito come li recepisse, quali interpretazioni ne desse, che parole usasse. Come si può intuire, è uno studio che apre diramazioni – non dico infinite, ma senz’altro molto estese – che impegneranno per anni chi, come me, ha scelto di indagare il rapporto tra letteratura e malattia mentale. 

Sì, cavoli, il materiale che stai studiando è vastissimo! Ma come è cambiata la rappresentazione della malattia mentale nella letteratura attraverso i secoli? Quali elementi, secondo te, sono mutati nel tempo rispetto alla contemporaneità – che tu conosci altrettanto bene, anche grazie al contatto diretto con gli scrittori – e quali, invece, ti sembrano sorprendentemente simili rispetto, per esempio, ai testi del Trecento? 

La mia risposta è, direi, categorica: è cambiato pochissimo. Se si leggono i trattati medici del Seicento che raccontano casi clinici, come per esempio episodi di delirio, si nota una narrativa sorprendentemente simile a quella che ritroviamo nei testi dei primi del Novecento, come in Mario Tobino, Corrado Tumiati o Rosario Ruggeri. Anche a livello stilistico la somiglianza è impressionante. È chiaro che la narrativa contemporanea si arricchisce di ciò che la medicina ha acquisito nel tempo, ma sotto il profilo stilistico e narrativo si ritrova una base comune. 

Un caso esemplare è quello di Tommaso Garzoni, dicevamo prima. Lui nel 1589 descrive una donna affetta da erotomania: il suo stile presenta analogie sorprendenti con quello di Tobino quando racconta una paziente dell’ospedale psichiatrico di Maggiano, o con le pagine di Paolo Milone su disturbi come la schizofrenia. Non si tratta, ovviamente, di influenze dirette o di imitazioni, ma piuttosto della presenza di un minimo comune denominatore narrativo che, in qualche modo, orienta chiunque si cimenti con la scrittura della malattia mentale. 

Questo accade, credo, perché c’è un limite intrinseco nel linguaggio quando si cerca di raccontare la malattia mentale. È una soglia difficile da oltrepassare, e quindi ci si rifugia spesso in un linguaggio metaforico, soprattutto visivo. Si ragiona per immagini, si allude più che dire, si costruisce una narrazione che, pur cercando di essere precisa, rimane sospesa tra la realtà clinica e la rielaborazione letteraria. Anche gli scrittori più capaci, che hanno più parole a disposizione rispetto a chi quella malattia la vive, spesso ricorrono a un linguaggio immaginifico, non medico. 

Ed è proprio questo, a mio avviso, il grande terreno di scommessa su cui dobbiamo lavorare: riuscire a ridurre l’aspetto metaforico, che finisce per diventare una forma di eufemismo, e trovare invece un linguaggio che restituisca la malattia mentale nella sua realtà, nelle sue forme più brutali, senza girarci intorno. Dobbiamo andare verso parole che descrivano davvero, non che alludano. 

Da questo punto di vista, credo che liberarsi della dimensione “letteraria” nel momento in cui si ha a che fare con un paziente non sia solo auspicabile, ma ormai urgente. Quando si esercita una professione clinica, non si può usare un linguaggio carico di retorica, che rischia di abbellire o mascherare. Bisogna dire, e dire con precisione. Per questo, anche nell’interazione tra discipline – come quella tra medicina e letteratura – occorre un uso consapevole del linguaggio, che non diventi ostacolo ma strumento. 

Negli ultimi venticinque anni, intanto, si è assistito a un’esplosione di narrativa che cerca di raccontare la malattia mentale, di avvicinarsi a essa, di darle parola. È un fenomeno importante, perché significa che si vuole finalmente farne un argomento, renderla visibile. Paradossalmente, però, tra il 1978 – anno della Legge Basaglia – e la seconda metà degli anni Novanta, c’è stato un silenzio quasi totale. Anche questo è un dato che va studiato: un silenzio è un’informazione, è un vuoto che dice molto. Poi, a partire dalla fine degli anni Novanta, è arrivato il “boom” di testi che raccontano la malattia mentale, quasi come se si fosse aperto uno spazio, come se ci fosse stato finalmente il coraggio di parlarne. 

E quando questi racconti entrano in un’aula universitaria, l’effetto è potentissimo. Gli studenti partecipano con grande attenzione e coinvolgimento, che siano racconti di medici, di pazienti o di testimoni. Parlo di studenti che hanno tra i venti e i ventiquattro anni, iscritti ai corsi di Triennale e Magistrale, e che vivono questa esperienza come qualcosa di fortemente significativo. Ma – e qui metto una doppia condizione – questo accade solo se il corso è costruito su contenuti concreti, solidi, e se non c’è retorica. La retorica, i ragazzi, non la sopportano. E spesso, purtroppo, sia la letteratura sia l’argomento della malattia mentale tendono a scivolare nel retorico, a toccare l’emotività più che il contenuto. 

Per questo è fondamentale selezionare testi che sappiano evitare la retorica, e lavorare con una letteratura che fornisca contenuti, informazioni, strumenti. Solo in questo modo gli studenti riescono davvero a confrontarsi con la malattia mentale come tema, come realtà e come linguaggio.  

Sempre in questa direzione, parlando di letteratura come spazio di rappresentazione della malattia mentale, vorrei chiederti un’opinione su un aspetto che mi affascina molto. Spesso si tende a privilegiare i testi autobiografici, le testimonianze dirette, come se fossero gli unici in grado di restituire verità su certi temi. Io invece sento molto il valore dei testi in cui lo scrittore inventa: inventa la malattia o inventa un contesto narrativo in cui la malattia reale si inserisce. Personalmente non avverto il bisogno che ciò che leggo sia vero in senso stretto. Mi sembra che oggi ci sia invece una tendenza verso l’esattezza, quasi una forma di pedanteria documentaria, giornalistica: se l’autore dice che qualcosa è accaduto di martedì per ragioni puramente narrative, ma nella realtà è accaduto di mercoledì e lo si scopre… il lettore si sente truffato. Letteratura, per me, è anche e soprattutto deviare, fingere, immaginare, creare. Secondo te, quanto spazio ha oggi questa dimensione inventiva nella letteratura che si confronta con la malattia mentale? E quanto è importante?  

È inevitabile che ci sia una componente di invenzione. Altrimenti crollerebbe il concetto stesso di letteratura, che non è cronaca, non è resoconto puntuale del reale. Solo in alcuni casi molto particolari – penso alla letteratura concentrazionaria, ad esempio – la testimonianza rigorosa diventa il cuore del testo, e anche lì siamo comunque in una forma letteraria. La letteratura che parla di malattia mentale, però, si discosta pochissimo dalla verità oggettiva. E questa è una constatazione a cui sono arrivata lavorando da anni su questi testi – pochi anni, un battito di ciglia nel lavoro di ricerca, e quindi parlo ancora da quasi-profana. Ma ho osservato che chi scrive di malattia mentale sembra avvertire un dovere di verità. È già così difficile raccontare questo tema, è già così delicato e carico di implicazioni, che spesso l’autore sceglie di ridurre al minimo gli elementi di finzione. È un tratto, questo, che accomuna moltissima della letteratura che tratta di malattia mentale in senso stretto – non parlo dell’ambito psicoanalitico, psicologico o terapeutico – ma di quella letteratura che cerca di dire davvero cosa significa perdere la salute mentale.  

In questi testi, la distanza tra ciò che è narrato e ciò che è accaduto si assottiglia quasi fino a sparire. Resta comunque una distanza minima, necessaria, ed è proprio quella a fare la differenza tra un’opera letteraria e un caso clinico o un saggio scientifico. Ma è una distanza che si è molto ridotta, e credo che anche questo sia un fenomeno su cui vale la pena riflettere. È come se ci fosse un’esigenza implicita, in chi scrive, di non tradire la complessità dell’esperienza psichica, e per farlo sceglie un linguaggio più vicino al documento che all’invenzione. 

Hai mai avuto la sensazione che la letteratura riesca a esprimere qualcosa che la scienza fatica a comunicare, soprattutto in merito alla sofferenza psichica? E come immagini un possibile dialogo tra questi due sguardi – quello letterario e quello clinico? Prima sei stata piuttosto netta nel dire che, in ambito medico, il linguaggio deve essere scientifico. Ma pensi che possa esistere un punto di incontro tra questi due modi di raccontare la malattia?  

Sì, prima sono stata categorica, ed è vero: penso che il paziente abbia bisogno, innanzitutto, di scientificità. Ma credo che anche il lettore ne abbia bisogno. Detto ciò, la letteratura è uno strumento fondamentale. Ha la capacità straordinaria di parlare a un pubblico vasto, eterogeneo, fatto di persone che non si conoscono e che, attraverso un libro, possono riconoscersi le une nelle altre. Questo è già di per sé un aiuto potente. La scienza parla a una comunità ristretta, a chi lavora dentro quel sistema, ma la letteratura veicola contenuti e conoscenza in modo orizzontale, attraversando le barriere della disciplina, della professione, dell’esperienza diretta. Rende condivisibile ciò che, altrimenti, resterebbe silenzioso. È proprio in questo spazio – quello del riconoscimento anonimo e profondo – che la letteratura ha la sua funzione più alta. Non sostituisce la scienza, ma la affianca, la integra, la rende leggibile anche a chi non ha strumenti clinici per interpretare il disagio mentale. È in questo senso che le due possono, anzi devono, dialogare. 

Una delle cose che mi interessa molto quando parlo con chi insegna, è comprendere meglio gli studenti di oggi. Ho parlato di questo, per esempio, in un’altra intervista dal titolo “Sine Materia”, con Massimo Gezzi, poeta e scrittore italiano che insegna al liceo a Lugano e mi piacerebbe sapere anche da te – che ti raffronti con studenti universitari, quindi già qualche anno più grandi rispetto agli alunni di Massimo – come vedi i ragazzi e le ragazze di oggi: quali sono i loro interessi, che tipo di curiosità mostrano, anche in relazione ad argomenti come la malattia mentale, che tu tratti con tanta competenza e profondità. 

Gli studenti di oggi sono estremamente interessati a tutto ciò che contenga contenuto, perché, e lo dico con grande amarezza, nei loro tredici anni di percorso scolastico prima dell’università, di contenuti ne hanno ricevuti pochissimi. Non è questa la sede per indagare le colpe o sindacare sulle responsabilità, ma questa mancanza è un dato che emerge con chiarezza. Arrivano impoveriti, carenti di strumenti e riferimenti, e proprio per questo motivo, quando qualcuno restituisce loro contenuti verificati, fondati, solidi, in loro scatta un entusiasmo che prende la forma della curiosità. È qualcosa di potente e, se attivato, diventa incontenibile. È come se si svegliassero di colpo e quel bisogno di sapere, che prima non sapevano nemmeno di avere, si amplificasse, esplodesse.  

Questo, da un lato, è bellissimo: testimonia una voglia di conoscenza autentica, un desiderio che esiste, anche se spesso non riescono a esprimerlo perché nessuno ha insegnato loro come farlo. Dall’altro lato, però, getta un’ombra pesante su ciò che accade prima che arrivino all’università. Tocca a noi docenti raccogliere questa sfida, con responsabilità e rigore. Bisogna smettere di raccontare storielle ai ragazzi, basta con le lezioni fumose, senza contenuti né nozioni, basta con l’assenza di una vera attenzione alla centralità del testo.  

Perché tutto parte dal testo. Qualsiasi testo – che sia una diagnosi medica, un articolo di giornale, un film, un’opera letteraria – è costruito con parole, e le parole non sono neutre. Trasmettono messaggi, hanno un peso specifico, e veicolano contenuti. Insegnare questo dovrebbe essere il primo compito della scuola e dell’università: far capire che ogni comprensione del reale passa attraverso l’analisi e l’interpretazione del testo. Se riuscissimo a fare questo, davvero formeremo cittadini consapevoli.  

Tu hai anche collaborazioni e contatti con colleghi che lavorano all’estero? 

Sì, lavoro molto con il professor Stefano Redaelli, che insegna Letteratura Italiana all’Università di Varsavia. Con lui condivido progetti di ricerca e mi confronto di continuo. Per quanto riguarda le differenze tra atenei italiani e formazione universitaria all’estero, devo dire che non me la sento di fare una valutazione puntuale, perché non conosco a fondo cosa c’è a monte nei percorsi formativi degli altri Paesi. Servirebbe una competenza specifica che io non ho. Ma sicuramente Stefano, se vorrai, potrà offrirti una panoramica più approfondita.  

E queste collaborazioni internazionali sono proficue? C’è davvero uno scambio che arricchisce.  

Sì, sono sempre molto proficue. In ogni parte del mondo esiste qualcuno che studia ciò che studi anche tu. È questo, per me, un elemento molto bello del mondo accademico: incontrare persone che provengono da tutte le parti del mondo, sempre pronte a condividere il proprio lavoro. Certo, esistono le storture anche nel nostro ambiente e le conosciamo, ma ci sono anche molti colleghi che non vogliono essere monadi e scelgono, invece, di lavorare insieme, di creare rete. Questo fa la differenza

Su cosa stai lavorando ora, e quali sono i tuoi progetti futuri?  

Mi piacerebbe che l’anno prossimo, alla Fondazione Sasso Corbaro si potesse dedicare uno spazio proprio a questi temi (chi ha orecchie per inten… anzi chi ha occhi per leggere, legga! N.d.i.).  

Allora, sto portando avanti un progetto molto significativo: la prima borsa di dottorato in Italia dedicata allo studio del lessico delle cartelle cliniche. È uno studio linguistico che mira ad aprire nuove prospettive sulla scrittura professionale sociosanitaria, e sono molto felice di aver contribuito ad attivarla.  

In parallelo, sto lavorando anche a un progetto più ampio dedicato alla scrittura del professionista, cioè di chi scrive per lavoro – medici, infermieri, operatori – e che si trova a dover trovare le parole giuste per raccontare la malattia che cura, per descriverla. È un ambito spesso trascurato, ma che merita attenzione. Questo progetto è realizzato con il supporto di una fondazione e di una società scientifica, la Società Scientifica di Scrittura Professionale, dedicata alla scrittura professionale, che ho l’onore di presiedere.  

Infine, un obiettivo importante del laboratorio che dirigo è quello di portare la riflessione sulla malattia mentale fuori dall’aula universitaria, fuori dagli ambienti esclusivamente medicalizzati, e aprirla a un confronto più ampio. Per questo stiamo lavorando a un questionario, che diffonderemo con l’aiuto di psichiatri come Paolo Milone, Giacinto Buscaglia, Franca Pezzoni e Anna Segre, naturalmente con l’autorizzazione della Commissione Etica. È un’iniziativa delicata, ma necessaria, perché crediamo davvero nel valore del dialogo tra saperi, e nel contributo che ognuno può dare a un tema così urgente.  

Ultimissima cosa… i miei colleghi si stanno comportando bene? 

Si comportano benissimo. Sono molto grata a tutti loro, per la serietà, la curiosità e il rispetto con cui si sono avvicinati a questi argomenti. È un segno, anche questo, dell’enorme interesse che esiste nel mondo medico. Un interesse reale, concreto e, mi sento di dire… immenso.  

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